Mi chiamo Luca Romano e vivo a Orvieto, dove i giorni grigi dellUmbria si trascinano lenti tra i campi. Ho 52 anni e non ho più niente. Né moglie, né famiglia, né figli, né lavorosolo vuoto, come il vento freddo che soffia in una casa abbandonata. Io stesso ho distrutto tutto ciò che avevo, e ora mi trovo tra le rovine della mia vita, fissando labisso che ho scavato con le mie stesse mani.
Ho passato trentanni accanto a mia moglie, Sofia. Ero io a mantenere la famiglialavoravo, portavo a casa lo stipendio, mentre lei si occupava della casa. Mi piaceva averla lì, senza doverla condividere con il mondo. Ma col tempo, cominciai a irritarmi per le sue attenzioni, le sue abitudini, la sua voce. Lamore si affievolì, spento dalla routine. Pensavo fosse normale, che fosse così che doveva andare. Mi sentivo al sicuro in quella stabilità grigia. Poi il destino mi mise davanti una prova che non seppi superare.
Una sera, al bar, incontrai Chiara. Aveva 32 anni, venti in meno di mebella, vivace, con uno sguardo che brillava. Sembrava il sogno diventato realtà, una boccata daria fresca nella mia vita stagnante. Cominciammo a vederci e, in poco tempo, divenne la mia amante. Per due mesi vissi una doppia vita, finché non capii: non volevo più tornare da Sofia. Mi ero innamorato di Chiarao almeno, così credevo. Volevo che diventasse mia moglie, il mio nuovo destino.
Trovai il coraggio e confessai tutto a Sofia. Non urlò, non lanciò piattimi guardò solo con occhi vuoti e annuì. Pensai che nemmeno lei ci tenesse più, che i suoi sentimenti fossero morti da tempo. Ora capisco quanto lho ferita. Divorziammo. Vendemmo lappartamento dove i nostri figli erano cresciuti, dove ogni angolo custodiva ricordi. Chiara insistette perché non lasciassi niente a Sofia. Ubbidiipresi la mia parte e comprai un grande bilocale per Chiara. Sofia finì in un monolocale, e non la aiutai nemmeno economicamente. Sapevo che non aveva mezzi, che non lavorava, ma non mi importò. I figli, Matteo e Davide, si allontanaronomi chiamarono traditore e tagliarono ogni legame con me. Allora non mi importava: avevo Chiara, una vita nuova, e credevo che bastasse.
Chiara rimase incinta, e attesi nostro figlio con ansia. Ma quando nacque, notai che il bambino non somigliava né a me né a lei. Gli amici sussurravano, mio fratello mi avvertì, ma io scacciavo quei pensieri. La vita con Chiara divenne un inferno. Lavoravo fino allo stremo, pagavo per la casa, il bambino, e lei chiedeva soldi, spariva la notte, tornava ubriaca. In casacaos, niente da mangiare, litigi per nulla. Persi il lavorola fatica e la rabbia mi distrussero. Tre anni in quellincubo, finché mio fratello non mi convinse a fare un test del DNA. Il risultato mi colpì come un martello: il figlio non era mio.
Mi separai da Chiara lo stesso giorno. Sparì, portandosi via tutto. Rimasi solosenza moglie, senza figli, senza forze. Decisi di tornare da Sofia. Comprai fiori, vino, una torta, andai da lei come un cane pentito. Ma nella sua piccola casa viveva un altroil nuovo proprietario mi diede il suo indirizzo. Arrivai lì, tremante di speranza. Aprì la porta un uomo. Sofia aveva trovato lavoro, sposato un collega, sembrava feliceviva, radiosa, come non lavevo mai vista. Aveva ricostruito la sua vita senza di me.
Più tardi la incontrai in un bar. Caddi in ginocchio, supplicai che tornasse. Mi guardò come fossi un povero illuso e se ne andò, senza una parola. Ora vedo lidiota che sono stato. Perché ho lasciato la donna con cui ho vissuto trentanni? Perché ho scambiato la famiglia per una ragazza che mi ha prosciugato e abbandonato? Per unillusione, per aver creduto ciecamente nellamore? Ho 52 anni e sono un nulla. I figli non rispondono alle chiamate, il lavoro è svanito come sabbia tra le dita. Ho perso tutto ciò che mi era caro, e la colpa è solo mia.
Ogni notte sogno Sofiai suoi occhi calmi, la sua voce, il suo calore. Mi sveglio nel gelo della solitudine e capisco: sono io che lho allontanata. Lei non mi aspetta, non mi perdonerà, e non ne sono degno. Il mio erroreun marchio che brucia lanima. Vorrei tornare indietro, ma è troppo tardi. Troppo tardi. Ora giro per le strade di Orvieto, come un fantasma in cerca di ciò che ho distrutto. Non ho nientesolo rimpianto, che mi accompagnerà fino alla fine. Ho rovinato la mia famiglia, la mia vita, e porto questo peso da solo, sapendo che non cè più niente da aggiustare.





