La villa Moretti rimaneva silenziosa quasi tutti i giorni immacolata, fredda e costosa.
Alessandro Moretti, milionario sempre in completo elegante, con una mascella più dura del suo agenda, dirigeva il suo impero come un orologio ben oliato.
Ogni secondo contava.
Ogni euro aveva un preciso scopo.
Le emozioni erano solo distrazioni, anche dentro casa sua.
Da quando la moglie era morta, due anni prima, Alessandro si era tuffato nel lavoro.
Lunica presenza viva nella villa era Lorenzo, il figlio di otto anni pallido, silenzioso, confinato a un letto dospedale nella sua stessa camera.
Una rara malattia neurologica gli impediva di camminare e di giocare, e Alessandro lo visitava quasi mai.
Usciva presto, tornava tardi, assumeva i migliori medici, i migliori terapisti, le migliori infermiere.
Per lui, amare significava fornire risorse.
E pensava che bastasse.
E poi cera Silvana, la domestica.
Una donna di trentanni, dal volto sereno, sempre in un semplice grembiule grigiobianco, che si muoveva come unombra lungo i corridoi di marmo.
Era stata assunta solo per pulire. Niente di più.
Ma Alessandro cominciò a notare dei cambiamenti.
Lorenzo, prima apatico e ritirato, sorrideva. Mangiava di più. A volte canticchiava.
Alessandro cercò di ignorare, ma qualcosa lo turbava.
Una notte rivide le registrazioni della telecamera del corridoio.
Un solo sguardo gli tolse il fiato.
Silvana era seduta accanto al letto di Lorenzo, tenendogli la mano.
E non era tutto: gli accarezzava i capelli, gli raccontava storie, rideva con lui. Aveva portato anche un orsetto di peluche che chiaramente non apparteneva alla villa.
Video dopo video mostravano Silvana mentre nutriva Lorenzo, cantava piano, gli metteva una garza umida sulla fronte quando aveva la febbre.
A volte dormiva sulla poltrona accanto al letto, quando lo stato del bambino peggiorava.
Nessuno le aveva ordinato di fare tutto ciò.
Alessandro fissò lo schermo molto dopo che il video fosse finito.
Eppure una parte di lui rifiutava di credere fosse pura benevolenza.
Perché una domestica dovrebbe curarsi così tanto? Che cosa voleva?
Consumato dal dubbio, prese una decisione drastica: installò una telecamera nascosta nella camera di Lorenzo piccola, silenziosa proprio sopra la lampada da tavolo.
Si ripeté a sé stesso che era per la sicurezza del figlio. Che aveva il diritto di sapere cosa accadeva sotto il suo tetto.
La notte successiva, chiuso nel suo studio, aprì la trasmissione in diretta.
Silvana era appena arrivata. Lorenzo era pallido e debole sul letto, stringendo un cuscino.
Silvana si sedette accanto a lui e prese le sue mani.
Ho portato il tuo dolce preferito sussurrò, tirando fuori un tovagliolo piegato. Due biscotti al burro. Non dirlo allinfermiera.
Lorenzo sorrise debolmente.
Grazie.
Silvana si avvicinò.
Sei così forte, lo sai? Più forte di tutti gli eroi dei cartoni.
Il labbro di Lorenzo tremò.
Mi manca la mamma.
Lo sguardo di Silvana si fece tenero.
Lo so, amore mio. Anche a me manca.
Allora fece qualcosa che Alessandro non si aspettava: la sua mano scivolò sul capo di Lorenzo, lo baciò sulla fronte.
Non lascerò che succeda nulla di brutto, ti prometto disse con voce rotta. Nemmeno se tuo padre non tornerà più.
Il cuore di Alessandro si rattrappì.
Quella notte non dormì.
Guardò ogni secondo, ogni gesto.
Altre registrazioni, altre notti.
Silvana leggeva a Lorenzo. Asciugava le sue lacrime. Lo difendeva dalle infermiere dure. Sfidava i medici per assicurargli le cure migliori.
Non era solo una domestica. Era la protettrice del suo bambino. Una madre travestita.
Alessandro, cieco nella sua routine, non laveva mai vista.
Il momento decisivo arrivò in un martedì di pioggia.
Lorenzo ebbe una convulsione.
Il team medico tardò a reagire, ma la telecamera catturò Silvana che correva, stringendo la testa del ragazzo e sussurrava:
Stai con me, tesoro. Sono qui. Ti proteggo.
Quando la crisi finì, scoppiò in lacrime, aggrappata alla mano di Lorenzo come se fosse la sua ancora nel mondo.
Quella notte Alessandro rimase sulla soglia dellospedale, a osservare Silvana.
Lei non sapeva che lui fosse lì. Tenva di nuovo la mano di Lorenzo e pregava a bassa voce. Il bambino dormiva, al sicuro.
Il milionario che credeva che i soldi risolvessero tutto rimase senza parole.
Aveva costruito un impero, ma quella donna, quasi invisibile mentre spazzava il pavimento, aveva costruito qualcosa di più grande: un legame, una casa, una ragione per vivere.
E lo aveva capito solo perché aveva spiarlo attraverso una telecamera che ora detestava.
Alessandro non la chiamò. Rimase fermo nella porta, zuppo dalla pioggia.
Silvana era seduta accanto a Lorenzo, ignara della sua presenza, canticchiando una ninna nanna. Le sue mani accarezzavano il bambino mentre gli occhi si alzavano in una preghiera silenziosa.
Alessandro strinse i pugni. Aveva accumulato ricchezze, vinto premi, conquistato il mondo.
Ma in quella stanza capì: era luomo più povero del pianeta.
Entrò lentamente.
Silvana alzò lo sguardo, spaventata. Si alzò di scatto, sistemando il grembiule.
Signor non sapevo che fosse qui mormorò.
Il suo tono era diverso, più umano.
Alessandro si sedette.
Ho visto le registrazioni disse con voce spenta.
Silvana si irrigidì.
Ho installato la telecamera. Dovevo sapere cosa succedeva quando non ero presente.
Inspirò a fondo.
Pensavo che qualcuno volesse ingannarmi o ingannarlo.
Le sue labbra tremarono.
Alessandro si girò verso di lei.
Mi vergogno di aver dubitato di te.
Un silenzio pesante cadde tra loro.
Allora Silvana parlò, lentamente:
Non ho fatto nulla per te.
Alessandro annuì.
Lo so.
La sua voce si incrinò.
Mio figlio è stato malato per cinque anni in un piccolo ospedale di provincia.
Alessandro ingoiò a secco.
Aveva leucemia. Aveva sei anni. Lavoravo due turni, ma non riuscivo a pagare le cure.
Silvana respirò profondamente.
Ho tenuto la sua mano finché è diventata fredda.
Le lacrime le scivolarono, ma non le asciugò.
Quando ho visto Lorenzo ho visto i miei stessi occhi. La stessa tristezza. Non ho potuto salvare il mio bambino, signor Moretti. Ma ho promesso a Dio che, se avessi avuto unaltra chance, avrei protetto un altro bambino con tutto quello che mi resta.
Alessandro abbassò lo sguardo.
Con tutti i suoi milioni, non aveva stretto la mano al proprio figlio da mesi.
Silvana, una donna a salario minimo, gli offriva tutto ciò che aveva.
Non lo sapevo sussurrò lui.
Non ho voluto che lo sapessi rispose lei. Era solo tra me e lui.
La voce di Alessandro si spezzò.
Scusami.
Prese la mano di Lorenzo per la prima volta in mesi e la tenne con cura.
Pensavo che bastasse il denaro mormorò. Medici, infermiere Credevo che questo mi rendesse un buon padre.
Silvana lo guardò con dolcezza.
Il denaro aiuta a sopravvivere.
Lamore fa voler vivere.
Quelle parole non lo avrebbero più abbandonato.
Le ore passarono, la pioggia diminuì.
Prima che Silvana andasse a riposare, Alessandro si alzò.
Voglio offrirti qualcosa disse.
Lei si irrigidì.
Signor se ho fatto qualcosa di sbagliato
No lo interruppe, respirando a fondo. Non sei più la nostra domestica. Né mia, né di Lorenzo.
Silvana lo fissò, incredula.
Voglio che tu faccia parte della nostra famiglia.
Le parole le riempirono gli occhi di lacrime.
Non per pietà aggiunse lui. Ma perché ho bisogno di te. E ti amo. Lo so.
Le lacrime scrosciarono.
Non so cosa dire
Dì sì chiese piano.
Silvana annuì.
Sì.
Mesi dopo, la villa Moretti non era più fredda.
Non erano i marmi né i lampadari a brillare era la loro presenza.
Silvana non indossava più il grembiule. Era semplicemente Silvana.
Lei, Alessandro e Lorenzo trascorrevano pomeriggi sul terrazzo a leggere o a guardare il tramonto.
E la gioia tornò.
Il sorriso di Lorenzo rifiorì. Le risate riecheggiarono di nuovo nei corridoi.
Alessandro smise di essere solo un CEO. Divenne padre non per obbligo, ma per amore.
Tutto perché una domestica, ignorata, aveva stretto la mano del bambino e gli aveva insegnato che cosè il vero amore.






