Ho 42 anni e sono sposato con la donna che è stata la mia migliore amica fin dai tempi delle medie, quando avevamo 14 anni: tra banchi di scuola, confidenze, primi amori, vite che hanno preso strade diverse, un matrimonio finito e una svolta inaspettata che ci ha trasformati da semplici amici di una vita in marito e moglie. Una storia italiana di amicizia vera, separazioni dolorose e amore nato quando meno te lo aspetti.

Ho quarantadue anni e sono sposato con la donna che è stata la mia più cara amica da quando avevamo entrambi quattordici anni. Tutto è iniziato nella scuola media di Bologna. Nessuna scintilla, nessun interesse romantico: solo due ragazzi che per caso si sono trovati seduti nello stesso banco e hanno iniziato a condividere ogni giornata, come se il tempo fuori dalla finestra scorresse liquido e lento. Da subito il nostro era solo un legame limpido e amichevole: compiti di latino, intervalli profumati di focaccia, piccole cose e grandi segreti. Lei raccontava di Andrea e Filippo, io di Margherita e Chiara. Tra noi mai un bacio, né una frase ambigua, né momenti oltre il confine. Eravamo davvero due amici legati da filo invisibile, come se fossimo cresciuti nello stesso sogno.

Poi, con ladolescenza e la fine della scuola, le nostre vite si sono divise e lorologio ha iniziato a battere altrove. A diciannove anni sono andato a studiare a Milano, mentre lei è rimasta a Bologna. A ventun anni ho avuto la mia prima relazione importante, e a ventiquattro mi sono sposato con unaltra donna. La mia migliore amica era tra gli invitati al coro della chiesa, seduta accanto a mia madre. Anche lei allora era legata a qualcuno, eppure le nostre telefonate non si sono mai interrotte: ascoltavamo i guai dellaltro, cercando tra le parole quella saggezza che trovi solo in chi ti conosce dallinfanzia.

Il mio primo matrimonio si è trascinato quasi sei anni. Da fuori sembrava solido come una vecchia casa di campagna, ma dentro cerano silenzi che spezzavano il pane, litigi col sapore amaro del caffè bruciato e una distanza che cresceva come edera sui muri. Lei sapeva tutto di questo. Sapeva quando dormivamo in stanze diverse, quando le nostre voci si spegnevano senza salutarsi, quando ho smesso di sentirmi davvero in compagnia, anche con qualcuno accanto nel letto. Mai una parola contro la mia ex, mai un giudizio; mi ascoltava e basta. Nello stesso periodo, anche lei aveva chiuso una lunga storia e si era concentrata sul lavoro, viaggiando avanti e indietro per la via Emilia.

Il divorzio è arrivato che avevo trentadue anni, un processo faticoso quasi come scalare il Monte Bianco. Mi sono ritrovato solo in un bilocale, con piatti scompagnati e una vista malinconica sui tetti rossi. In quel tempo lei è stata il mio faro: mi aiutava a scegliere un nuovo divano nei mercatini di Porta Portese, passava da me con la pizza del sabato sera, si fermava a bere un bicchiere di Lambrusco solo per tenermi compagnia. Continuavamo a chiamarci amici, eppure iniziavano a sbocciare dettagli mai visti: silenzi pieni e sereni, sguardi trattenuti come sabbia tra le dita, gelosie senza nome che lasciavamo cadere come chiavi dimenticate.

A trentatré anni, una sera di fine maggio, dopo una cena nel mio piccolo appartamento riso allo zafferano e dolci portati da lei mi sono reso conto che non volevo che se ne andasse. Nulla di fisico è successo. Niente baci, nessun gesto sospeso. Quella notte ho dormito agitato, con il cuore come gondola in tempesta, perché finalmente avevo capito una verità che temevo: lei non era più solo la mia amica. Qualche giorno dopo, come succede nei sogni strani, anche lei mi ha confessato qualcosa di simile, con racconti precisi: linquietudine nel sapere da altri che vedevo unaltra, il fastidio nel sentire i miei appuntamenti, la domanda che da quanto tempo sentiva queste emozioni nuove.

Ci abbiamo messo quasi un anno ad accettare che tra noi era ormai cambiato tutto. In quel periodo siamo usciti entrambi con altre persone, come se volessimo provare a spegnere il fuoco con acqua di fonte. Non ha funzionato: tornavamo sempre a parlare, a cercarci, a misurare ogni altra storia con la nostra. A trentacinque anni abbiamo deciso di provarci per davvero. Allinizio eravamo goffi, impacciati: ventanni di amicizia da ricomporre in un fragile equilibrio nuovo, con la paura di rovinare tutto.

Due anni più tardi ci siamo sposati. Io avevo trentasette anni, lei trentasei. Nessun matrimonio fastoso sui colli, solo una festa semplice tra parenti e amici che ridevano sotto le luci. Alcuni dicevano che era scritto, che si sapeva da sempre che saremmo finiti insieme. Ma noi davvero non lo vedevamo. Il nostro era stato solo amicizia per più di ventanni, limpida come lacqua di un ruscello di montagna nessun segreto, nessun desiderio nascosto. Lamore, per noi, è arrivato come dopo un inverno lungo e silenzioso, quando pensi sia troppo tardi per la primavera.

Ora siamo sposati da anni. Non posso dire che sia tutto perfetto, ma è solido e vero. Conosciamo i nostri limiti: sappiamo come reagiamo alle tempeste, come litighiamo, come taciamo e come, subito dopo, chiediamo scusa. A volte penso che senza il mio divorzio non avrei mai capito quale tesoro avessi così vicino. Non ho sposato la mia migliore amica per convenienza. Lho sposata perché, dopo tutto ciò che la vita ci ha riservato, lei è lunica persona con cui non ho mai dovuto fingere di essere qualcun altro.

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Ho 42 anni e sono sposato con la donna che è stata la mia migliore amica fin dai tempi delle medie, quando avevamo 14 anni: tra banchi di scuola, confidenze, primi amori, vite che hanno preso strade diverse, un matrimonio finito e una svolta inaspettata che ci ha trasformati da semplici amici di una vita in marito e moglie. Una storia italiana di amicizia vera, separazioni dolorose e amore nato quando meno te lo aspetti.