Ciao tesoro, ti racconto una cosa che mi è successa di recente, così come se fossimo al tavolino a prendere un caffè. Dopo il divorzio di Loredana, la mia amica di una vita, lho invitata a stare da me a Milano. Con il tempo ho capito che mi stavo trasformando in una sorta di cameriera nella mia stessa casa.
Ci sono amicizie che superano tutto: matrimoni, separazioni, figli, funerali. Ci conosciamo da più di trentanni, abbiamo fatto gli esami insieme, condiviso le prime delusioni damore. Poi Loredana si è trasferita a Torino, ma ogni tanto tornava qui e con lei potevo essere davvero me stessa.
Così, una sera mi ha chiamato, disperata, e mi ha detto una sola frase: «Non ho dove andare». Non ho pensato due volte, le ho risposto: «Vieni, hai sempre un posto a casa mia».
I primi giorni sono stati come una di quelle serate della gioventù: lunghe chiacchiere, risate, ricordi. Dopo la morte di Marco, mio marito, la casa era troppo silenziosa e la sua presenza mi dava ancora un po di conforto. Ho cercato di prenderci cura di Loredana: le ho preparato i pranzi, le ho offerto il mio letto migliore, ho comprato asciugamani nuovi perché si sentisse a suo agio. Lei mi aveva promesso di restare due settimane, finché si rimettesse.
Ma è passato un mese e poi un altro. Non cercava un appartamento, non mandava curriculum, non si alzava al mattino «sto recuperando il sonno di tutti questi anni». Girava per casa in accappatoio, occupava il divano e mi chiedeva: «Hai preso lo yogurt? Mi piace quello alla frutta» come se fosse la cosa più naturale al mondo.
Pian piano ho iniziato a sentirmi svanire. Tornavo dal lavoro e lei era lì, seduta a bere tè e a leggere il mio giornale. Quando le chiedevo di preparare almeno una zuppa, mi rispondeva ridendo: «Tu la fai meglio, a me non è venuta naturale».
Sono sempre stata io a lavare i piatti, a fare la spesa. Nel frigo cerano solo le cose che piacevano a lei. In bagno solo i suoi cosmetici. In TV le sue serie. Un giorno, quando ho invitato unaltra amica a prendere un caffè, Loredana ha protestato che «non le piace avere estranei in casa». Ha persino allontanato il mio gatto, Micio, dicendo «sono allergica».
Per molto tempo lho giustificata dicendo che stava male dopo il divorzio, che era ferita, disorientata, che doveva resistere. Ma un pomeriggio, mentre spostava i mobili dicendo «così è meglio», ho capito che aveva oltrepassato il limite.
Il giorno più difficile è stato quando mi ha chiesto, dopo il lavoro, di andare a ritirare i suoi vestiti dalla tintoria e di comprare la spesa «non ho forze per uscire». Sono arrivata, quasi sfinita con le borse, e lei mi ha chiesto: «Hai preso il detersivo giusto? Non sbagliarti».
È stato allora che qualcosa dentro di me si è rotto. Per la prima volta da tanto tempo ho parlato con decisione: «Dobbiamo parlare. Non può andare così. Questa è casa mia. Devi cominciare a pensare a dove trasferirti».
Allinizio è rimasta senza parole, poi si è offesa, dicendo che non capivo nulla e che pensavo solo a me. È stato difficile, ma sapevo che se non ponevo dei limiti adesso avrei perso la mia identità.
Qualche giorno dopo se ne è andata, sbattendo la porta. Io mi sentivo in colpa, come se avessi tradito una persona che consideravo famiglia. Ma piano piano la casa ha ricomparso respirare. Ho ritrovato la sensazione che era davvero la mia casa, la mia vita, le mie regole.
Qualche mese dopo ho ricevuto un breve messaggio: «Scusa, credo di essere stata persa quel periodo. Grazie per avermi aiutata, anche se non lho apprezzato come dovevo». Gli ho risposto augurandole il meglio e ho pensato: a volte è più difficile dire «no» a chi ti sta a cuore, ma se non lo fai in tempo rischi di perdere qualcosa di molto più prezioso: te stessa.






