Diario di Camilla Ferraro
Mamma, sono arrivata! Ci credi? Finalmente!
Stringevo il cellulare tra la spalla e lorecchio, cercando di domare quella serratura ostinata. La chiave girava a fatica, come se mettesse alla prova la nuova proprietaria.
Figlia mia, grazie al cielo! Come va lappartamento? Tutto bene? La voce della mamma era un misto di ansia e gioia.
Perfetto! Luminoso, spazioso. Il balcone ha la vista a est, proprio come volevo. Papà è lì?
Eccomi! rispose la voce grave di Giulio. Abbiamo messo la chiamata in vivavoce. Beh? Il nostro pulcino è volato via dal nido?
Papà, ho venticinque anni, altro che pulcino!
Per me resterai sempre la mia pulcina. Hai controllato le serrature? Gli infissi tengono? E i termosifoni…
Giulio, dai tempo alla ragazza! interruppe la mamma. Camilla, stai attenta, eh. È pur sempre un palazzo nuovo, non si sa mai chi ci abita.
Scoppiai a ridere, finalmente riuscendo ad aprire la porta.
Mamma, qui non è mica una palazzina anni Settanta. Il condominio è decoroso, anche la gente. Non preoccuparti, andrà tutto bene.
Le settimane successive si confondevano in un turbine di corse tra ferramenta, negozi di mobili e il mio piccolo regno. Addormentarmi tra campioni di carta da parati, svegliarmi decidendo se il beige caldo sarebbe stato meglio della sabbia chiara per il bagno.
Il sabato ero ferma in mezzo al soggiorno, osservando tessuti per le tende, quando il telefono squillò ancora.
Come procede? chiese papà.
Lentamente ma il risultato si vede. Oggi tocca alle tende. Sono indecisa tra avorio e latte caldo. Che ne pensi?
Secondo me è lo stesso colore, solo cambiano le parole sui cataloghi.
Papà, non capisci nulla di sfumature!
Però capisco di prese elettriche. Hanno montato bene quelle nuove?
La ristrutturazione mangiava tempo, euro e pazienza, ma ogni tocco rendeva mie quelle mura. Ho scelto io la carta da parati color panna per la camera, ho trovato il parquetista giusto, ho sistemato i mobili così che la cucina sembrasse più ampia.
Quando lultimo operaio ha portato via la polvere edile, sono rimasta seduta sul pavimento del salotto pulito a specchio. La luce filtrava dalle tende nuove, odore di fresco e un po di vernice. La mia prima casa vera.
Dopo tre giorni dal trasloco, è avvenuto lincontro con la vicina. Stavo armeggiando con le chiavi quando ho sentito la serratura di fronte rumoreggiare.
Oh, la nuova arrivata! Una donna sulla trentina, taglio corto, rossetto acceso e occhi curiosi, sbucò dalla porta. Mi chiamo Bianca. Abito proprio qui davanti, quindi ora siamo vicine.
Camilla. Un piacere.
Se ti serve sale, zucchero o solo due chiacchiere, vieni quando vuoi. Essere sole in un palazzo nuovo è strano le prime volte, fidati.
Bianca si rivelò una piacevole compagnia. Tè in cucina a parlare delle follie dellamministratore, dell’architettura un po strana del piano. Lei sapeva tutto: internet, idraulica, fruttivendolo migliore.
Ho una ricetta di torta di mele che è una bomba! Bianca cercava tra le foto del telefono. Te la mando via WhatsApp. Ci vogliono trenta minuti, sembra che tu abbia passato la giornata ai fornelli!
Sì, manda pure! Devo ancora inaugurare il forno.
I giorni diventavano settimane e mi sentivo fortunata ad avere accanto qualcuno di così aperto. Ci incrociavamo sulle scale, ogni tanto un caffè insieme, prestavamo libri.
Il sabato arrivò Giulio doveva aiutarmi con quella mensola indisciplinata.
Hai preso i tasselli sbagliati, disse papà dopo averli osservati. Questi sono per cartongesso, qui hai muri in cemento. Non fa niente, ne ho di giusti in macchina.
Unora dopo, la mensola era perfetta. Papà raccolse gli attrezzi, ha squadrato il tutto e ha annuito soddisfatto.
Ecco, questa terrà ventanni.
Sei un grande, papà. Lho abbracciato.
Scesi con lui, chiacchierando del lavoro e lamentandomi del nuovo capo, uno che confonde le scadenze e perde i documenti.
Davanti al portone, abbiamo incontrato Bianca con le borse del supermercato.
Ciao! salutai con la mano. Papà, lei è Bianca, la vicina di cui ti parlavo.
Piacere, Giulio sfoderò il suo caldo sorriso.
Bianca rimase immobile per un attimo, lo guardò, poi fissò me. Il suo sorriso diventò per un attimo rigido, finto.
Piacere mio, tagliò corto scappando dentro.
Da quel momento è cambiato tutto. Il giorno dopo la incrociai sulle scale, le sorrisi, ma ricevetti solo un cenno gelido. Dopo due giorni la invitai per tè, ma Bianca citò impegni e mi liquidò in fretta.
Poi sono arrivate le segnalazioni
La prima volta il vigile suonò alle nove di sera.
Abbiamo ricevuto reclami per rumori molesti il poliziotto sembrava imbarazzato. Musica alta, chiasso.
Quale musica? balbettai. Leggevo un libro!
Beh i vicini si lamentano
Le lamentale divennero quadriaturno: lettere allamministrazione, passi insopportabili, rumori costanti, musica notturna. Il vigile era ormai abituale ospite, ogni volta si scusava.
Ho capito da chi veniva ma non il perché.
Ogni mattina era una lotteria: oggi cosa trovo? Gusci duovo schiacciati sulla porta? Fondo di caffè tra infisso e telaio? Sacchetti di bucce di patate sotto lo zerbino?
Mi alzavo prima del solito, ripulivo tutto prima di uscire. Le mani sempre arrossate, il nodo in gola.
Così non si può vivere, pensai una sera, cercando videocitofoni online.
Montarlo fu questione di minuti. Microcamera nel citofono, collegata al telefono. In attesa.
Non dovetti aspettare molto.
Alle tre di notte, una notifica. Guardai il video sullo schermo: Bianca, vestaglia e ciabatte, spalmava qualcosa di scuro sulla mia porta. Precisa, ordinata, come in un rito.
La notte dopo non dormii. Attesa nel buio, a ogni fruscio pronta. Verso le tre, rumori dietro la porta. Aprii di scatto.
Bianca, sorpresa, con una busta gocciolante tra le mani.
Che ti ho fatto? la domanda mi uscì rotta, quasi piangente. Perché mi odi così?
Bianca lasciò lentamente il sacco. Il suo viso da bello diventò una maschera di rabbia.
Tu non mi hai fatto niente. Ma tuo padre
Cosa centra papà?
Centra eccome! Perché lui è anche mio padre! quasi urlava, ignorando tutti. Solo che te ti ha cresciuta, coccolata, amata a me e mamma ci ha mollate quando avevo tre anni! Non ha dato un centesimo, né mai chiamato! Noi per anni siamo sopravvissute, mentre lui si faceva la bella famiglia con la tua mamma! Allora sì, tu mi hai portato via mio padre!
Indietreggiai, impattando la schiena sulluscio.
Stai mentendo
Mentendo? Chiediglielo! Chiedi se ricorda Marina Conti e la figlia Bianca, buttate via come rifiuti!
Chiusi la porta, scivolai a terra. Nella testa un solo pensiero: non è vero, non è vero, non può essere vero. Papà non è così.
Il mattino successivo andai dai miei. Durante il viaggio ripetevo la domanda dentro di me, ma quando vidi papà tranquillo, col giornale mi si bloccò tutto.
Camilla! Che sorpresa! Giulio si alzò accogliendomi. Mamma è a fare la spesa, torna subito.
Papà, devo chiederti una cosa Mi sedetti, giocherellando col cinturino della borsa. Conosci una donna di nome Marina Conti?
Giulio impallidì. La sua mano lasciò cadere il giornale a terra.
Come?
Sua figlia è la mia vicina. Quella che ti ho presentato. Dice di essere tua figlia.
Un silenzio interminabile.
Andiamo da lei. Disse papà secco. Ora. Devo risolvere questa storia.
Cinquanta minuti di macchina, senza parlare. Guardavo i palazzi scorrere, la vita familiare che sentivo franare.
Bianca aprì subito, come se ci aspettasse. Ci lanciò unocchiata pesante, ma ci fece entrare.
Sei venuto a pentirti? Dopo trentanni?
Sono venuto a chiarire. Papà tirò fuori una carta piegata dalla giacca. Leggi.
Bianca la prese diffidente. Più leggeva, più il viso cambiava: da rabbioso a perplesso, poi spaesato.
Questo?
Il risultato del test del DNA, disse Giulio. Lho fatto quando tua madre mi ha citato per chiedere gli alimenti. Il test ha confermato: non sono tuo padre. Marina mi tradiva. Non sono io il tuo genitore.
Bianca lasciò cadere il foglio
Io e papà uscimmo. Tornata a casa, mi avvicinai a lui, gli cinsi la vita, affondai il viso nella sua giacca ruvida.
Scusami, papà. Scusami se ho dubitato.
Mi accarezzò la testa, come faceva quandero piccola dopo una lite tra compagne.
Non devi scusarti, amore. La colpa è di altri.
I rapporti col vicino restarono tesi. E a dire il vero, dopo quanto accaduto, avevo perso il rispetto per Bianca. Tutto quel veleno avevo altro a cui pensare.






