GUARDANDO NEL VUOTO
Mi chiamo Marco, e la storia che scrivo oggi è una ferita che non si è mai rimarginata. Avevo diciannove anni quando io e mia moglie, Ludovica, ci sposammo. Eravamo pazzi luno dellaltra, non riuscivamo a vivere né a respirare separati. I nostri genitori, vedendo questo fuoco travolgente, decisero in fretta di rendere ufficiale la nostra unione, temendo che combinassimo qualcosa di avventato prima del tempo.
Il matrimonio fu sfarzoso, di quelli che rimangono nella memoria. Sullauto cera la bambolina, i tavoli invasi di fiori, fuochi dartificio che illuminavano la notte, e il solito coro: Bacio! Bacio! in perfetto stile italiano. Tuttavia, i genitori di Ludovica purtroppo non presero parte alle spese. Stavano a malapena a galla, tra cibo semplice e qualche bicchiere di troppo. Tutto gravò sulle spalle di mia madre, Alessandra Rossi, che tutti, per praticità, chiamavano Sandra Rossini.
Sandra non approvava la mia relazione con una ragazza che portava sulle spalle il peso di una famiglia con problemi di alcol. Marco, dalla quercia non nasce il limone, figlio mio. E poi, lamore a volte dura meno del becco di un passerotto mi ripeteva, ma io le giuravo che Ludovica era diversa, che il nostro amore avrebbe sconfitto ogni maledizione di famiglia.
Nei primi anni la nostra vita insieme fu lieve come la brezza di maggio. Sandra e mio padre, come dono di nozze, ci avevano fatto avere un appartamento: Vivete e siate felici! ci dissero. Ludovica diede alla luce due figlie, Tania e Stefania, che adoravo alla follia. Mi sentivo il re della mia casa, un uomo fortunato.
Ma il tempo sa essere un traditore crudele. Dopo meno di cinque anni, Ludovica cominciò a sparire di casa. Quando tornava, il suo alito sapeva di vino. Alle mie domande rispondeva dapprima con il silenzio, poi con rabbia: diceva di non avermi mai amato davvero, che era stata solo una cotta adolescenziale. Ora aveva trovato luomo dei suoi sogni e se ne andava con lui, a prescindere dal fatto che fosse già sposato e padre di tre figlie.
Mi sentii colpito in pieno petto. Ero convinto che la donna che amavo mi avesse pugnalato alle spalle, senza alcuna pietà. Ludovica fuggì con lamante in un paesino sperduto, lasciando le nostre bambine. Diceva che con il compagno giusto anche la stamberga più isolata si trasforma in paradiso, ma insieme a chi non ami, nemmeno una reggia è abbastanza grande.
Le nostre figlie rimasero sole. Sandra, sempre energica e pronta a lottare contro il mondo, le prese con sé e insieme a mio padre le coccolava e le proteggeva. Io, sconvolto, trovai rifugio in una setta religiosa, consigliato da un conoscente. Lì mi trovarono moglie, una vedova di nome Claudia, con due figli a carico. Mi sposai e poi fui benedetto anche secondo le regole della setta.
Non avevo più tempo per Tania e Stefania. Claudia mi caricava dei suoi problemi e, quando accennavo alle mie figlie, interrompeva subito: Marco, hanno una madre! Pensaci tu invece a portare Orazio a scuola e a dare da mangiare a Vittorio E io obbedivo, rassegnato.
Ludovica era rimasta nel mio cuore, ma sapevo che non potevo più tornare da lei.
Passarono sette anni, e un giorno Ludovica si presentò allimprovviso da Sandra tenendo per mano una bambina di circa quattro anni. Sandra squadrò la sua ex nuora: Ti ha consumata la vita, Ludo. Questa chi è, tua figlia? Sì, si chiama Martina. Possiamo fermarci da voi? chiese Ludovica titubante.
Non mi aspettavo visite simili. Tuo marito ti ha cacciata? No, sono scappata io. Non ce la faccio più: mi picchia, beve senza sosta Te lo sei scelto tu. Cosa non vai dai tuoi genitori? Mi mancavano le mie figlie, sono venuta da voi, solo per vederle rispose infine Ludovica, sapendo che Sandra aveva il cuore morbido.
Ti sei ricordata ora delle tue figlie, eh? Sei proprio come una cuculo, Ludovica! sbottò ancora Sandra. Ma proprio in quel momento bussarono alla porta: erano Tania e Stefania, ormai adolescenti. Guardarono la madre con indifferenza e freddezza. Nessun abbraccio, nessuna parola: sentivano solo rabbia e delusione per quellabbandono.
Sandra, ovviamente, accolse Ludovica con Martina. Non avrebbe mai potuto lasciarle in mezzo alla strada. Ma dopo un mese, Ludovica sparì di nuovo. Stavolta si seppe che era tornata al paesino dal suo carnefice dolce. Martina rimase con Sandra e mio padre: tre nipotine da crescere e amare.
In quella casa si respiravano affetto e rispetto. Gli anni volavano, il tempo corrodeva tutto. Sandra se ne andò, e dopo poco tempo anche mio padre la seguì.
Tania si sposò ma non ebbe figli. Stefania decise di restare sola, e Martina, a diciassette anni, divenne madre senza sapere bene da chi, per poi trasferirsi dalla madre in campagna.
La giovinezza se nera andata senza salutare, la vecchiaia arrivò senza chiedere permesso. Ludovica viveva da sola da anni: il suo convivente era stato portato in città dalle sue figlie perché malato e ormai invalido. Quelle figlie accusavano Ludovica di averlo ridotto così, e le dicevano di non mettere il naso nei problemi degli altri.
In paese Ludovica era vista da tutti come la vergogna del paese, sempre con il bicchiere in mano. I muri lì hanno le orecchie, e le dicerie viaggiano più veloci del vento.
Quanto a me, fuggii da Claudia e dalla setta in cui ero rimasto intrappolato, scampando per un soffio alla follia. Rimasi solo, nella vecchia casa di mia madre, tirando avanti tra una tazza di orzo e una fetta di pane, dormendo in un letto freddo. Presi tre gatti per non impazzire del tutto. Ecco tutto il mio amore.
La felicità aveva bussato una volta alla porta della mia casa, ma non labbiamo saputa tenere stretta. Oggi so che la felicità non si conquista una volta per tutte: bisogna difenderla ogni giorno, altrimenti la perdi guardando nel vuoto.






