Ho 27 anni e vivo in una casa dove mi scuso costantemente per il semplice fatto di esistere. E il pe…

Ho ventisette anni e vivo in una casa dove mi scuso continuamente semplicemente per il fatto di esistere. La cosa peggiore? Mio marito dice che è normale.

Ho ventisette anni e sono sposata da due anni. Non abbiamo figli. Non perché non sogni di averne, ma perché fin dallinizio mi sono detta: prima serve una casa che sia davvero una casa. Serenità. Rispetto. Un po di pace interiore.

Peccato che da tempo, nel nostro appartamento milanese, la pace se nè andata in vacanza. E non è questione di soldi, di lavoro o di tragedie vere. No, tutto per colpa di una donna.

La madre di mio marito.

Allinizio pensavo fosse solo un po troppo italiana. Un tipo diretto, magari un po apprensiva, insomma, le classiche mamme. Ho cercato di essere gentile, educata, persino di mandare giù qualche commento. Mi ripetevo: È sua madre si calmerà prima o poi mi accetterà basta avere pazienza.

Il tempo però non lha calmata. Lha resa più audace.

La prima volta che mi ha umiliata è stato per una sciocchezza. Ha buttato lì, sorridendo:
Eh, voi giovani spose quanto vi piace lidea del rispetto.
Ho sorriso, giusto per evitare limbarazzo.

Poi sono iniziate le visite di cortesia. Veniva a portare il ragù, a lasciare qualche vasetto di conserve, a fare due chiacchiere. Ma il copione era sempre lo stesso: ispezionava. Controllava. Tocchettava tutto.

Ma perché qui è così?
Chi ti ha detto di mettere le pentole lì?
Io al tuo posto non lo farei mai

E la cosa tremenda è che non lo diceva solo a me. Lo diceva davanti a mio marito. E lui? Nessuna reazione. Manco una parola. Se provavo a ribattere, lui subito:
Dai, smettila di prendertela.

Ho iniziato a sentirmi pazza. Esagerata. Un caso clinico insomma.

Poi sono cominciate le visite a sorpresa. Campanello? Macché. Chiavi in mano e ciao, sono dentro.

Sempre con la stessa frase:
Io non sono unestranea. Qui mi sento a casa.

Le prime due volte, ho ingoiato il rospo. La terza volta, ho chiesto con calma:
Per favore, può avvisare prima? A volte sono stanca, dormo, lavoro

Mi ha guardata come fossi appena scesa da Marte.
Sei tu che mi dici quando posso vedere mio figlio?

La sera stessa, mio marito, tragedia greca:
Come hai potuto offenderla?

Rimango lì, sbigottita:
Non lho offesa. Ho solo chiesto una regola.

E lui:
Nella mia casa non scacci mia madre.

Nella sua casa.
NON nella nostra.
Nella sua.

Da quel giorno mi sono ristretta. Non camminavo libera in soggiorno se pensavo che potesse arrivare. Non mettevo la musica. Non ridevo forte. Quando cucinavo, temevo il ancora con sta pasta! Quando pulivo, paura sentisse che schifezza.

La cosa peggiore? Mi sono ritrovata a chiedere scusa per tutto.
Mi dispiace.
Non succederà più.
Non volevo.
Non sei responsabile.
Non intendevo dire questo.

Una donna di ventisette anni che si scusa pure se respira.

La settimana scorsa, si è presentata quando mio marito era a lavoro. Io, in tuta, capelli legati, decisamente raffreddata. Entra senza nemmeno bussare.
Ma come ti presenti dice. Questo si merita mio figlio?

Non rispondo. Va in cucina, apre il frigorifero:
Qui dentro nemmeno una cosa decente.

Poi lo sportello:
Queste tazze perché qui?

Inizia a spostare, brontolare, sistemare. Io rimango lì, praticamente invisibile.

Poi si volta:
Ti dico solo una cosa, tienila bene a mente. Se vuoi restare donna, devi stare al tuo posto. Non sopra mio figlio.

Ecco, in quel momento, qualcosa dentro di me si spezza. Niente pianto. Niente urla. Solo la sensazione di essere arrivata alla fine.

Quando mio marito rientra, lei già in salotto, regina sul divano. Gli dico piano:
Dobbiamo parlare. Così non si può andare avanti.

Manco mi guarda.
Non adesso.
No, adesso.

Sospira.
E che cè ora?

Non mi sento bene in questa casa. Lei entra, mi umilia, mi parla come fossi la colf.

Ride.
Colf? Smettila di esagerare.

Non è esagerare.

Dal divano, arriva il commento:
Se non sopporta, non è donna da famiglia.

Il momento peggiore? Lui tace. Non una parola per difendermi. Si siede accanto a lei.
Non fare una tragedia.

Lo guardo. E per la prima volta lo vedo veramente. Non sta tra due fuochi. Sta dalla parte comoda.

Guardo lei, guardo lui.
Va bene.

Niente urla, niente pianto, nessuna spiegazione. Mi alzo. Vado in camera, mi metto i vestiti in una borsa, prendo i documenti.

Quando esco in corridoio, lui scatta.
Ma cosa fai?!
Me ne vado.
Sei impazzita!
No. Mi sono svegliata.

Sua madre sorride. Sembra abbia vinto il Festival di Sanremo.
Dove credi di andare? Vedrai che torni.

La guardo serena:
No. Lei vuole una casa che comanda. Io voglio una casa dove respirare.

Lui afferra la borsa:
Non puoi andartene per colpa di mia mamma.

Lo fisso:
Non me ne vado per lei.

Rimane di sasso.
E per chi, allora?

Per te. Perché hai scelto lei. E mi hai lasciata sola.

Esco.

E sapete cosa ho sentito fuori? Freddo. Sì. Ma anche una leggerezza. Era la prima volta, dopo mesi, che non sentivo più il bisogno di scusarmi con nessuno.

Al mio posto, voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti per la famiglia, o avreste fatto le valigie appena vostro marito restava zitto davanti ai vostri bassi momenti?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 + eighteen =

Ho 27 anni e vivo in una casa dove mi scuso costantemente per il semplice fatto di esistere. E il pe…