Ho fermato la mia auto sulla statale innevata per aiutare una coppia di anziani con una gomma forata, senza pensarci troppo. Una settimana dopo, la mamma mi ha chiamato in preda al panico, urlando: «Marco! Perché non me lhai detto?! Accendi subito la televisione ADESSO!» È stato il punto di svolta della mia vita.
Sono padre single di una bambina di sette anni, la piccola Sofia, e, come molti genitori soli, non avrei mai immaginato che la mia esistenza potesse prendere una piega così inaspettata.
Mia madre, Lucia, mi ha lasciato quando Sofia aveva tre anni. Un giorno, ha fatto le valigie, ha detto che «aveva bisogno di spazio» e se nè andata.
Pensavo che fosse solo un periodo di assenza, ma dopo una settimana ha smesso di rispondere al telefono e, in un mese, è sparita del tutto.
Da allora ho imparato a intrecciare le trecce con la tecnica del dragone, a preparare i dolci alla francese e a conoscere letichetta dei tè per orsetti di peluche. Non è stato facile, ma i miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Loro sono il mio rifugio.
Le feste possono apparire un po vuote ai bordi, ma i miei genitori hanno sempre riempito quei giorni di calore e chiacchiere, così da far sembrare le lacune più piccole.
Stavamo tornando a casa dei miei genitori per la Festa di Ferragosto quando è accaduto qualcosa di inaspettato.
La prima nevicata della stagione cadeva in strati leggeri, ovattati. Lautostrada brillava sotto di essa come zucchero a velo.
Sofia era dietro di me, canticchiando «Campanelli» e tamburellando i suoi stivaletti sul sedile, già immersa in quello che chiama con orgoglio «Il periodo di riscaldamento per le feste».
Le ho sorriso attraverso lo specchietto retrovisore, proprio prima di notare un vecchio berretto fermo sul lato della carreggiata.
Lauto sembrava aver superato una dozzina di inverni senza tregua. Accanto a essa cerano due anziani, avvolti in giacche sottili che il vento sfilacciava facilmente.
Il signor Giovanni guardava impotente una gomma completamente sgonfia. La signora Maria stringeva le braccia, tremando così tanto da poter vedere il suo respiro sul vetro.
Stanchezza, dolore e rassegnazione erano leggibili sul loro volto.
Sono stato a destra immediatamente.
«Resta in macchina, piccola», le ho detto a Sofia.
Lei ha lanciato unocchiata alla coppia, poi ha annuito. «Va bene, papà.»
Sono uscito nel freddo pungente, quasi come una lama. I ciottoli screziavano sotto gli stivaletti mentre mi avvicinavo.
Maria è sbattuta quando mi ha visto. «Oh! Giovane, scusateci non volevamo disturbare nessuno.»
La sua voce tremava quanto le mani.
«Siamo qui da quasi unora», ha aggiunto Giovanni, tirando le maniche sottili come a cercare calore. «Le auto passano senza accorgersi di noi. Non è colpa nostra; è Ferragosto non volevamo rovinare la giornata a nessuno.»
«Nessun problema», gli ho risposto, accovacciandomi accanto alla ruota. «Vi aiuto a cambiarla.»
Il vento mi sferzava la giacca. Le dita si sono intorpidite mentre lavoravo sui dadi arrugginiti.
Giovanni si è accovacciato vicino a me per un attimo, cercando di dare una mano. Il dolore gli era evidente sul volto.
«Ho lartrite», ha mormorato, stringendo i piedi gonfi. «Non riesco nemmeno a tenere una forchetta. Mi dispiace, figliolo. Dovevo farlo da solo.»
Ho scosso la testa. «Non si preoccupi, signore. È un piacere aiutare.»
Maria si è avvicinata, frugando le mani.
«Abbiamo provato a chiamare nostro figlio», ha detto a bassa voce, «ma la linea non funzionava. Non sapevamo più che fare.» Ha asciugato gli occhi lucidi. «Temevamo di restare lì fino al tramonto.»
I dadi alla fine si sono allentati, nonostante le dita mi bruciassero. Ho sentito di essere rimasto accovacciato lì uneternità prima che il cerchione di scorta fosse posizionato e serrato.
Quando mi sono alzato, le ginocchia mi hanno gracchiato per il freddo.
Giovanni mi ha stretto la mano con entrambe le braccia.
«Non avreste idea di quanto siamo grati», ha detto con voce profonda. «Tu e la tua bambina ci avete salvato.»
Sofia ha alzato il pollice alzato dietro di me, sorridendo fiera.
«È stato bello, papà», ha commentato.
Le ho accarezzato i capelli. «Non potevo lasciare questi poveri al freddo. Scusate il ritardo, ma ne è valsa la pena, vero?»
Lei ha annuito, tornando al suo canto di Natale.
Siamo arrivati sani e salvi a casa dei miei genitori, e la serata è scivolata nel consueto caos della festa di Ferragosto: il nonno ha impiattato il tacchino con zelo, la nonna ha affettato il pane, e Sofia ha lasciato cadere una focaccina, ma lha mangiata lo stesso.
Il giorno dopo, una mattina di scuola, spalmavo burro di arachidi su una fetta di pane per la merenda di Sofia quando il telefono ha squillato.
«Pronto, mamma», ho risposto, mettendo laltoparlante. «Che ora è?»
La voce di Lucia, agitata e ansimante, ha gridato: «Marco! Perché non me lhai detto?! Accendi subito la TV! ADESSO!»
Sono rimasto sbalordito. «Che succede?»
«Accendi subito!»
Ho cercato il telecomando tra le dita unte di burro. Il televisore si è acceso e, lì, sullo schermo, cera la coppia che avevo soccorso, seduta in uno studio televisivo illuminato.
Il banner sotto di loro recitava: «Coppia locale condivide un miracolo di Ferragosto».
Il giornalista si è avvicinato. «Allora, raccontateci cosè successo, Giovanni e Maria.»
Maria ha unito le mani, ancora scossa. «Avevamo una foratura mentre andavamo a casa del figlio per Ferragosto. Siamo rimasti bloccati quasi per unora. Il nostro vecchio cellulare non funzionava e le macchine continuavano a passarci accanto. Pensavamo di rimanere lì a congelare.»
Giovanni ha annuito. «Con la mia artrite non riuscivo nemmeno a svitare il primo dado. Eravamo impotenti finché non è comparso lui.»
Il giornalista ha sorriso. «Il vostro Superman, allora?»
Giovanni ha risposto con un timido sorriso. «Sì, il nostro Superman. Ci ha cambiato la gomma. Ci ha salvati.»
Il giornalista ha chiesto: «Avete una foto?»
Maria ha mostrato un piccolo telefono. «La nipote è giornalista e ci ha consigliato di registrare tutto per eventuali usi futuri. Ecco la foto.»
Sul monitor è apparsa unimmagine di me accovacciato accanto alla loro auto, la neve che girava attorno, con le mie mani gelide strette sui dadi.
Poi è comparso un breve video, le mie dita intorpidite mentre serravo i bulloni, con Giovanni accanto, visibilmente agitato.
La mamma, quasi urlando al telefono, ha esclamato: «Marco! Sei tu!»
Sono rimasto a fissare lo schermo, con il coltello di burro di arachidi in mano, incredulo di come la mia mattina fosse diventata così.
Il giornalista ha proseguito: «Volete mandare un messaggio al vostro Superman? Potrebbe guardare adesso.»
Maria, con gli occhi lucidi, ha guardato suo marito, poi verso la telecamera.
«Giovane», ha detto, «se ti va, contattaci. La nipote ha pubblicato le nostre informazioni sul sito del telegiornale. La tua gentilezza ci ha salvato quel giorno e vorremmo ringraziarti come si deve.»
Ero ancora nella cucina, con il burro di arachidi, a chiedermi come la mia routine fosse finita in quel momento.
La voce di Lucia è tornata: «Perché non ce lhai detto? Non hai detto nulla per Ferragosto!»
Ho alzato le spalle, ancora stupefatto. «Non pensavo contasse, mamma. Ho solo aiutato, è tutto.»
«Marco», ha risposto Lucia con tono dolce, «non è mai solo aiutare. Se qualcuno non ha bisogno di aiuto, non è perché non può averne. È perché cè qualcuno disposto a tendere la mano.»
Ho annuito.
Quella notte, dopo che Sofia era andata a letto, ho cercato il sito del telegiornale e ho trovato il loro numero. Ho chiamato.
Maria ha risposto subito. «Oh, signore! È Lei?»
«Sono io», ho detto, timido. «Il tipo che ha cambiato la vostra gomma per Ferragosto. Mi chiamo Marco.»
«Giovanni, è lui!» ha esclamato, alzando il telefono. «Vieni subito! È il ragazzo!»
Le loro voci si sovrapponevano, piene di emozione, insistentemente invitandomi a portare Sofia a cena.
«Ci avete salvati», ha detto Giovanni con decisione. «Adesso lasciateci nutrirvi.»
Sembrava una cena normale, ma quella notte ha cambiato il corso della mia vita per sempre.
Qualche giorno dopo, io e Sofia siamo andati a trovarli nella loro casetta accogliente. Il portico era pieno di gnomi da giardino, che Sofia adorava.
Maria e Giovanni ci hanno accolti come una famiglia ritrovata, ci hanno abbracciati, ci hanno guidato dentro, dove lodore di pollo arrosto e di cornetti alla cannella riempiva laria.
Poi è uscita dalla cucina.
«Questa è la nostra nipote, Angelica», ha detto Giovanni, indicando una giovane donna che portava un vassoio di cornetti freschi.
Indossava un maglione morbido e offriva un sorriso che mi è sembrato subito familiare.
«Devi essere Marco», ha detto Angelica. «Abbiamo sentito molto parlare di te.»
«Spero solo un po’ di lusinghe», ho scherzato, un po sorpreso.
Ha riso. «Tutto è stato lusinga.»
La cena si è svolta con leggerezza, come se ci conoscessimo da anni. Abbiamo parlato di disastri di Ferragosto, di genitorialità, di lavoro e della passione di Sofia per le penne glitterate.
Angelica è rimasta accanto a Sofia, aiutandola a tagliare il pollo.
A un certo punto, Sofia mi ha sussurrato: «Papà, è davvero carina.»
Più tardi, ho capito che quella cena non era solo gratitudine: era un incontro pianificato. Maria e Giovanni avevano pregato in silenzio che Angelica trovasse una persona stabile e buona, e il nostro caso di gomma forata li ha messi sulla nostra strada.
Due anni dopo, Angelica e io siamo ancora insieme. Il nostro matrimonio avrà luogo questa primavera.
Sofia la chiama «quasi mamma» e le mostra ogni suo progetto scolastico. I miei genitori la adorano.
Mia madre dice sempre: «Se quella gomma non si fosse sgonfiata, non avrei mai avuto una figlia.»
Un piccolo gesto, una svolta a destra, ha cambiato tutto. Non avrei mai immaginato che una semplice foratura potesse essere così decisiva, ma ha portato qui la mia gratitudine quotidiana.
E così ho imparato che un atto di gentilezza, per quanto piccolo, può aprire porte che non avremmo mai pensato di trovare. La vita ci ricorda che, quando tendiamo la mano, il mondo può restituirci un futuro intero.






