Ho 26 anni e da cinque mesi non parlo più con i miei genitori. Non perché abbia fatto qualcosa di illegale o immorale, ma perché ho scelto di lasciare casa. Lavoro come manager in azienda e mi mantengo da solo, ma nonostante tutto vivevo come una ragazzina sempre sotto stretta sorveglianza. I miei genitori sono molto credenti e hanno sempre pensato che il controllo severo fosse una forma di attenzione. Per me, invece, era diventato solo soffocante.
Non potevo avere amici al di fuori del nostro quartiere. Uscire era possibile solo se ci andavo insieme a loro. Compleanno di un collega, cinema, un caffè dopo il lavoro: tutto veniva giudicato come un ambiente non adatto. Persino le conversazioni con persone fuori dal loro giro suscitavano sospetto. Mi sentivo come se vivessi dentro una cornice dalla quale non riuscivo a uscire.
Anche se già lavoravo e mi guadagnavo lo stipendio, i miei soldi erano controllati. Lo stipendio finiva su un conto che mia mamma teneva docchio. Se volevo comprare una maglietta dovevo prima mostrarla a lei. Se desideravo fermarmi fuori dopo il lavoro, serviva il suo permesso. Se facevo tardi di dieci minuti, il telefono iniziava a squillare con la domanda su dove fossi. Non ho mai avuto la possibilità di vivere da sola o prendere decisioni che dovrebbero essere normali alletà mia.
Lo scontro definitivo è arrivato una domenica sera. Volevo andare al compleanno di un collega. Mio padre è stato irremovibile: Non è appropriato per una ragazza non sposata, mi ha detto. Ho risposto che ho ventisei anni, lavoro e non sono più una bambina. Mia madre ha detto che stavo cambiando, che ormai ero su una brutta strada. La discussione è degenerata in un litigio pesante. Mio padre ha urlato che, finché vivevo sotto il suo tetto, avrei seguito le sue regole. In quel momento ho capito che se fossi rimasta avrei perso me stessa. Sono scoppiata a piangere, sono andata in camera, ho messo qualche vestito nella valigia e quella sera stessa ho lasciato casa.
Una collega mi ha ospitato. Per cinque notti ho dormito su un materassino gonfiabile nel suo salotto. Poi con un’altra amica abbiamo deciso di prendere una casa in affitto insieme. Abbiamo firmato il contratto, comprato le cose essenziali: un vecchio frigorifero, un fornello, un materasso e un tavolo di plastica. Ho iniziato ad organizzare la mia vita da sola orari, spese, bollette. Per la prima volta tornavo a casa senza la paura che qualcuno controllasse il mio cellulare o mi interrogasse su dove fossi stata.
Da quando sono andato via, i miei genitori hanno smesso di parlarmi. Mia madre mi ha scritto solo una volta, per dirmi che lavevo delusa e che avevo perso la mia spiritualità. Mio padre mi ha bloccato su WhatsApp. I miei fratelli mi hanno detto che in casa neppure si nomina più il mio nome. Non sono più tornato.
Oggi lavoro, pago laffitto, le bollette, la spesa. Arrivo a casa stanco, cucino, lavo, sistemo. Non è facile, ma per la prima volta sento la pace. Posso stare sul divano senza paura di essere rimproverato. Posso ascoltare musica. Posso invitare un amico. Decido io a che ora andare a dormire. Nessuno conta i miei soldi o controlla i miei vestiti.
Sono cinque mesi che vivo così da solo, con più responsabilità, ma anche con molta più libertà interiore. Non li ho mai cercati, perché so che per loro scusarsi significherebbe tornare e accettare di nuovo le loro regole. E io non voglio più tornare a una vita dove non avevo diritto a essere adulto.
Eppure, ogni giorno mi chiedo la stessa cosa: ho fatto bene a scegliere la mia libertà, o sono davvero il brutto figlio che loro pensano?






