Ho costruito una casa per i miei figli con le mie mani, e un giorno loro decisero che ormai non era più il mio posto. Ho settantadue anni e tutta la mia vita è trascorsa lavorando con le mani mattoni, cemento, intonaco, tegole. Quella era la mia forza, il mio mestiere.
Venti anni fa, quando mia moglie Lucia è venuta a mancare, mi sono fermato davanti alla sua tomba e mi sono fatto una promessa: avrei realizzato una casa grande, dove tutti figli, futuri nipoti, le loro famiglie avrebbero avuto sempre un posto, senza mai doversi separare.
Ho lavorato senza sosta. Mattine, sere, festivi, fine settimana. Ogni euro risparmiato finiva nella costruzione. Tutti nel quartiere mi conoscevano come il nonno che costruisce da solo una casa di quattro piani.
Quando la casa fu finita, diedi un piano a ciascuno dei miei figli. Marco ebbe il primo, Chiara il secondo, Giuseppe il terzo. Io rimasi nellappartamentino a piano terra, vicino al giardino che tanto amavo.
Quando consegnai le chiavi, mi abbracciarono, si commossero e mi dissero che non sarei mai rimasto solo. Quelle sono state le parole più calde che abbia mai sentito.
I primi anni tutto era vivo e felice riunioni di famiglia, risate, bambini che correvano su e giù per le scale, profumo di arrosto la domenica. Io mi sedevo sotto il noce in cortile e ringraziavo la vita.
Ma il tempo ha cambiato le cose. Non dimprovviso, ma piano, quasi insensibilmente.
Una sera Marco mi chiese di stare in stanza perché aveva ospiti e non voleva che mi affaticassi. Chiara mi suggerì di tenere le medicine chiuse in armadio perché il loro odore era troppo forte. Giuseppe mi domandò di cucinare solo nella piccola cucina in basso, perché sopra stavano registrando dei video e serviva spazio.
Nessuno è mai stato scortese. Ma le parole cominciarono a lasciare segni. Allinizio sottili, ma poi sempre più profondi.
Quando provavo a sedermi in salotto, mi dicevano che stavano seguendo una serie. Quando lavoravo in giardino, mi chiedevano di fare attenzione a non disturbare. Quando aggiustavo qualcosa che avevo costruito io stesso, mi dicevano di lasciare tutto agli artigiani.
Alla fine sono diventato una presenza silenziosa nella casa che avevo costruito, ma non più parte della mia stessa vita. Mangiavo solo in basso, nella mia piccola stanza, ascoltando di lontano le risate e le chiacchiere dai piani superiori.
Tutto è cambiato del tutto una sera. Era il mio compleanno. Nessuno se ne ricordò.
Sono sceso per prendere un bicchiere dacqua e ho sentito i miei tre figli discutere di futuri cambiamenti nella casa. Dicevano che volevano più spazio, che il piano terra sarebbe stato perfetto per una palestra, che dovevano trovare un posto più tranquillo per me, dove potessi ricevere più cura.
Il loro tono non era cattivo; era pratico. E proprio per questo mi ha fatto più male.
Ho capito che le persone a cui avevo dedicato la mia vita ormai non mi vedevano più come parte della loro quotidianità, ma come qualcuno di cui bisognava trovare una soluzione.
La mattina dopo mi sono alzato presto, ho indossato il mio abito più bello e ho portato con me ciò che contava di più gli atti di proprietà originali. Non avevo mai intestato ufficialmente nulla ai miei figli.
Mi sono recato presso una grande agenzia immobiliare che da tempo mostrava interesse per il quartiere. Hanno verificato i documenti, visionato i progetti, stimato il valore e mi hanno fatto unofferta che mi garantiva una vecchiaia dignitosa e serena.
Ho accettato.
Lo stesso giorno i soldi sono entrati sul mio conto. Ho assunto una ditta di traslochi, ho portato via solo i ricordi più cari le foto di Lucia, i miei attrezzi, alcuni libri, pochi vestiti e ho lasciato il resto.
Quella sera, quando sono tornati, mi hanno trovato in salotto un luogo che ormai era diventato quasi off-limits per me. Sedevo tranquillo, accanto alla valigia.
Mi hanno guardato confusi. Mi hanno chiesto cosa stessi facendo lì.
Ho risposto con calma, sottovoce: ho deciso di vendere la casa e avete un certo tempo per lasciarla, perché i nuovi proprietari ne faranno altro. Non ho alzato la voce. Non li ho rimproverati. Ho solo detto la verità.
Erano scioccati. Mi hanno chiesto perché. Come avessi potuto. Dove sarei andato.
Ho risposto che ogni persona ha il diritto di vivere dove si sente rispettata. Che non li accusavo, ma che ho capito di essere ora, per loro, solo un ostacolo ai loro progetti. E che per questo è meglio che ognuno prenda la propria strada.
Mi sono alzato, ho preso la valigia e sono andato via.
Oggi vivo in un piccolo appartamento vicino al mare. Mi sveglio fra il silenzio, laria pulita e una serenità che non provavo da anni.
Mi mancano i momenti del passato. Mi manca il suono dei bambini. Mi manca la casa che avevo costruito con amore. Ma non mi manca più sentirmi invisibile in una casa nominalmente di tutti.
A volte bisogna andarsene, non perché ci si arrende agli altri, ma perché, finalmente, si sceglie sé stessi.





