Ho accettato di fare da babysitter al figlio della mia migliore amica, senza sapere che fosse del mio marito.

Ho accettato di badare al bambino della mia migliore amica, senza sapere che era di mio marito.

La mia migliore amica, Francesca, rimase incinta quattro anni fa. Allepoca la mia vita scorreva tranquilla come una passeggiata domenicale a Villa Borghese: ero sposata con Alessandro, avevamo una casa carina e una routine senza grandi sussulti. Francesca invece si trovava da sola, senza un uomo e senza grandi sicurezze. Un giorno mi chiamò in lacrime, tirando su col naso come una vespa dopo il gelato, e mi confessò che non ce la faceva con il bambino: doveva lavorare e non aveva nessuno a cui lasciarlo. Sei lunica di cui mi fido veramente, mi disse tra un singhiozzo e laltro.

Io, ovviamente, ho detto sì senza nemmeno pensarci un secondo. Dopotutto era la mia migliore amica! Siamo cresciute insieme, tra lasilo e i panini con la mortadella.

Allinizio il piccolo Mattia stava da me solo qualche ora. Poi sono diventate giornate intere: lo lavavo, gli preparavo la pappa, lo addormentavo cullandolo come si fa con una soppressata prima di Pasqua. Anche mio marito Alessandro era spesso presente: giocava con Mattia, lo sollevava come una pizza da infornare, gli comprava giocattoli. A me sembrava tutto normalissimo, quasi tenero.

Francesca passava spesso da casa nostra. A volte rimaneva persino a pranzo, che, si sa, un piatto di pasta non si nega a nessuno. Qualche volta io chiacchieravo con Alessandro in cucina, intanto che lei stava in camera a sistemarsi il trucco o chissà cosa. Mai mi sono posta il dubbio che ci fosse altro sotto: davvero mi fidavo di entrambi, e mai avrei pensato che la vita fosse una fiction della Rai.

Col tempo, però, sono successe cose che oggi mi gridano Era tutto lì!, ma allepoca sembravano solo coincidenze. Mattia assomigliava sempre di più ad Alessandro: stesso naso importante, stesso sorrisone da birichino. Mi dicevo che vedevo troppi film italiani, e mi passava. Un giorno, mentre Mattia giocava, mi chiamò mamma. Francesca scoppiò a ridere e disse che era normale, i bambini si confondono sempre. Ho riso anchio. Meglio far finta di niente.

Poi tutto è crollato il giorno in cui Mattia si ammalò e gli venne la febbre alta come una bolletta della luce. Francesca era fuori Roma e non rispondeva al telefono: allora, in preda al panico, ho portato il bimbo allospedale. Alessandro venne con me, premuroso come non mai. Al banco dellaccettazione chiesero i dati del padre. Nessuno lo stava guardando, ma lui, di tutta risposta, diede il suo nome e cognome: Alessandro Rossi.

In quel momento mi si sono accese tutte le lucine rosse. Così gli ho chiesto, seria come un carabiniere sotto la pioggia:
Perché hai dato i tuoi dati?
E lui:
Non lo so ero agitato.
La sua faccia diceva tuttaltro.

Quando siamo usciti dallospedale, nel parcheggio lho affrontato:
Mattia è tuo figlio?
Allinizio ha negato, dicendo che ero matta da legare, ma io insistevo come una nonna col caffè dopo pranzo. Alla fine è rimasto in silenzio, con lo sguardo basso. Quello era un sì grande quanto il Colosseo.

Quella sera ho chiamato subito Francesca e le ho detto di venire. Quando è arrivata, sono andata diretta al punto:
Mattia è figlio di Alessandro?
Lei è scoppiata a piangere. Sì, mi ha sussurrato tra un singhiozzo e laltro, Non ho mai voluto farti del male.
Le ho risposto con la voce tremante:
Mi hai lasciato crescere tuo figlio senza dirmi la verità.
Mi ha confessato che quando era rimasta incinta, Alessandro le aveva chiesto di non dirmi nulla. Voleva prendersi le sue responsabilità, ma tenendomi alloscuro. E così è stato: il bambino era a casa mia, io mi prendevo cura di lui, pagavo per tutto, lo coccolavo più di quanto avessi mai coccolato un gatto.

In quella notte ho capito tutto: perché Mattia stava così tanto da noi, perché Alessandro non si lamentava mai di dare una mano, e perché Francesca si fidava di me come uno si fida solo del proprio panettiere. Ero diventata la tata, la quasi-mamma, la spalla su cui piangere… del figlio di mio marito.

Qualcosa dentro di me si è rotto.

Quella settimana ho chiuso il matrimonio senza tanti giri di parole. Ho perso anche la mia migliore amica. Due piccioni con una sola fava.

Il bambino non ha nessuna colpa, questo lo so. Ma non volevo più vederlo.

Oggi, finalmente, vivo tranquilla nel mio appartamento di Trastevere. Senza traditori. Solo io, un bel caffè, e la pace che avevo dimenticato.

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