26 maggio
Oggi mi sono fermata un attimo a guardare il giardino, ordinato e pieno di aiuole, quelle che mi ha fatto Pietro. Ha persino costruito una bella pergola di legno dove ora mi siedo a leggere. In casa poi, la sua mano da uomo si sente ovunque: piccoli lavori, riparazioni, tutto in ordine. No, proprio bene ho fatto a scegliere lui come marito. Anzi, benissimo. E poi Pietro non solo si dà da fare in casa: lavora e porta soldi, lira dopo lira, cerca sempre di sorprendermi con un pensierino nuovo.
Ma tu non mi hai mai amato. Mi hai sposato senza amore. Ora mi lascerai, adesso che sono malato… mi ha detto qualche sera fa, con una voce rotta che non gli avevo mai sentito.
Non ti lascerò mai! gli ho detto, stringendolo forte. Sei il miglior marito che potessi desiderare, Pietro. Mai e poi mai ti lascerei…
Mi guardava come se non ci credesse. In effetti lumore di Pietro era pessimo, cupo.
Ho passato venticinque anni da sposata, ed anche ora continuo a piacere agli uomini. Era così anche da ragazza: la più corteggiata del paese, persino alle medie tutti i ragazzi cercavano di farsi notare da me. Eppure, ecco la verità, non sono mai stata una grande bellezza.
Non ho mai lasciato mio marito, anche se era un tipo piuttosto complicato.
Sono rimasta accanto a Stefano fino alla fine. Abbiamo cresciuto insieme nostra figlia, Giulia, che si è sposata e ora vive in Francia con suo marito. Spesso ci mandano foto bellissime dalle Alpi, e ci invitano a trovarli. Io e Stefano però non ci siamo mai decisi ad andarli a vedere insieme… Forse prima o poi andrò da sola. Ma Stefano ormai non cè più.
È morto in un incidente dauto, una cosa assurda… Alla fine mi hanno detto che probabilmente si è sentito male mentre guidava, il cuore ha ceduto e non ha fatto in tempo a fermarsi.
Sarà svenuto? ho pensato, cercando di trovare un senso.
Ormai non lo sapremo mai… ha sospirato la mia amica Giovanna, che è medico. Cause: traumi multipli, incompatibili con la vita.
Sono rimasta scioccata. Giovanna mi ha aiutato a sistemare tutto quanto.
Lei, grazie alle sue conoscenze in ospedale, ha saputo tutto prima degli altri. Abbiamo seppellito Stefano, e io sono rimasta da sola, in questa grande casa che abbiamo costruito insieme, giorno dopo giorno.
A due la casa sembrava quasi piccola, spesso piena di amici e parenti. Ma ora… sola, mi pesa come un macigno.
Casa è casa. Ma dentro si sente la mancanza di una presenza maschile…
Giulia è tornata solo per salutare suo padre. Poi abbiamo parlato di vendere la casa, comprare un appartamento e magari trasferirmi con loro.
Ma sei matta? ho gridato. Non ho passato anni a costruire questa casa per venderla! E in Francia non ci voglio andare. Ci sono stata, grazie…
Mamma!
Sei sempre la solita, Giulia! le ho sorriso, anche se avevo le lacrime agli occhi. Tranquilla, sto solo scherzando…
Ah, meno male. Allora forse non va tutto così male.
La verità però era complicata, come lo era anche Stefano. Da una parte, era premuroso, dolce, presente. Daltra parte, era irritabile, lunatico. Bastava una giornata no, e mi faceva uscire pazza. Poi si scusava, si pentiva, e io, con il mio carattere, dimenticavo in fretta. Così abbiamo vissuto per venticinque anni… Viene quasi da ridere.
Giulia ha ripreso il treno, il marito la aspettava, e io sono rimasta sola.
Ma conoscendo me stessa, sapevo che sarebbe stata una solitudine temporanea.
Infatti, passato il lutto per sei mesi, mi sono accorta di avere già attorno una piccola corte di pretendenti.
Mia madre, tempo fa, non capiva mai perché mia figlia fosse così ricercata.
Ma cosa ci trovano in te? Si mettono in fila! E nemmeno sei una bellezza, che devo dirti…
Sei troppo buona, mamma. le dicevo, mentre mi mettevo il rossetto. La bellezza non significa niente. È tutto questione di fascino e personalità. Una donna deve avere carisma, il resto serve a poco.
Va va, vai pure a divertirti, che quello ti aspetta. rideva lei. Se ti stanchi te ne arriva un altro…
Infatti, ce ne saranno sempre altri…
Da allora sono passati quasi trentanni, e nulla è cambiato. Ancora oggi tutte si lamentano che, dopo i quaranta, non si trovano più uomini con cui rifarsi una vita.
Io questo problema non lho mai avuto. A quarantasei anni eccomi con due pretendenti, entrambi niente male.
Il cuore mi portava verso Francesco. Era elegante, raffinato, un uomo con cui si parlava volentieri e ti sentivi anche fiera a uscire insieme. Per parlare era un vero maestro. Però, con lesperienza accumulata, sapevo che uomini così non sono fatti per vivere insieme, e ancor meno per gestire una casa grande come la mia.
Laltro, Pietro, era più schietto, un vero uomo di campagna: la classica persona che la domenica si scola una bottiglia di vino senza battere ciglio, ma con le mani doro e il cuore buono, deciso e gentile insieme.
Con la moglie poi sarebbe stato docile come un cagnolino, ma se ce nera bisogno, avrebbe spostato le montagne. Eppure, a me piaceva meno: sciocca logica femminile.
Non era un gran parlatore Pietro, anzi, di solito taceva. Solo col vino si scioglieva e raccontava aneddoti, battute, a volte persino barzellette. Però, il giorno dopo, era già in piedi che lavorava, senza mai lamentarsi. Era lui quello che ho scelto.
A Francesco le mie parole dolci non bastavano e si è offeso, se nè andato.
Ho sposato Pietro, e lui è stato luomo più felice del paese. Al matrimonio ha bevuto un po troppo ed ha ballato e cantato fino a crollare.
Sei uno spettacolo, rideva Giovanna. Neanche un anno è passato dalla morte di Stefano e già ti sposi di nuovo. Le altre ci mettono una vita a trovare qualcuno, tu ti basta che esci di casa, e si mettono in fila!
Non dirmi che vuoi sapere anche tu cosa ci trovano in me, come diceva mia mamma…
No, stavolta no. Ma che tu sia sempre stata molto richiesta, è un dato di fatto.
Lo chiedo ancora a mia mamma, io non lo so…
Poi ho strizzato locchio a Giovanna e sono andata a ballare col mio nuovo marito. Mi lasciavo andare, cacciando via anche lultimo dubbio.
Cosa importa che Pietro sia un tipo semplice? È forte, bravo con le mani. Ed esteticamente ha ancora il suo fascino. Magari è pure un bene che taccia la maggior parte del tempo.
E se avessi scelto Francesco? Con le belle parole non si fa mica la polenta…
Nel giro di pochi mesi, Pietro ha trasformato il mio giardino in un angolo incantato. Ha sradicato alberi secchi, livellato la terra, fatto aiuole fiorite, costruito una pergola. In casa si sentiva davvero la presenza di un uomo.
Sì, la mia scelta è stata proprio giusta.
E poi Pietro porta anche uno stipendio a casa, non mi fa mai mancare un regalo, un pensierino.
Alla fine ho paragonato questi pochi anni con Pietro ai venticinque passati con Stefano, e mi sono davvero pentita di non aver incontrato Pietro prima. Un uomo doro!
Con la bella stagione ci piace preparare la grigliata la sera, cenare insieme sotto la pergola, con il tavolo di legno che ha costruito lui, le panche robuste.
Mi sazio di salsicce e lui mi guarda e sorride.
Che cè, Pietro?
Niente. È solo che sono felice.
La prima moglie di Pietro era una noia mortale. Mai avrebbe immaginato di trovare una donna come me.
Abbiamo vissuto quattro anni davvero sereni. Poi Pietro ha iniziato a non sentirsi bene.
Si stancava subito, dimagriva, e se si concedeva un bicchiere di vino, si sentiva ancora peggio.
Pietro, devi andare dal medico! mi sono preoccupata. Perché aspetti? Non va bene.
Ma figurati, Caterina! Passa tutto, vedrai!
Ma che dici, nel 2024 ancora ai rimedi della nonna credi? Vai da un dottore, per favore!
Non voleva parlarmi del suo vero timore: quello che se davvero si fosse ammalato, io lo avrei lasciato. Che sarei scappata da un uomo malato.
Lui lo sapeva che lavevo sposato più per pragmatismo che per passione, ma lui, lui sì che mi amava. Da morire.
Mi aveva vista per caso in un negozio, persa dentro la borsa a cercare il portafogli, e si era innamorato allistante. Cera qualcosa nella mia goffaggine che lo aveva colpito dritto al cuore.
Sua madre, Maria, laveva guardato stranita quando le aveva presentato la fidanzata.
Ma cosa ci hai trovato? Non è bella, non è giovane… Per te ci sarebbero state tante ragazze!
Ma a lui nessunaltra interessava. E ora che era malato, temeva davvero che non gli sarei più servita.
Non sono riuscita a convincerlo a farsi vedere. Era un sabato sera, avevamo ospiti: Giovanna e suo marito. Pietro e Carlo bevevano birra e arrostivano le costine, mentre io e Giovanna preparavamo linsalata.
Ma Pietro sta male? mi ha chiesto lei a bassa voce.
Non lo so più, ho sbottato. È da settimane che lo prego di andare a farsi controllare, ma niente! Tu che dici? Secondo te cè qualcosa che non va?
Sì, guarda… mi sembra dimagrito, la pelle ha una strana tinta.
Madonna santa! Parlagli tu, sei dottoressa! Forse con te ti ascolta!
Giovanna mi ha fissato intensamente.
Ma tu lo ami davvero, Caterina? Perché mi ricordo i tuoi dubbi…
Sono rimasta zitta, imbarazzata.
Ma non ha mai fatto in tempo a parlargli: quella sera durante la cena Pietro è svenuto. Ambulanza, corse allospedale. Io gli stringevo la mano e pregavo.
Lo hanno operato subito.
Tumore al fegato.
Tumore?! mi si è gelato il sangue.
Dobbiamo aspettare lesito delle analisi.
Per fortuna la massa era benigna, ma era già grande.
I dottori gli hanno vietato quasi tutto, la convalescenza sarebbe stata lunga. Chissà se si sarebbe mai ripreso…
Pietro si è depresso molto. In ospedale è venuta a trovarlo sua madre.
Io lavoravo, lei arrivava con le polpette al vapore, lunica cosa che poteva mangiare.
Ma guarda come ti sei lasciato andare! Devi essere contento, sei vivo, niente tumore! Forza, mangia!
Non mi va…
Devi! E Caterina viene a trovarti almeno?
Sì… per ora, sospirava Pietro.
Ma dici seriamente? Hai paura che ti lasci? Ma figurati!
Ormai non servo più a niente. Neppure lavorare posso. Ho solo cinquantanni e già sto così. Cosa me ne faccio?
Che succede qui? sono entrata in quel momento. Buongiorno Maria.
Meglio che io vada. Ciao Caterina, stammi bene.
Ho lavato le mani e sono andata da Pietro, steso supino e disperato.
Su, non fare così, “invalido”! Hai tutte le braccia e le gambe, il resto passa. Sai cosa ho letto sul fegato?
Che cosa?
È uno degli organi che si rigenera da solo. Basta che ne resti il cinquanta per cento che si rimette a nuovo. A te ne è rimasto il sessanta. Devi solo avere pazienza!
Sì, ma il tempo ce lho?
Come?
Il tempo…
Pietro, ma che dici? Cè qualcosa che non mi hai detto? Hai nascosto qualcosa ai dottori?
No, no… non è quello.
Dopo un paio di settimane Pietro è tornato a casa. Da lì è iniziato il periodo più duro. Bastava facesse qualche lavoretto che si stancava subito. Lo buttava giù.
Si avvicinava il suo compleanno, ma non gliene importava più niente: niente vino, niente abbuffate. Sembrava la fine del mondo!
Io però facevo finta di nulla e mangiavo allegramente con lui le verdure bollite, per non farlo sentire solo.
Caterina… si è fatto coraggio una sera. Ma cosa ne sarà di noi ora?
Che vuoi dire?
Sto guarendo piano. Mi lascerai? Dimmi la verità, ora.
E perché dovrei lasciarti? Io con te sto bene.
Sì, finché facevo tutto in casa, lavoravo… E ora? Che gusto ci trovi? Io con me stesso ora non mi sopporto neanche…
Dai, rimettili insieme questi cocci!
Ma ci provo! Ma guarda… ho preso in mano il martello due volte e sono più stanco di un cane.
Mi sono avvicinata e, da dietro, lho abbracciato forte. Appoggiando la guancia ai suoi capelli.
Ti amo. Non ti lascerò mai. Guarisci al tuo ritmo, non avere fretta.
Mi ami? Sul serio?
Davvero.
Pietro non lho lasciato. E piano piano si è ripreso.
Il suo compleanno lho organizzato senza liquori o vino, così non sentiva la mancanza.
Sono venuti anche gli amici, abbiamo cenato nella pergola, giocato a carte e riso.
Tu sì che hai trovato la moglie giusta, Pietro, gli hanno detto quando sono andati via.
Scommetto che adesso andrete a bere per farmi un brindisi!
Abbiamo riso tutti. Poi, la sera, io e Pietro da soli sul portico, in silenzio a guardare le stelle. Felici. Quella sera Pietro si è sentito meglio come non accadeva da mesi.
Ha creduto che la forza per guarire ci fosse ancora. E che io, davvero, non lo avrei mai lasciato. Mi ha abbracciata più forte del solito.
Che cè, Pietro?
Va tutto bene, mi ha detto sorridendo.
Era ora. ho detto io, baciandolo sulla guancia.
E in quel momento, finalmente, eravamo felici.




