Hanno scaldato il matrimonio
Senti, Giulia… Che ne dici se proviamo una relazione aperta? propose Emanuele con la delicatezza di chi sta per confessare di aver rotto il vaso buono della nonna.
Eh? Giulia lo fissò come se avesse sentito male. Ma stai scherzando, vero?
Ma dai, ormai è normale continuò lui, con uno sguardo falso-calmo mentre si sistemava nervosamente gli occhiali. In Europa lo fanno tutti, è una prassi consolidata. Anzi, dicono che fa bene alla coppia. Tu stessa hai detto che ogni tanto un dolcetto durante la dieta non fa male: aiuta a non perdere la testa. Basta un po di varietà.
Giulia rimase a bocca aperta, cercando di metabolizzare. Paragonare unamante a un bignè alla crema era da premio Nobel per la sfacciataggine. O per la stupidità, ancora non aveva deciso.
Manu… cominciò lei. Se vuoi andartene, fallo pure apertamente. La libertà te la do volentieri, ma non trascinarmi in queste porcherie.
Giuli, ma non ti infiammare così! Io ti amo! Solo che… la scintilla non cè più. Ci serve una botta di vita, ormai dormiamo schiena contro schiena e parliamo solo di bollette e sconti al supermercato. È tutto troppo piatto, no? Un po di movimento ci serve a entrambi. Io mica ti vieto nulla: vedi altri, distraiti. Non può che farci bene, no?
Giulia lo squadrò di traverso. Improvvisamente capì: Emanuele le stava mentendo. Quegli occhi che sfuggivano ai suoi, quelle dita che tamburellavano sul tavolo… Altro che libertà per entrambi, aspetta e spera. Quella gli serviva da ieri.
Manu, dimmi la verità. Hai già unaltra, vero? E ora mi propini sta roba solo per non sentirti troppo in colpa?
Ma guarda che esagerazione! sbuffò Emanuele. Se fosse così te lo chiederei? Guarda, mi pento già di aver detto qualcosa. Sei una donna old-style, va beh, lasciamo perdere…
Poi lui si alzò con laria offesa da santo martire e se ne andò in sala. Giulia restò sola, circondata dai suoi pensieri e dal silenzio.
Venticinque anni. Gli aveva dato i suoi anni migliori, sopportato i suoi alti e bassi, la disoccupazione, quei turni infiniti che a ripensarci non quadravano mai… E ora lui, ben pasciuto e panciuto, le proponeva di essere complice nel delitto del matrimonio perfetto. Andiamo bene. La parola svagarsi suonava come una presa in giro ben confezionata.
Quella notte dormirono in stanze separate. O meglio, dormirono… Giulia fissava alternativamente il soffitto e le luci della città fuori dalla finestra, chiedendosi come si fosse arrivati a tanto. Un tempo Emanuele le regalava mazzi giganti di glicine, lavorava sodo per offrirle la festa di nozze perfetta, era commosso quando nacque la loro figlia. Ora… Meglio se se ne fosse andato e basta.
Quando si era superato il punto di non ritorno? Forse quando aveva smesso di truccarsi anche in casa, tanto per Emanuele sono sempre io, o quando lui si era scordato per la prima volta lanniversario con la scusa del lavoro? Oramai, che importava?
Da una parte voleva solo chiedere il divorzio e cancellare tutto. Dallaltra, come si fa a buttare quasi metà della vita nel cestino?
Non cera più passione, forse, ma cerano la routine, una casa costruita insieme, ricordi, complicità. Emanuele era stato spesso il suo baluardo e insieme avevano affrontato la malattia, il mutuo per aiutare la suocera. Non tutti sarebbero rimasti.
Dentro di lei ribollivano rabbia, paura e un po di delusione. Forse pensa che non troverei nessuno? Che sono ormai una vecchia zia buona solo a fare lasagne e rammendare calzini ai nipoti, mentre lui torna a casa quando vuole, dopo essersi divertito?
Ah no, col cavolo.
Va bene, dichiarò la mattina dopo, davanti a un caffè. Facciamo come dici tu.
Cioè?
Sì, Emanuele. Ci sto alle tue relazioni aperte.
Lui rischiò di strozzarsi col cornetto. Di sicuro si aspettava la solita scenata, non una risposta da manuale zen.
Bene… magari ti piacerà pure, si affrettò lui. Ah, stasera torno tardi.
Il cuore di Giulia si strinse. Che tempismo da record…
La sera grigia e placida la trovò svuotata, abbandonata. Come una vecchia Fiat 500 in attesa della rottamazione.
Si osservò allo specchio: occhi stanchi, rughette nuove, pelle che di colpo ricordava sua zia Pina. Eppure il fisico ancora reggeva, i capelli erano ancora fitti. Magari il problema era proprio Emanuele?
Del resto, ad altri uomini piaceva eccome. Ad esempio, Riccardo, capo del reparto accanto, arrivato da loro solo da un mese.
Uomo distinto, brizzolato alle tempie, voce roca e sguardo birichino. Si era subito fatto notare: complimenti, porte tenute aperte, caffè a sorpresa. Laveva invitata un paio di volte a pranzo e la settimana prima anche a cena in trattoria.
Dottor Riccardo, sono a dieta. Si chiama sposata, aveva risposto Giulia.
Giulietta, il matrimonio è un timbro, non una condanna aveva sorriso lui. Ma non insisto…
Vuole una relazione aperta? Vuole che si svaghi? E allora, perché no.
Buonasera Riccardo, il suo invito a cena è sempre valido? Pare che io abbia trovato il tempo e la voglia di saltare la dieta, gli scrisse su WhatsApp.
Non era nemmeno vendetta. Giulia aveva solo voglia di sentirsi donna. Di riscoprirsi viva, anche senza il placet del marito.
La serata fu un misto tra commedia romantica e zuccheriera rovesciata. Riccardo era perfetto: le spostava la sedia, riempiva il bicchiere al momento giusto, la ascoltava davvero. Le lanciava sguardi che la facevano sentire come Sophia Loren negli anni doro.
Un po di imbarazzo cera, però in lei si risvegliarono emozioni dimenticate: la voglia di sentirsi al centro dellattenzione e non solo cuoca o lavandaia del consorte.
Vieni da me? Prendiamo una bottiglia di buon Chianti, guardiamo qualcosa… continuiamo la serata le propose Riccardo dopo il dessert.
Giulia annuì. Una vocina nella testa gridava Smettila!, ma subito riapparve la faccia soddisfatta di Emanuele che le suggeriva con nonchalance di svagarsi.
Appena arrivati da Riccardo, il telefono di Giulia prese a vibrare come impazzito. Era lui.
Rifiutò una volta, due… niente. Perseverava.
Sì? rispose infine, cercando di non tremare.
Dove diamine sei finita?! sbottò subito Emanuele. Sono le dieci! Il frigo è vuoto, tu sparita! Sei impazzita?
Giulia rimase senza parole. Riccardo, che aveva intuito tutto, si defilò discretamente in unaltra stanza. Latmosfera romantica svanì di colpo.
In effetti… sono a una cena, Manu.
In che senso, una cena?!
Serve labaco? Ieri hai detto: Vai, svagati, frequenta qualcuno. Eccomi. Ricambio il favore. Cè problema?
Il silenzio che seguì era carico come laria prima di un temporale.
Poi, di botto, partì lo tsunami:
Ma tu… tu sei davvero uscita con uno?! Ma io scherzavo! Era una prova! Capisci? Una prova! E tu a piangere ventiquattrore e poi subito a cena con un altro?!
Giulia era sconcertata.
E tu? Con chi sei stato stasera?
Ma da nessuna parte! Ho lavorato, tutto qui rispose piccato Emanuele. Allora, senti… Non mi fido più, Giulia! O te ne vai tu, o me ne vado io. Divorziamo.
Click. Fine chiamata. Giulia rimase a fissare il muro, digestione bloccata.
Tutto bene? chiese Riccardo da lontano.
Sì… sciocchezze provò a sorridere, senza riuscirci.
Giulia… disse lui guardando lorologio. Credo che sia il caso che tu torni a casa e chiarisca tutto.
La favola era finita, la carrozza tornava zucca e il principe azzurro si rivelava solo un signore refrattario ai drammi altrui. Lo capiva pure. Aveva pensato a una serata leggera, non al secondo tempo di un film con discussioni coniugali.
Forse avrebbe dovuto chiedere subito il divorzio, ma le idee migliori si sa vengono sempre tardi.
Quella notte Giulia non rientrò. Si fermò in un piccolo albergo, incapace di affrontare Emanuele furioso e ancora meno pronta a fare finta che tutto fosse normale. Aveva bisogno di tempo per digerire che la normalità era ormai evaporata.
Sono passati tre anni… E la vita, come uno scultore burbero, aveva eliminato tutto il superfluo, ma senza anestesia.
Emanuele, per la cronaca, si era trovato una nuova compagnia in tempo record, addirittura prima delle firme davanti al giudice. Quando finalmente vendettero la casa, la nuova signora svanì nel nulla portando via pure la sua quota in euro.
Con Riccardo? Nulla di fatto. In ufficio scambiavano solo saluti formali. Giulia aveva concluso che certi uomini, bravissimi a fare gli amanti, si dissolvono appena sentono odore di compartecipazione o supporto nei momenti difficili.
Ma Giulia non cercava più nessuno. Liberata dalla gestione di Emanuele, aveva finalmente scoperto quanto tempo restasse per se stessa. Non più fitness per piacere a qualcuno, ma per il proprio benessere.
Acqua gym la mattina le aveva rimesso a posto la schiena, i corsi di inglese tenevano acceso il cervello. Si era tagliata i capelli a caschetto e aveva rivoluzionato il guardaroba.
E soprattutto era diventata nonna.
Sua figlia, Martina, aveva avuto una bambina sei mesi prima. Allinizio, quando era scoppiato il casino del divorzio, Martina si era schierata con il padre. Emanuele, esperto in recite, si era dipinto come la vittima tradita, mollato per un altro.
Ma il tempo, con calma e pazienza, aveva rimesso ognuno al proprio posto. Martina era venuta da Giulia per chiarire occhi negli occhi; ma si era trovata davanti una donna stanca, sì, ma sincera.
Giulia aveva raccontato tutto. Che fu Emanuele a proporre una relazione aperta. Che i turni infiniti al lavoro erano iniziati anni prima. Che da anni si sentiva sola, pur essendo in due. Martina, ormai sposata, comprese. E quando Emanuele fu scoperto con la nuova, si schierò definitivamente con la madre.
Ora Giulia era seduta nella cucina di Martina, con in braccio la piccola Sofia. La nipotina cercava di acchiappare le dita della nonna con la precisione di una pianista futura.
Papà ha chiamato di nuovo, disse Martina, facendo una faccia contrariata. Vuole venire a vedere Sofia.
E tu? chiese con calma Giulia.
Ho detto che non ci saremo. Non ho voglia di vederlo, mamma. Una volta parla male di te, la volta dopo cerca di convincermi a rimettervi insieme. Mi viene lansia ogni volta che spunta fuori. E poi… non voglio che provi a mettere contro Sofia anche lei. Che stia pure nella sua libertà…
Giulia non rispose, accarezzò solo più forte la nipotina.
Emanuele aveva ottenuto la tanto agognata libertà. Nessuno lo disturbava davanti alla TV, nessuno rompeva per lorario. Peccato che quella libertà avesse il sapore amarognolo della solitudine. Ma ormai era troppo tardi.






