«Guardati allo specchio, chi mai ti vorrà a 58 anni?», disse suo marito andandosene. Ma dopo sei mesi, tutta la città parlava del suo matrimonio con un milionario.

«Guardati, a chi vuoi servire a cinquantotto anni?», sussurrò il marito di Elettra mentre la lasciava. Mezzo anno più tardi, tutta Firenze sarebbe rimasta incredula davanti al suo matrimonio con un milionario.

Vado da Gisella, disse Silvano, allacciandosi il cinturino di quellorologio costoso proprio quello che Elettra gli aveva regalato per il loro trentesimo anniversario.

Non la guardava. Lo sguardo era rivolto altrove, riflesso nella finestra; là, nellombra, stava un uomo distinto, ancora affascinante. Non il Silvano impietrito nella stanza.

Ha trentadue anni. È viva, capisci?

Elettra tacque. Laria nel salotto si fece densa, densa come la vernice ancora fresca su un ricordo. Ogni parola di lui era una lama minuscola, tagliente.

Dopo tutti questi anni solo così? il suo tono era quasi un eco di qualcun altro.

Alla fine Silvano si voltò. Gli occhi, asciutti come pergamena, non mostravano né colpa né malinconia. Solo una stanca superiorità fredda.

Cosa volevi, piatti rotti? Non abbiamo più vent’anni, Elettra. Siamo persone civili.

Prese la sua cartella di pelle dalla poltrona, mosse con gesti calcolati, come in una prova generale. Chissà da quanti giorni si preparava.

Ti lascio tutto. La casa è tua. Prendo soltanto la macchina. Per vivere avrai abbastanza, ci ho pensato io.

Fece due passi decisi verso luscita; si fermò sulla soglia e la rilesse tutta, dal basso verso lalto, come farebbe un perito davanti a un oggetto inutile.

Guardati. A cinquantotto anni, chi ti vuole più?

Non attese risposta. Sparì nel corridoio, lasciando che la pesante porta di quercia si chiudesse col suono delicato e spietato di un sigillo.

Elettra rimase verticale nel salotto. Non pianse. Sembrava volgare, fuori luogo. Nel profondo, saliva qualcosa di inatteso: calma, incandescente.

Si avvicinò alla parete, dove la cornice della loro foto di nozze gigante stava appesa come una porta verso il passato. Trentanni prima. Felici, giovani, convinti delleternità.

Senza pensarci staccò la cornice, la trascinò verso lo sgabuzzino; le scivolò via, si schiantò a terra. Il vetro si spezzò, tagliando in due il suo sorriso.

Proprio allora il telefono iniziò a suonare, pungente, insistente.

Elettra osservò la foto rotta, poi il telefono. Non smetteva. Alla fine sollevò la cornetta.

Signora Elettra Romano? Buongiorno, la chiamiamo dalla Galleria Retaggio. Pessime notizie. Il signor Silvano Romano stamattina ha rescisso tutti i contratti e svuotato i conti. La galleria è fallita.

La cornetta cadde come un martello: due colpi secchi. Primo personale, secondo professionale. Silvano non aveva solo lasciato: aveva polverizzato ogni ponte.

La galleria non era solo un lavoro. Era la sua anima. Un figlio nato dallamore per larte. Silvano aveva dato i soldi per cominciare, intestando tutto a sé È più semplice così, cara, per le tasse e la burocrazia. Lei aveva creduto. E aveva sempre creduto.

Il primo impulso fu chiamare Silvano, dirgli che era un errore. Che così avrebbe tradito interi artisti, collaboratori, la sua vita intera.

La chiamata fu lunga, il vuoto un abisso. Finalmente, la voce di lui, ufficiale, distante: voce di chi riduce a burattino anche la donna della sua vita.

Silvano, sono io. Cosa hai fatto alla galleria? Perché?

Sul filo, un breve sorriso, o forse Elettra se lera solo immaginato.

Elettra, ti ho già detto che per te ho sistemato tutto. I soldi sono lì. La galleria era solo un affare. E sfortunato, se vuoi la verità. Ho chiuso un progetto che non funzionava. Niente di personale.

Un progetto sfortunato? ripeté Elettra, le parole graffiavano la gola. Ma cerano persone! Cerano opere che abbiamo salvato!

Il passato è passato. Lascia fare agli avvocati. E non chiamarmi più per queste cose.

Tuut. Tuut.

Si vestì come in trance e andò alla galleria. Sperava chissà in cosa. Ma la porta la accolse con un foglio: Chiuso per motivi tecnici.

Dentro, buio e silenzio. Sulluscio, i suoi collaboratori: la critica darte Margherita, la segretaria Lucia, il custode Pietro. La guardavano spaesati, incerti.

Signora Elettra, che succede? Hanno detto che tutto…

Non trovò risposta. Solo un vano scuotere la testa, sentendo la loro confusione diventare vergogna propria. Aveva umiliato non solo Elettra, ma tutti quelli che contavano per lei.

La sera arrivò una chiamata dellamica comune, Loredana.

Elettra, coraggio Ho sentito Silvano è impazzito. Questa Gisella potrebbe essergli figlia. Pare sia una modella o giù di lì.

Ogni parola le sembrava sale sulla carne viva. Si figurava Gisella giovane, liscia, sorridente. Viva.

Mi ha detto che non servo a nessuno, sussurrò Elettra.

Sciocchezze! ribatté Loredana. È solo una scusa alla sua bassezza.

Ma quelle parole le avevano già piantato radici velenose.

Il colmo fu raggiunto a notte fonda, con una chiamata da numero sconosciuto. Non voleva rispondere, ma qualcosa la spinse a premere il verde.

Signora Romano? voce giovane, con una lieve malizia Sono Gisella.

Elettra rimase immobile.

Solo per dire che non deve preoccuparsi di Silvano. Mi prenderò io cura di lui. È così stanco del suo mondo artistico. Ha bisogno di riposare. Di vita.

Ogni frase pesata come una martellata sul cuore.

E poi aggiunse la ragazza lui voleva che sapesse che il quadro di quel giovane artista, quello che lei stimava tanto il cognome comincia per V… Silvano lha preso via. Dice che è lunica cosa che valesse in tutta la galleria. Stanno benissimo nella mia nuova casa.

Elettra capì. Non era solo tradimento, era annientamento sistematico di tutto ciò che amava.

Non era andato via: la stava cancellando, come si taglia un capitolo fuori posto. E il quadro era la cicatrice finale e feroce quello che lei stessa considerava il suo colpo di genio.

Spense la chiamata senza parola.

Andò alla finestra, osservò una Firenze che pareva fatta di ghiaccio e lampioni disinteressati.

Le parole di Silvano squillarono ancora: «A cinquantotto anni, chi ti prende più?».

E per la prima volta in quella giornata senza fine, Elettra sorrise. Un ghigno strano, tagliente, che Silvano non aveva mai visto.

Vedremo, pensò.

La notte fu priva di sonno, ma di quel sonno che non è pianto. Non stava sdraiata a guardare il soffitto: lavorava.

Il vecchio portatile scrivania elettronica, lo chiamava Silvano con disprezzo ronzava tra archivi, mail lontane, cataloghi di aste.

Silvano vedeva solo una moglie, padrona di una galleria che per lui era capriccio. Mai aveva intuito cosa si nascondesse in lei: un istinto perfetto da collezionista, una mente sottile.

Il quadro. Risveglio di Valentino Valentini.

Un giovane talento che aveva scovato in uno studio abbandonato a Napoli. Silvano pensava di aver sottratto una tela costosa, senza sospettare il vero valore.

Elettra trovò la mail: uno scambio di due anni prima con un esperto del Louvre, fotografie in ultravioletto, analisi spettrale. Tutto ciò che aveva fatto per pura passione.

Sotto la vernice di Risveglio, cera unaltra immagine; un bozzetto, un ritratto mai completato. E la firma, non di Valentino.

Ma del suo maestro un pioniere dellAvanguardia italiana, creduto perso, valutato milioni.

Valentino, in miseria, aveva dipinto sopra la vecchia tela del suo mentore. Silvano aveva trafugato non solo una tela di talento, ma un capolavoro segreto.

Elettra si lasciò cadere sulla sedia. Il sangue ribolliva di adrenalina. Un piano prese forma: preciso, elegante e devastante.

La mattina dopo fece una sola telefonata. Non a Napoli. A Milano.

Signor Bellini? Buongiorno. Elettra Romano al telefono.

Al telefono, un silenzio colmo. Arte Bellini, patrono, leggenda, poteva annientare o consacrare un artista con un sospiro. Una volta era entrato in galleria di Elettra sotto falso nome. Lei lo aveva riconosciuto. E lui se nera accorto.

Signora Romano, la voce asciutta di lui, come il Chianti vecchio Ricordo bene. Aveva occhio vero. Cosa è successo alla vostra galleria?

Unopportunità, signor Bellini. Di acquisire un pezzo che il mercato non ha mai visto negli ultimi cinquantanni.

Elettra si tenne sulle sole informazioni tecniche. Strati nascosti, firme sepolte, esami alla mano. Niente mariti, crisi, tradimenti. Solo arte.

Perché proprio a me? chiese Bellini.

Solo lei potrebbe concludere un affare tanto silenzioso. E solo lei capisce: questo quadro è storia.

Voglio prove. E accesso alla tela.

Prove le invio. Laccesso si organizza. Il quadro ora è in mano a un neofita.

Terminate le chiamate, compose il numero di Margherita, la sua ex critica darte.

Margherita, ciao. Mi serve il tuo aiuto. Molto riservato.

Due giorni dopo, Margherita si infilò nella nuova casa di Silvano e Gisella travestita da addetta alle pulizie di lusso. Mentre la collega distraeva la padrona con chiacchiere sulle cere per il marmo, Margherita fotografava Risveglio in tutte le angolature.

Quella sera i file volarono a Milano.

La risposta di Bellini arrivò in unora: Ci sto. Istruzioni?

Elettra sorrise di nuovo. Quella volta era il sorriso di chi punta una preda nellangolo.

Rispose: Nulla. Attenda solo lannuncio dellasta. Prepari gli euro.

Un mese dopo, tutta lalta società fiorentina ribolliva. Una piccola ma ambiziosa casa dasta, fondata da Elettra dalle ceneri della vecchia galleria, annunciò il primo incanto.

Il lotto principe: Risveglio di Valentino Valentini.

Silvano seppe tutto dai giornali, e rideva forte.

Ma questa è matta, disse a Gisella, assorbita da una rivista mette in vendita il mio quadro. Il mio! Sciocca illusa.

Si iscrisse allasta, non per soldi, ma per umiliare Elettra: voleva ricomprare il suo quadro sotto gli occhi di tutti, trionfante.

Lincanto era online. Silvano, nel suo studio, con un bicchiere di grappa, pregustava la vittoria. Il prezzo partiva basso. Offerta dopo offerta, tutto proseguiva fiacco. Ma oltre i centomila euro, intervenne un misterioso partecipante. Nickname: A.B. Milano.

Le offerte schizzavano: centomila, duecentomila, mezzo milione. Silvano si irrigidì; qualcuno sapeva più di lui su quel quadro. Lavidità vinse sulla paura. Tirava su il prezzo, ancora e ancora.

Superato il milione. Gisella spuntò dallo studio:

Amore, che succede? È solo un quadro…

È il mio quadro! tuonò Silvano.

Raggiunti i due milioni di euro, Elettra attivò la webcam. Apparve sicura su tutti gli schermi.

Signore e signori, disse pacata prima di accettare lultima offerta, devo annunciare i nuovi risultati dellesame tecnico.

Il Risveglio è davvero di Valentino Valentini, ma la tela nasconde altro.

Sul video, le foto di Margherita, i pareri degli esperti, il dettaglio della firma nascosta.

Sotto lopera di Valentini, cè lultimo grande capolavoro di Pietro Gromi, avanguardista disperso. Si valuta almeno dieci milioni di euro.

Silvano sbiancò davanti al monitor: la trappola era scattata.

E ancora aggiunse Elettra, occhi dritti in camera il quadro è stato consegnato allasta dallo stesso Valentino Valentini, grazie al mio aiuto nel restituirgli la tela sottratta illegalmente.

Documenti in perfetto ordine.

Lultimo colpo di martello chiuse la storia: il quadro fu assegnato a A.B. Milano per dodici milioni e mezzo di euro.

Il giorno dopo vennero a prendere Silvano. Non il quadro, ma lui. Accuse di frode e appropriazione indebita. Conti congelati. Gisella sparita prima di cena, portando via il possibile.

Sei mesi dopo, Firenze ignorava la rovina di Silvano Romano. Ovunque si parlava soltanto del matrimonio.

Elettra, splendente in un abito color panna, sorridente nella corte di un antico castello sulle sponde del Lago di Como. Al suo fianco, Arte Bellini le stringeva la mano.

Quel giorno sei stata magnifica, le disse, estasiato. Tu hai visto dove nessuno guardava.

Sapevo solo dove cercare, replicò Elettra. Cè chi vede solo la superficie e non capisce il valore vero.

Si specchiò nel vetro francese. La fissava una donna bella, fiera. Una donna che conosce il suo valore.

Silvano una volta aveva chiesto per chi lei potesse valere qualcosa, a cinquantotto anni. Ora lo sapeva: per chi sa riconoscere un originale.

Passò un altro anno. Nel mondo dellarte echeggiava un nuovo sodalizio: Bellini & Romano. La loro casa daste scalò le vette europee. Elettra non era tornata: aveva dettato i trend. Il suo giudizio, la sua intuizione, il destino di collezioni e talenti.

Non era più la moglie di Silvano Romano. Era solo Elettra Romano.

Lei e Bellini vivevano tra Milano e Parigi. Il loro non un uragano di passione, ma un legame adulto, fondato su rispetto, interesse, tenerezza.

Arte vedeva in lei più della manager. Teneva docchio la forza di ricostruirsi dalle macerie. Spesso le diceva che era come un capolavoro ritrovato, fortunato abbastanza da poterla riconoscere.

Valentino Valentini, lartista che aveva acceso il tutto, ricevette molto di più che una percentuale sulla vendita di Gromi: un nome. Elettra e Bellini allestirono la sua prima personale a Parigi.

La critica impazzì. Le sue tele raggiunsero cifre a sei zeri. Poteva finalmente dipingere senza ansia di pagare laffitto. Spesso telefonava a Elettra, con gratitudine filiale.

La sorte di Silvano fu ovvia. La vecchia rete e gli avvocati gli evitarono la galera, ma la reputazione era così rovinata che il mondo degli affari lo evitò come peste.

Perse tutto: denaro, rispetto, influenza. Lo si vedeva ogni tanto in una trattoria scadente ai margini di Firenze, invecchiato, spento.

Provò ad aprire unattività minuscola, ma tutto naufragava. Era come un giocatore che puntò tutto ed uscì dal casinò spolpato.

Di Gisella si spargevano voci. Forse era finita a Dubai, forse tentava di rifare la carriera da modella, ma il tempo non le perdonava nulla. La sua vivacità era una merce, e ogni merce scade.

Prese al volo un altro protettore, poi un altro ancora, sciogliendosi tra gente bella e vuota come lei.

Un giorno, Elettra ricevette una lettera, senza firma, la calligrafia incerta. Dentro, un foglio da quaderno:

«Signora Romano. Non so perché scrivo. Forse voglio che sappia. Lui parla di lei spesso. Non con rancore. Con stupore. Ieri ha detto: È stata la cosa migliore che io abbia mai avuto. E non me ne sono accorto. Lho lasciato oggi. Non perché è rovinato. Ma perché non ha capito nulla. Mi scusi, se può. Gisella».

Elettra fissò la lettera a lungo, poi la gettò senza esitazione nel caminetto. Il passato è terra bruciata.

Uscì sul balcone nella casa di Parigi. Sotto di lei le luci del boulevard brillavano come nuvole doro. Inspirò laria della sera. Nessuna soddisfazione, nessuna vendetta. Solo pace.

Non era diventata libera; non lo era mai stata schiava. Aveva solo ripreso ciò che le spettava: vita, nome, dignità.

A volte, per trovare sé stessi, serve perdere tutto. E a cinquantanove anni, Elettra sapeva bene chi era. E a chi serviva. Prima di tutto a sé stessa.

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