Ha cresciuto un figlio da sola, con la sua pensione. Un giorno lo porta al centro commerciale e il ragazzo le dice qualcosa di INASPETTATO.

Caro diario,
oggi ho portato Daniele, il mio unico figlio, al grande centro commerciale di Milano usando i pochi risparmi della mia pensione. Lautobus andava piano, quasi sospeso, mentre Daniele si aggrappava al finestrino con gli occhi grandi come due piccole monete di cioccolato. Era la sua prima volta in una città così immensa; neanche la mia nonna Lettizia, che vive ancora nel piccolo borgo di Sestola, era solita uscire di tanto in tanto. La sua vita era un continuo ciclo: campagnamercatocasa.

Quella mattina, però, una speranza sembrava aver bussato al suo cuore:

Andiamo a vedere comè lì comè, nonna? chiese Daniele, tutto fiero di aver imparato la parola mall.
Al mall, nonna, rispose Lettizia, nascondendo un sorriso dietro il foulard. Aveva strappato qualche euro dalla pensione, mescolandoli al frutto fresco, al prezzemolo e a qualche vasetto di marmellata di pomodoro che vendeva al portico. Era tutta una questione di vedere Daniele felice.

Il papà di Daniele lavorava allestero, solo per due anni, ma erano già passati quattro. Il papà era sparito anni prima, dopo aver promesso di tornare da lavoro in città e non era più tornato. Così il piccolo Daniele era cresciuto sotto le cure di due mani rugose ma colme damore.

Non ti vergognerai di venire con la nonna? mi chiese Lettizia la sera prima.
Come potrei vergognarmi? Tu sei tutto quello che ho, rispose il bambino, con la serietà di chi pretende di essere già grande.

Usciti dallautobus, il mall si ergeva davanti a noi, luccicante e freddo, con pareti di vetro. Lettizia fece un respiro profondo, come se stesse per entrare in un altro mondo.

È davvero un edificio, non è uno scherzo, sussurrò.
Vieni, nonna, ti mostro cosa cè dentro!

Le porte si aprirono da sole e Lettizia rimase a bocca aperta.

Signore, è come se si aprissero le porte del paradiso, mormorò, facendo il segno della croce nella sua mente per non ridere di fronte al suo stupore.

Dentro regnavano luci fredde, musica di sottofondo, gente di corsa. Giovani con sacchetti di marca, donne con tacchi alti, bambini vestiti come uscite da una rivista. Sembrava di essere in un film.

Daniele mi stringeva la mano; Lettizia lo teneva per le dita come se fosse un tesoro.

Guarda, nonna, lì ci sono vestiti, lì ci sono giocattoli e quella è la band che vedi in TV.
Tanto, tanto, sussurrò, sopraffatta.

Entrammo in un negozio di abbigliamento per bambini. I vestiti erano ordinati per taglie, colorati, perfetti, a differenza del piccolo armadio di casa dove tre magliette e due pantaloni si contendono lo spazio da anni.

Provate quello che volete, mi disse una commessa sorridente.

Lettizia arrossì.

No, no, noi solo guardiamo

Ma Daniele già scivolava le dita su un felpa blu con un piccolo supereroe sul petto.

Nonna solo per vedere come mi sta non dobbiamo comprarlo.

Davanti al ripiano, tutti i suoi pensieri di pensione, bollette, olio, zucchero, medicine, si mescolavano a un ricordo più forte: la sua infanzia.

Prova, mamma, fammi vedere, disse con una voce più decisa di quanto si vedeva.

Lo aiutai a indossarlo; il felpa gli cadeva sulle spalle come se fosse stato cucito su di lui. Daniele si guardò allo specchio e, per un attimo, non fu più il ragazzino con le ginocchia sbucciate e i vestiti logori. Era un bambino come quelli che vede nei cartelloni pubblicitari.

Mamma, sembro come i ragazzi di città, sussurrò, cercando di non mostrarsi troppo felice.

Lettizia sentì gli occhi inumidire.

Sei stato bello anche con i vestiti vecchi, ma questo è fatto per te.

Il prezzo la fece fermare il respiro. Contò mentalmente quanti giorni di pane, quanti chili di farina, quanti biglietti del tram poteva comprare con quei soldi. Poi guardò di nuovo Daniele, che tirava timido le maniche del felpa, convinto che fosse pronto a rimetterlo al suo posto.

Mamma, lo prendiamo. È tutto, ma lo prendiamo.

Daniele sbatté le palpebre, incerto.

Sul serio, nonna?
Sul serio. E prenditi cura di lui, è una promessa di diventare grande e di accompagnarmi un giorno nei tuoi centri commerciali.

Continuammo a girare tra i giocattoli: Daniele si fermava a ogni auto in miniatura, a ogni set di mattoncini Lego, a ogni pistola luminosa. I suoi occhi brillavano, ma non chiedeva nulla. A sette anni aveva già capito che i desideri si pagano in denaro, e il denaro non cade dal cielo, ma dalle mani rugose della nonna.

Andiamo a guardare ancora, mamma, disse Lettizia, sentendo le ginocchia faticare. La nonna ti aspetta sulla panchina, mi hanno fatto male i piedi.

Ci sedemmo vicino alle scale mobili, su una panchina di legno lucido, Lettizia stringendo al petto il sacco di pane appena comprato dal panificio del mall. Il piccolo panino era come un pezzetto di campagna inserito in quel mondo di vetro.

Non vado lontano, nonna, disse Daniele. Vado solo al negozio di giocattoli di fronte.
Vai, ti vedo da qui.

Daniele corse goffamente, e Lettizia rimase sulla panchina, gli occhi fissi su di lui. Intorno, giovani con grandi sacchetti di carta, telefoni scintillanti, ridevano, scattavano selfie. Nessuno lo guardava, o se lo faceva, pensava fosse una vecchia contadina smarrita.

Ma lei non si sentiva smarrita. Per la prima volta, dopo tanto tempo, si sentiva al suo posto. Nel caos di luci, il suo cuore era colmo.

Guarda, Signore, che grande avventura chi avrebbe mai detto che avrei portato Daniele al mall? pensò, osservando il piccolo nella folla.

Osservò le sue mani, segnate da anni di lavori nei campi, di legna da trasportare, di lavare i panni. Quelle stesse mani che ora tenevano il sacco con il primo felpa vero del ragazzo. Erano mani che avevano tagliato il primo pezzo di pane, lo avevano cullato quando piangeva per la mamma, gli avevano asciugato le lacrime quando altri ridevano dei suoi stivali rotti.

Ora, stanche ma vibranti di emozione, le mani tremavano non per letà, ma per la felicità.

Una coppia giovane si sedette accanto a loro con sacchetti lucidi. La ragazza lanciò unocchiata veloce al sacco di pane e al vecchio cappotto, poi tornò a guardare le vetrine. Non sapevano che dietro quel sorriso affaticato si celava una storia più pesante di tutte le loro borse messe insieme.

Nonna!

La voce di Daniele tagliò il frastuono del mall. Corse verso di lei, le guance rosse di entusiasmo.

Ho preso le scale da solo! Ho visto un negozio pieno di palloni! E cera uno schermo enorme con i cartoni!

Parlava veloce, mescolando le parole, come se temesse di non riuscire a raccontare tutto. Lettizia lo guardava, convinta che non fosse stato uno spreco spendere quei pochi euro per il felpa e per il viaggio fino a lì.

Ti è piaciuto? chiese piano.
È il posto più bello del mondo, nonna. Ma sai, a casa nostra è ancora più bello.
Perché?
Perché lì ci sei tu. E lì si sente il profumo della tua zuppa. Qui si sente solo lodore dei soldi.

Rise, un riso breve, con le lacrime agli angoli degli occhi.

Hai ragione, piccolo mio

La prese in braccio, la mise sulla panchina, le diede un sorso di succo e una fetta di pane caldo. Rimasero così, spalla a spalla, al centro del mall, come su una piccola isola di tranquillità.

Intorno, la gente correva, le offerte lampeggiavano, le pubblicità brillavano. Nessuno sapeva che su quella panchina due anime si tenevano luna per laltra.

Nonna, mormorò Daniele dopo un po, mordicchiando il pane,
Sì, piccolo?
Quando tornerà mamma, la porti anche lei al mall?
La porto, come non potrei? Saremo tutti e tre. Tu con il tuo felpa nuovo, lei con la sua borsa carina, e io ancora con il mio vecchio scialle.
Le mostrerò tutto. Le dirò che sei stato tu a portarmi qui per la prima volta. Che lo sappia.

Il cuore di Lettizia si scaldò. Oltre le vetrine, oltre i riflessi, la vera ricchezza era proprio lì: un bambino di sette anni che non chiedeva nulla, ma che riceveva tutto quello che la nonna poteva dargli amore, tempo, le sue braccia stanche.

Non sono una donna da centro commerciale, pensò. Sono una donna di zappa e di guerra di tessitura. Se questo grande mondo lo fa sorridere, tornerò domani, dopodomani, finché le mie gambe ci reggeranno.

Alzò lo sguardo verso il soffitto di vetro.

Signore, veglia su di noi, proteggi il papà di Daniele dove è, il suo padre ovunque sia e dammi la forza in queste mani, per guidarlo sulla buona strada.

Daniele non aveva sentito la preghiera, ma, come se lavesse percepita, posò la sua piccola mano nella sua.

Ti voglio bene, nonna, disse semplicemente.

Lettizia non rispose, ma sfiorò il suo visetto con il capo e sorrise.

Il bagliore freddo del mall scomparve per un attimo; non importava più.

Su quella panchina, tra il sacco di pane e il felpa nuovo, una nonna e il suo nipote vivevano la loro piccola meraviglia: la gioia che nessun denaro può comprare, la certezza che, per quanto grande sia il mondo, qualcuno ti aspetta sempre con affetto, con due mani rugose piene damore.

Oggi ho capito che il vero valore non è nei soldi ma nei legami che costruiamo. La lezione che porto nel cuore è che, anche con pochi euro, basta un gesto damore per illuminare lintera vita di chi amiamo.

Fine.

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