26 giugno 2024
Oggi mi sono trovato a riflettere su una storia che mi ha davvero colpito e con cui, in qualche modo, mi sono identificato. Lho letta ieri su Facebook e mi ha dato tanto da pensare.
La protagonista è una ragazza di nome Simonetta. La madre le ha affidato un vecchio anello appartenuto alla nonna, la signora Teresa. Questo anello, però, non ha nulla di raffinato: non è un gioiello vintage dal fascino particolare, ma anzi, il disegno è goffose così si può diree per di più era troppo largo per il dito di Simonetta. Per lei, era impensabile indossarlo. Così, ragionando che ormai quellanello era diventato suo, ha deciso di portarlo da un orafo a Torino e, con una piccola differenza di prezzo in euro, lha scambiato con un modello moderno che le piaceva davvero.
Così, entusiasta per il suo nuovo acquisto, ha chiamato la madre, Antonella, sperando di condividere la sua gioia. Invece, Antonella ha avuto una reazione forte e accesa:
Ma come hai potuto farlo? le ha gridato al telefono. Hai venduto lanello senza nemmeno consultarmi? Non è solo un oggetto! È un ricordo di famiglia, una memoria di tua nonna!
Simonetta ha cercato di spiegare che, essendo lanello ormai suo, sentiva di avere diritto a farne ciò che voleva. Ma Antonella non ne voleva sapere: era profondamente offesa e amareggiata. In quel momento, si sono lasciate sul filo del telefono, ognuna affranta. Qualche giorno dopo, la madre ha provato a chiamarla di nuovo, ma Simonetta era ancora troppo arrabbiata per rispondere. Così Antonella le ha mandato un messaggio, chiarendo che quellanello non era mai stato un vero e proprio regalo, ma solo un oggetto che le aveva dato in custodia. Un custode non può essere libero di disfarsene. Simonetta si è chiesta: A che serve allora? Si è sentita confusa e amareggiatala situazione era davvero imbarazzante. Era strano che sua madre facesse così tante storie per un oggetto che, tra laltro, non era neanche un vero ricordo, visto che la nonna Teresa era ancora viva e che i rapporti tra le tre donne erano piuttosto tesi. Che valore aveva allora quella memoria di famiglia?
Ripensando a tutto questo, mi chiedo: cosa avrei fatto io? Da parte mia, non sarei mai riuscito a privarmi di una cosa così simbolica. Magari non sarebbe una meraviglia di manifatturapiù ordinaria che preziosama pur sempre un frammento della storia di casa mia. Ogni famiglia ha la sua eredità, fatta anche di piccoli oggetti che, pure se non indossati mai, diventano rari, acquedotti di affetto tra generazioni. E allora mi immagino il giorno in cui i miei figli, o i figli dei miei fratelli, guarderanno questi cimeli e si domanderanno quali gusti avessero i loro antenati, quali usanze andassero per la maggiore. La moda va e viene. Ma ciò che resta è il senso di appartenenza, di radici. E quando la madre non ci sarà più, quellanelloo qualunque altro oggettoresterà un punto di collegamento con lei e con la nonna.
E invece Simonetta ha preferito scambiarlo subito per qualcosa che la rappresentasse meglio. Nemmeno voglio parlare della qualità delloro che si trova oggi nei negozi. Al limite, si può far adattare il vecchio gioiello da un buon artigiano, magari da un orafo di Firenze, per modernizzare la forma ma conservare la sostanzacosì si salva la memoria e si indossa ancora con gioia. Limportante sarebbe non buttare via la storia.
In fondo, basta comperare un gioiello nuovo, quando uno preferisce, ma lasciare in pace ciò che è stato tramandato.
Sinceramente, sto dalla parte della madre Antonella e capisco la sua reazione. Probabilmente non aveva neppure immaginato che sua figlia non comprendesse il valore affettivo dellanello. Anche un dono qualsiasi, in effetti, non si regala con lidea che venga subito venduto! Figuriamoci un anello della nonna.
Ma, dallaltra parte, si può provare a capire Simonetta. Lei magari non è il tipo che si lega agli oggetti. È una che sceglie cose da usare e non da custodire in una scatola. Basta andare ai mercatini dellantiquariato di Milano o ai banchi delle pulci a Roma per vedere quante vecchie memorie di famiglia finiscono là, perché nessuno più le vuole. Forse meglio vivere il presente, senza incatenarsi al passato? Se Simonetta non ha bisogno dei ricordi materiali, possiamo davvero biasimarla? In fondo, la madre non le ha trasmesso quei valori semplici.
Riflettendo su questa vicenda, mi sono reso conto di quanto sia importante comunicare e trasmettere ai figli il senso della memoria, della continuità. Non dico che le tradizioni siano tutto, ma credo che conservare un frammento del passato ci aiuti a capire chi siamo e da dove veniamo. E forse il vero legame tra generazioni è proprio quel piccolo gesto di custodire, almeno qualche volta, ciò che ci è stato donato.






