Guasto del Sistema

Errore di sistema

Francesca, sei a casa?

Marco, la domenica mattina sono sempre a casa. Dovresti saperlo.

Allora aprimi, per favore.

Attraverso lo spioncino, rimasi a fissare per qualche secondo. Mio fratello era nellatrio, il giubbotto sbottonato, due enormi borsoni ai suoi piedi e laria di chi ha appena perso una scommessa importante. Dietro di lui spuntavano due sagome: una più alta, una più bassa. Chiusi gli occhi, inspirai profondamente e li riaprii. Le sagome non erano sparite.

Feci scattare la serratura.

Buongiorno disse Marco con quel sorriso che conoscevo dallinfanzia. Era la sua tipica espressione quando doveva chiedere un favore.

No, risposi.

Ma non ti ho ancora detto nulla.

Tu sorridi così solo quando vuoi qualcosa. Quindi, no.

Leonardo si infilò sgusciando accanto al padre e mi guardò dal basso in alto, tutto spettinato, con un laccio delle scarpe che strisciava sul pavimento. Accanto a lui, Giulia teneva stretto un coniglietto di peluche a cui mancava un orecchio e mi fissava con quella curiosità innocente tipica dei bambini di quattro anni, completamente priva di timore.

Abbassai lo sguardo sul parquet. Rovere chiaro, sistemato dal falegname che avevo dovuto prenotare due mesi prima, pochi mesi fa. Il laccio di Leonardo era sporco di qualcosa di marrone. Non indagai oltre.

Entrate pure. Ma toglietevi subito le scarpe.

Lappartamento allottavo piano della nuova residenza Corona del Nord era il mio vero traguardo. Non il ruolo di responsabile commerciale in Soluzioni dInterni, non lauto, non il conto corrente. Era casa. Centoquattro metri quadri, soffitti alti tre metri, finestre che arrivavano al pavimento, la vista sul parco cittadino. Avevo impiegato due anni ad arredarla, scegliendo ogni tessuto, ogni tenda, togliendo oggetti finché non restò solo il necessario. Nessun disordine. Il mio regno di controllo e calma. La vera quiete urbana dellottavo piano, interrotta solo dal ronzio degli elettrodomestici Smeg e dalla pioggia rara sui vetri.

Marco sistemò le borse allingresso. I bambini si tolsero le scarpe. Leonardo subito toccò il muro bianco con la mano.

Leonardo

Cosa cè?

Le mani.

Il piccolo mi guardò la mano, poi la parete, poi ancora me.

Cosa hanno le mie mani?

Inspirai fondeamente: tre secondi, tre fuori, più volte. Lavevo imparato al corso di gestione dello stress.

Marco dissi parla, veloce.

Mio fratello si spostò in cucina, si sedette sullo sgabello alto e incrociò le mani sul tavolo, segno universale di resa.

Io e Caterina andiamo in un agriturismo. Otto giorni. Dobbiamo parlare. Capisci? Abbiamo bisogno, e con i bambini è impossibile.

Non avete alternativa?

Mamma è alle terme fino a venerdì prossimo, lo sai. I genitori di Caterina sono bloccati in paese per una quarantena, non possono prendere i ragazzi. Francesca, te lo chiedo proprio col cuore. Otto giorni.

Otto giorni

O magari nove. Torniamo domenica prossima.

Dalla sala arrivò un rumore riconoscibile: qualcosa era caduto.

Giulia, non toccare niente! gridò Marco senza nemmeno girarsi, con la voce spenta di chi lo ripete cento volte al giorno.

Marco. Parlai piano; il tono basso funziona meglio, come mi insegnarono. Io lavoro da casa. Mercoledì ho una presentazione online con clienti di tre città. Non ho mai avuto bambini per casa. Non so cosa mangiano, cosa dire, come metterli a dormire.

Mangiano tutto, tranne le cipolle. Leonardo non sopporta il pomodoro, ma se non lo dici, la salsa la mangia. Con Giulia basta il coniglio per farla dormire; Leo preferisce che gli si legga una storia, il libro è nel borsone.

Marco

Francesca Mi guardò negli occhi, e vidi lì qualcosa che mi strinse lo stomaco. Non pietà, qualcosa di più vicino alla stanchezza profonda, quella che non si discute. Se non andiamo adesso, non so cosa ne sarà della nostra famiglia. Non lo so, davvero.

Rimasi in silenzio. Fuori una nuvola bianca passava sopra il parco.

Otto giorni, dissi infine.

Grazie.

Non ringraziare in anticipo. Non prometto di non chiamarti dopo tre ore.

Sarò sempre disponibile. Caterina pure.

Marco se ne andò in fretta, un po troppo in fretta, come chi teme che lo fermino allultimo. Baciò i bambini, li rassicurò con qualche parola sulla zia più simpatica di tutti, lasciò sulla penisola le istruzioni scritte in fretta e, dopo un quarto dora, la porta si chiuse.

Rimasi sulluscio.

Leonardo e Giulia mi fissarono.

Li guardai.

Allora? domandai.

Allora? ripeté Leonardo, acconsentendo.

Avete fame?

Voglio il succo! intervenne Giulia.

Quale?

Quello arancione.

Allarancia?

No. Quello arancione.

Aprii il frigorifero: due bottiglie di acqua minerale, una vaschetta con verdure, yogurt bianco Mila e una bottiglia di prosecco a metà. Succo per bambini, nessuno.

Andiamo al supermercato, conclusi.

Evviva! urlò Leonardo e leco rimbalzò sui soffitti alti.

Mi pizzicò il nervoso.

Il supermercato era nel palazzo accanto, cinque minuti a piedi. In quei cinque minuti Giulia perse il coniglio quattro volte, Leonardo schiacciò tutti i pulsanti dellascensore compreso quello di emergenza e mi raccontò di un certo Matteo della sua classe che sapeva sputare i semi a due metri di distanza. Seppi di Matteo più di quanto volessi.

Comprai quattro tipi di succo, latte, pane, yogurt alla fragola, pasta, hamburger di pollo già pronti, mele, banane e biscotti allegri che Leonardo infilò nel cestino mentre stavo scegliendo tra i formaggi. Non glieli tolsi. Era una piccola resa, qualcosa che non mi sarei perdonata la settimana prima.

Il primo giorno filò liscio. Escludendo che Giulia rovesciò il succo arancione sul tavolino e che Leonardo si schiantò contro lo stipite, piangendo per cinque minuti. Non sapevo come consolare i bambini, gli diedi dellacqua e dissi: Passa. Il mio solito consiglio agli adulti. Stranamente, funzionò; Leonardo smise e andò a vedere i cartoni sul tablet che Marco aveva infilato nel borsone.

A letto non ci volevano andare né alle nove, né alle dieci, né alle dieci e mezza. Alle undici, lessi a Leonardo un libro sullorso che cercava i lamponi, due volte, come richiesto. Giulia dormiva già abbracciata al coniglio; la presi tra le braccia con delicatezza e la misi nella stanza degli ospiti. Era leggera come un piccolo sole. Non si svegliò.

In cucina mi preparai una tisana nella mia termos Smeg e accesi il portatile: tre giorni alla presentazione, due slide da terminare, introdurre il discorso a memoria.

Eppure non riuscivo a concentrarmi.

Il mattino del secondo giorno iniziò alle sei e trentasette. Ricordo il numero perfettamente: ho guardato mentre nasceva il frastuono in salotto.

Leonardo era in piedi prima di tutti e aveva costruito una fortezza con i cuscini del divano. Tutti i cuscini sul pavimento, coperta inclusa; lui, in mezzo, mangiava i biscotti trovati chissà come nella credenza. Biscotti sparsi dappertutto.

Buongiorno, disse tranquillo.

Buongiorno.

Sai fare i pancake?

Le frittelle?

Sì, quelle rotonde collo sciroppo dacero.

Non ho sciroppo dacero.

Peccato.

Cucinai la crema di grano saraceno. Leonardo la gustò senza proteste. Giulia si svegliò alle otto, arrivò in cucina col coniglio e il visino assonnato.

Voglio la pappa come Leo.

Pensai che tutto sommato non stava andando male.

Il disastro avvenne martedì, alle due del pomeriggio.

Ero al tavolo, rifinendo la presentazione. I bambini giocavano in bagno: Leonardo aveva trovato vecchie bollette nel comodino e le aveva trasformate in una flotta di barchette di carta. Mare apparentemente sicuro, acqua nella vasca, silenzio.

Venti minuti dopo il silenzio svanì.

Me ne accorsi solo salendo a prendere lacqua: uno strano luccichio sotto la porta del bagno mi fece rabbrividire.

Oh no, mormorai. Era già tardi.

Il rubinetto correva. I bambini avevano giocato e poi, secondo la versione di Leonardo, eravamo usciti a vedere i cartoni. La nave ammiraglia si era incastrata nello scarico, lacqua era straripata per almeno dieci minuti.

Chiusi lacqua. Guardai il bagno sommerso. Chiusi gli occhi.

Dopo venti minuti suonarono. Ero ancora a raccogliere acqua col mocio, le pantofole di lana praticamente sacrificate.

Chi è?

Sono il vicino di sotto. Settimo piano.

Aprii. Davanti a me un uomo sulla quarantina, alto, un po spettinato, jeans e maglione blu scuro. In mano, un telefono con una foto di macchia umida sul soffitto, espansa dalla lampada.

Sono Andrea. Appartamento settantadue.

Francesca. Ottantaquattro. Sospirai. So cosè successo. I bambini

Capito. Rimise il telefono in tasca. Dò una mano?

Lo fissai. Attesi la classica sequela di rimproveri, di minacce di amministratore e citazioni di danni. Ero pronta, era il mio lavoro, a modo mio.

Ha detto dare una mano? chiesi, quasi stupita.

A quanto sento, avete ancora il lago in casa. Ho un phon industriale e una buona scopa. Intendo, di quelle professionali.

Leonardo spuntò alle mie spalle.

Sei tu il vicino di sotto? domandò curioso. Hai il soffitto bagnato per colpa nostra?

Già, Andrea annuì. Ma non aggiunse nulla di cattivo, solo chinò un po la testa e chiese: Le barche galleggiavano bene?

Alla grande! Avevo una portaerei!

Niente male.

Entra pure, dissi. Trattenere era inutile.

Lora successiva la ricordo sfuocata. Andrea mi aiutò davvero, senza fretta né lamentele, lasciando a Leonardo la scopa, responsabilità vissuta come un compito di massima importanza. Giulia sorvegliava dai battenti, coniglio in braccio e ogni tanto segnalava: Qui cè ancora bagnato. Ed era sempre vero.

Il soffitto? domandai a fine trauma.

Un po di danno. Ma la calce era già vecchia, tanto ne dovevo rifare la tinteggiatura. Si asciugherà.

Pagherò tutto io.

Vediamo. Scrollò le spalle. Un vediamo tranquillo, come chi parla del tempo. Da molto avete i bambini?

Da due giorni.

Vostri?

Nipoti No, non ho figli.

Annì, guardò Leonardo che studiava il telecomando come fosse una plancia di comando.

Ho capito, disse Andrea. Un consiglio: meglio mettere una griglia bloccante nello scarico del bagno. Si trovano dovunque. E chiudere sempre bene il rubinetto.

Lo terrò a mente.

Buona fortuna. Raccolse la scopa. Sulluscio si voltò. Se serve, settimo piano. Non fate complimenti.

Perché siete così calmo? sfuggì alla mia bocca una domanda che non pensavo di porre.

Andrea ci pensò un attimo.

Che dovrei fare, urlare? Il soffitto asciuga comunque.

Se ne andò. Mi appoggiai alla porta chiusa dietro di lui. Il sole tramontava. In cucina Giulia pretendeva metà dei biscotti rimasti da Leonardo. Intervenni da giudice imparziale, dividendoli ugualmente.

Per la prima volta mi guardarono con rispetto.

Il mercoledì mattina mi preparavo alla presentazione. I due guardavano i cartoni in salotto, piatti di mele e cracker in cucina, tutto sembrava sotto controllo.

La presentazione iniziò alle undici. Seduta al computer, giacca da ufficio sopra la maglia. Dalle tre città dItalia: sette collegati. Il direttore di Milano, due partner di Roma, il referente del Veneto.

I primi quindici minuti perfetti: presentai la nuova collezione Estel, spiegai le tariffe, risposi a un paio di domande.

Al sedicesimo minuto, Giulia spalancò la porta.

Zia Fra! urlò con voce che probabilmente arrivava al settimo piano Leonardo mi ha preso il coniglio!

Giulia, lavoro.

Lui dice che il coniglio è brutto!

È brutto! si sentì dalla sala.

Scusate, un attimo dissi agli interlocutori, in tono impeccabilmente calmo.

Misi in pausa, andai in salotto: Leonardo col coniglio per un orecchio, Giulia dallaltro lato. Li feci mollare. Il coniglio cadde, Giulia lo raccolse e se lo strinse al petto.

Leonardo, riesci a guardare i cartoni in silenzio?

È finito.

Mettine un altro.

Ma quale?

Il prossimo che capita.

Cè la pubblicità.

Lo guardai negli occhi. Lui nei miei. Presi il telecomando, misi un cartone qualsiasi, tornai al computer.

Otto minuti dopo, Leonardo si presentò muto vicino alla scrivania. Parlavo ancora con i clienti, ma percepivo la domanda inespressa.

Devo andare in bagno, dichiarò chiaro e forte nel microfono.

Il direttore di Milano rise per primo. Poi tutti gli altri. Sentii le guance scaldarsi: non mi succedeva da quindici anni.

Sai dovè.

Sì, ma volevo dirlo.

Vai pure.

Uscì. Ripresi la riunione; la formalità era compromessa, ma la conversazione divenne più umana. Un partner romano disse davere tre figli, che capiva perfettamente; il referente veneto confermò linteresse per la collezione. Ci accordammo per rivederci.

Chiusi il portatile e restai un po a fissare il nulla.

Poi mi resi conto che non ero affatto arrabbiata. Strano. Me lo sarei aspettata.

Andai in cucina, preparai panini col formaggio ai bambini. Leonardo disse che erano buoni. Giulia ne mangiò mezzo, impegnata a parlare col suo coniglio.

Suonarono alle quattro. Era Andrea con una griglia per lo scarico, comprata, diceva, al ferramenta mentre era in giro per il pane.

Vieni dentro.

Non lo avevo pianificato, mi uscì spontaneo. Andrea entrò, Leonardo spuntò gridando: Oh, quello che ci ha aiutato!.

Andrea si fermò a lungo, aiutandomi anche a tagliare il pane (meglio di me), friggere le polpette, e si unì ai bambini a una partita di Jenga. Giulia non sapeva giocare, ma tifava con il coniglio spettatore. Andrea prendeva la cosa sul serio, lo sentivi dal modo rispettoso con cui agiva, e i bambini lo percepivano.

Io restavo in cucina, a osservare.

Attento a quel pezzo laterale, Leo, Andrea consigliava se tiri piano, viene via facile.

Come lo sai?

Le torri hanno sempre un punto debole. Basta trovarlo.

Anche nella vita? chiese Leonardo con una saggezza improvvisa.

Andrea tacque per un attimo.

Una cosa simile.

Cenarono tutti insieme. Andrea restò naturale, sia a tavola che nel tagliare il pane. Alla mia domanda rispose che lavorava in uno studio di ingegneria come progettista, specializzazione noiosa, disse, ma importante. Sorrisi: Più importante che bella, disse, guardandomi con uno stupore silenzioso.

Giulia e Leonardo andarono a dormire senza storie. Andrea bevve il tè, ringraziò, si avviò.

Buonanotte, disse in ingresso.

Buonanotte. E grazie. Non solo per lo scarico.

Per tutto il resto.

Mi fissò una frazione più a lungo.

Te la cavi bene, per essere la prima volta.

Come lo sai che è la prima?

Perché sembra tu stia trasportando un vaso di cristallo e hai paura di romperlo.

Risi sul serio, senza pensare. Fu inatteso.

Se ne andò. Sullappendiabiti, il cappotto blu scuro di Giulia, accanto a quello di Leonardo. Il mio stava appeso distante, come se fosse un ospite.

Giovedì e venerdì furono diversi. Qualcosa era cambiato. Non sobbalzavo più a ogni rumore, la routine dei bambini mi era diventata familiare. Giulia amava sedersi accanto a me mentre lavoravo, e disegnava nel mio bloc-notes. Sue storie di conigli, tutti con nomi diversi.

Questa è mamma-coniglio, spiegava, prendendo sul serio la faccenda e questo papà-coniglio. Il piccolo si chiama Bottoncino.

Perché?

Perché è piccolo e tondo.

Perfetto, dicevo io.

Venerdì Andrea tornò con un vecchio gioco da tavolo, Città del Mondo, evidentemente retro. I bambini non ne conoscevano le città, ma si divertirono molto.

Da dove salta fuori?

Dalla mia infanzia. Qualche ricordo traslocando bisogna pure tenerlo, non si sa mai.

Hai fatto bene.

Restammo seduti sul parquet, Giulia si addormentò col braccio attorno al mio, senza che nemmeno me ne accorgessi.

Andrea vide. Non commentò.

Il sabato, su suggerimento di Andrea, andarono tutti al parco. Leonardo finì in una pozzanghera, incurante delle mie raccomandazioni, e tornò coi calzini bagnati. Se ne fregava del freddo.

Non sei triste?

Per cosa?

Hai i piedi bagnati!

Si asciugheranno, che importa?

Sei come Andrea, risposi distinto.

Andrea è fortissimo! Zia Fra, è il tuo amico?

È il vicino.

Cè differenza?

Sì.

Perché?

Non trovai risposta. Andrea intanto portava sulle spalle Giulia, che ascoltava i suoi discorsi sugli alberi con attenzione da adulta.

Domenica sera chiamò Marco: la sua voce era diversa, più allegra.

Come sono andati?

Vivi dissi Leonardo ha attraversato una pozzanghera, Giulia ha disegnato quarantasette conigli.

Rise.

Te la cavi.

Insomma. E tu, come state lì?

Meglio, molto meglio. Grazie.

Mi fa piacere.

La seconda settimana fu più semplice. Sapevo ormai che Leonardo rifiutava il pomodoro, ma mangiava la minestra al pomodoro se non gli dicevo cosa ci fosse dentro; sapevo che Giulia voleva la finestra socchiusa la sera. Sapevo che alle sette e mezza arrivava la stanchezza, meglio metterli a letto senza discutere. Piccoli dettagli che ormai venivano naturali.

Andrea veniva ogni sera, a volte portava qualcosa, più spesso solo la sua calma. Conversavamo in cucina, dopo aver sistemato i bambini. Di lavoro, di libri letti (Andrea aveva letto molto, inaspettatamente per un progettista strutturale), della città appesa tra cielo e pietra. Io lessi per la prima volta dopo mesi un romanzo regalatomi da lui, sulla solitudine e i segreti di una donna giapponese.

Giovedì, Leonardo mi chiese di mostrargli dove lavoravo.

Qui, indicai lo studio e il computer.

Sei felice della tua professione?

Credo di sì. Mi piace.

Papà dice che si dovrebbe lavorare solo se rende felici. Sennò che senso ha?

Saggio tuo padre.

Zia Fra, perché vivi da sola?

Così è capitato, e ci ho fatto labitudine. Mi è sempre bastato.

Bastava?

Esitai.

Sì, bastava.

Passò così, rapido, anche lultimo giorno. Marco arrivò alluna, con Caterina stavolta serena, più luminosa. Abbracciarono i figli senza staccarsi. Giulia pianse nel salutarmi, la tenni tra le braccia promettendole che sarebbe tornata. Leonardo mi diede la mano come un adulto, poi tornò e mi abbracciò di slancio.

La porta si chiuse.

Rimasi sola. Niente più cappottino blu accanto al mio. Solo silenzio.

In soggiorno, la cuscia indeformata del divano, un disegno lasciato a terra: famiglia di conigli, una figura dai capelli gialli appena fuori, zia Fra scritto con mano infantile.

Presi il disegno tra le mani. Poi andai in cucina. Riempì un bricco dacqua filtrata, scaldai il tè. Tutto in ordine, tutto come piaceva a me.

Mi domandavo quando sarebbe arrivato il solito sollievo, quello che tornava dopo ogni confusione, dopo ogni ritorno dallesterno.

Ma non arrivava.

Cera solo il disegno. E il silenzio, che ora era diverso: uneco vuota dopo una musica intensa, e non sai ancora se sia buono o triste lo ascolti, solo.

Restai in cucina a bere, girando lo sguardo verso il parco, riflettendo su Leonardo, che mi aveva chiesto se fossi felice; su Giulia, addormentata sul parquet vicino a me; su Andrea che tagliava il pane in fette precise. Su come era riuscito a esserci, sempre, senza chiedere in cambio nulla.

In quei nove giorni, non mi ero mai svegliata preoccupata per il lavoro. Era strano. Lansia era sempre stata la mia ombra.

Verso sera, indossai il mio maglione blu preferito. Presi il telefono. Lo posai. Poi, decisa, chiamai come non avevo mai fatto: andai di sotto, piano sette, suonai alla settantadue.

Andrea aprì subito. Sguardo attento.

Sono partiti, dissi.

Ho sentito la porta sbattere.

Che silenzio vieni a prendere un tè? Lho appena messo su.

Ci pensò un attimo.

Volentieri, rispose.

Salimmo. Rimise su il bollitore. Si sedette sulla stessa sedia alta della penisola dove sedeva Marco il primo giorno. Unaltra persona, unaltra conversazione.

Oggi, per la prima volta in nove giorni, non avevo niente da fare dissi e non so bene cosa significhi.

È bene o male?

Non lo so. Diverso. Cercavo le parole. Strano.

Ti abitui. Al nuovo strano.

Cioè?

Prima ti abitui ad essere sola. Poi cè un altro tipo di inusuale. Ci si adatta sempre.

Parli come chi ci è già passato.

Alzò lo sguardo.

Sono stato sposato. Sei anni. Poi basta. Tre anni che non lo sono più.

Mi dispiace.

Non serve. Doveva finire. Eravamo brave persone, solo non adatte insieme. Pausa. Il difficile non era la fine. Era il silenzio dopo. Scoprire che ci sono silenzi diversi: soli senza nessuno e soli con qualcuno.

Guardai la mia tazza.

Ho sempre pensato che il silenzio fosse libertà. Che la solitudine fosse una scelta.

Forse sì. Ma a volte si cambia idea.

Tu lhai cambiata?

Sto cambiando. I figli dei vicini che mettono a bagno il soffitto aiutano sorrise.

Ridemmo, sinceramente.

Andrea

Sì?

Potevo prendere la via facile, sfumare. Invece volli dirlo.

Mi piaci. Voglio che tu lo sappia.

Mi fissò.

Mi fa piacere. Anche tu mi piaci da un po.

Da quando?

Dal giorno che hai chiesto perché non mi arrabbiavo. Nessuno laveva chiesto, prima.

Strana motivazione.

I miei motivi sono sempre strani.

Rimanemmo a parlare fino a tardi. Di lavoro, di città, di quello che resta del rumore dei bambini, del parco che si vede meglio dallottavo che dal settimo piano. Quando uscì, mi prese la mano un istante.

Buonanotte, Francesca.

Buonanotte.

Sospirai contro la porta. Ma il silenzio era diverso. Più caldo, meno vuoto.

Tornai in salotto, poggiai il disegno di Giulia sulla mensola, accanto al vaso. La famiglia di conigli mi sorrideva, e anche la zia Francesca dai capelli gialli.

Un anno dopo.

La casa era cambiata. Poco, ma per chi la conosceva, tanto. Sullo scaffale libri per bambini dai colori accesi, lasciati dopo lultima visita dei nipoti. Sul davanzale, accanto al cactus, altri tre vasi con piantine: uno storto, innaffiato con troppo entusiamo da Giulia. Sullattaccapanni, due cappotti: il mio, blu scuro; uno da uomo, grigio.

Sul tavolino Estel il catalogo di Andrea, aperto sui progetti. Una tazza di caffè e un libro con un segnalibro a fianco.

Guardavo verso il parco, ora arancio e irregolare, e mi scoprivo finalmente abituata a qualcosa che pareva impossibile: cinque mesi di gravidanza, la pancia appena sporgente.

Andrea comparve dalla cucina.

Stanno arrivando, disse. Marco ha scritto che sono in macchina.

Tra mezzora saranno qui.

Leonardo ti ha chiamata?

Tre volte. Vuole sapere se può guardare i cartoni o andiamo al parco.

Può fare entrambe le cose.

Gli ho detto lo stesso.

Andrea mise su il tè. Poi mi fissò.

Come stai?

Bene. Solo le gambe un po pesanti.

Siediti.

Preferisco stare in piedi.

Francesca

Va bene.

Mi sedetti. Guardavo Andrea.

Sai, ci pensavo oggi un anno fa, questa domenica, loro tornarono dai genitori. Io ero in cucina ad aspettare che il silenzio mi leggerisse.

E poi?

Non si è fatto mai più sentire quel sollievo.

Mi ricordo. Sei venuta da me.

Tu aspettavi?

Ci pensò.

Non lo so. Speravo.

Il campanello insistette come solo i bambini sanno fare, con tutta lenergia in corpo.

È Leonardo, dissi.

Proprio lui.

Vai tu ad aprire. Faccio fatica ad alzarmi.

Andrea si avviò.

Zia Fra! annunciò Leonardo entrando a razzo Siamo arrivati! Andiamo al parco? Ci sono le foglie? Ti è cresciuta la pancia?

Leonardo, dai il tempo di entrare! si sentiva la voce di Marco.

Giulia entrò silenziosa, come sempre, e dopo aver cercato il mio sguardo, venne ad abbracciarmi. Senza dire nulla, solo uno stretto forte, da grande. Si scostò appena.

Zia Fra, il mio coniglio è qui?

È sulla mensola della stanza degli ospiti.

Lo sapevo.

Un frastuono di adulti, Nataliya che mi chiacchierava della strada percorsa, Leonardo che tastava tutta la casa. Poi sbucò col libro sullorso e i lamponi.

Hai tenuto la nostra storia!

Naturalmente.

Leggerai anche al piccolo?

Certo.

Bene.

Guardò Andrea. Andiamo, al parco?

Prima il tè, intervenni io poi il parco.

Dici sempre così.

E così continuerò.

Leonardo mi guardò con quella franchezza immutabile e profonda.

Zia Fra, adesso sei felice?

Dentro la casa, mille rumori: Andrea che ridacchiava con Marco, Nataliya che raccontava, Giulia che chiamava il coniglio. Il bollitore, il parco dorato fuori, la vita dentro, la pancia che si muoveva leggera.

Guardai Leonardo.

Sì, dissi. Ora sì.

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