Ho detto basta: non mi prenderò più cura della madre malata di mio marito e l’ho messo di fronte a una scelta

Tutto avvenne in un autunno inoltrato di molti anni fa. La pioggia picchiettava incessante sui vetri, giorno dopo giorno, e quel suono monotono sembra ancora oggi essere inciso nella memoria di questa storia, che ho deciso di raccontare. Riguarda i miei vicini, o meglio, la mia vicina Concetta. Ormai superati i cinquantanni, faceva la commessa in un alimentari aperto tutta la notte, lavorando quando la città di Siena dormiva. Suo marito, Gabriele, lavorava da sempre come ingegnere in una fabbrica; un uomo in fondo buono, ma come spesso accade, abituato che la vita prosegua sui binari dettati dallabitudine. Tutto filava dritto, finché il destino non bussò inaspettatamente alla loro porta, con la malattia della madre di Gabriele, la signora Maria Luigia.

La donna, quasi ottantacinquenne, viveva da sola in un paesino tra le colline toscane. Fu colpita da un leggero ictus abbastanza però da rendere evidente che non poteva più cavarsela da sola. Gabriele non esitò: decise di portarla da loro in città. Sua sorella, Carmela, che abitava anchessa a Siena, sospirò di sollievo: «Grazie, Gabri, che la prendi tu. Io ho la casa troppo piccola e mio marito non capirebbe».

Così Maria Luigia entrò a far parte della loro casa. Da quel giorno, la vita di Concetta cambiò radicalmente.

Tutto ricadde sulle sue spalle. Dopo una notte di lavoro, invece di riposare, doveva occuparsi della suocera: darle da mangiare, lavarla, cambiare i pannoloni, portarla a prendere un po daria fresca nelle giornate dautunno più miti. Gabriele, rientrando in casa, si limitava a chiedere dal corridoio: «Come sta la mamma?», per poi infilarsi subito in salotto davanti alla televisione.

La vedevo spesso rientrare allalba, trascinando a fatica le gambe, il viso pallido, le profonde occhiaie sotto gli occhi. Una volta laiutai a portare su le buste pesanti della spesa e dei pannoloni fin sullascensore.

Grazie, signor Andrea, mormorò, la voce svuotata di ogni energia.

Concetta, sarebbe lei ad aver bisogno di una mano. Deve pensare anche a se stessa, sa?

Lei sorrise amaramente, senza emettere suono.

Chi mai ci pensa? Ognuno ha i suoi pensieri. Gabriele si stanca al lavoro. Carmela lei viene solo durante le feste per criticare e dare consigli.

Concetta aveva provato a parlare con Gabriele. Senza urlare, in modo pratico, come una padrona di casa.

Gabri, non ce la faccio più. Sono allo stremo. Cerchiamo insieme una badante, almeno per qualche ora al giorno. Oppure… valutiamo una buona casa di riposo, con assistenza vera.

Gabriele reagì come se lei gli avesse proposto di abbandonare sua madre in mezzo a una strada.

Sei impazzita?! Mandare mia madre in una casa di riposo?! Non voglio nemmeno sentirlo dire! È pur sempre mia madre!

Nella sua voce si sentiva più paura del giudizio degli altri soprattutto di Carmela che vero amore filiale.

Quando Carmela venne a sapere del discorso, si precipitò la sera stessa, non per aiutare, ma per impartire lezioni.

Concetta, ma non ti vergogni neanche a pensarci! Casa di riposo?! Ti malediremo tutti in famiglia! Sei solo una egoista, ti interessa più la tua comodità!

Concetta tacque, fissando il tavolo. A cosa serve discutere con chi si presenta ogni quindici giorni per un bacio sulla guancia e consigli non richiesti?

Lei continuò ad andare avanti. Di notte al lavoro, di giorno a occuparsi della suocera un impegno che la consumava dentro e fuori. Gabriele sembrava non vedere la sua esasperazione. Osservava solo che la mamma fosse pulita e sazia tanto gli bastava. Viveva convinto che così fosse giusto, che fosse destino delle donne portare questo fardello.

La crisi arrivò improvvisa e dura. Un giorno, tentando sola di spostare Maria Luigia dal letto alla poltrona, Concetta avvertì una fitta acuta e bruciante nella schiena. Non cadde, ma si lasciò scivolare lentamente a terra, goffa, accanto alla suocera che la guardava senza capire.

Quando Gabriele rientrò dal lavoro, fu preda del panico. Non sapeva cambiare un pannolone, preparare il brodo, dare le medicine. In pochi istanti tutta la sua sicurezza crollò, rivelando soltanto impotenza.

Il dottore della ASL, dopo aver visitato Concetta, emise un verdetto severo: la schiena era compromessa, assoluto riposo a letto per almeno due settimane. Niente sforzi, niente pesi, niente stress.

Ma io ho la suocera malata, sussurrò Concetta.

Se adesso non resta a letto, fu la risposta ruvida del medico, la prossima tappa è la sala operatoria. E dopo, forse, anche la sedia a rotelle.

A casa regnava il caos. Gabriele, con la faccia stravolta dal terrore, tentava di occuparsi della madre: sporcizia ovunque, disordine, confusione. Chiamò la sorella.

Carmela, qui è un disastro! Concetta è bloccata a letto! Devi prendere la mamma a casa tua, almeno per un po!

Dallaltro capo del telefono, solo balbettii imbarazzati.

Ma lo sai, Gabri, che non posso. Casa piccola, mio marito poi io non sono capace con chi non si muove È troppo. Ce la farai tu, sono sicura.

Gabriele riattaccò, si sedette in corridoio tenendo la testa tra le mani. Per la prima volta vedeva la situazione non come un fastidio lontano, ma come un disastro concreto, al centro del quale cerano sua moglie sofferente e una madre ormai fragile.

Concetta, nella sua stanza, sentiva la schiena in fiamme, ma finalmente nella mente tutto era chiaro. Ascoltava lo sbattere di porte, i passi incerti del marito, il pigolio sommesso della suocera. Quando, dopo due giorni, Gabriele entrò con una tazza di brodo, lei lo guardò con calma. Nei suoi occhi non cerano rabbia né rimprovero, solo una decisione definitiva.

Gabriele, disse piano ma con fermezza. Io non mi prenderò più cura di tua madre. Né domani, né tra due settimane. Mai più.

Lui spalancò la bocca per ribattere, ma Concetta alzò la mano, fermandolo.

Tranquillo, e ascolta. Abbiamo due vie. Primo: insieme cerchiamo e paghiamo una soluzione professionale. Una brava badante residente. Oppure proprio la casa di riposo che tanto ti fa paura nominare. Discutiamo tutto, vediamo i posti, scegliamo insieme. Uniti.

E la seconda? chiese lui con voce strozzata.

Seconda: chiedo la separazione. Me ne vado. Resti tu da solo, con tua madre e la tua cara sorella. Scegli.

Si sdraiò sui cuscini, chiudendo gli occhi. Aveva detto abbastanza.

Gabriele uscì. Rimase a lungo seduto in cucina, al buio. Rifletteva. Ripensava alle settimane passate: il volto stanco della moglie, il suo silenzioso dolore, le scuse patetiche della sorella, la propria incapacità di agire. Vagava in quella piccola galassia di disordine in cui era affondata la loro esistenza. Doveva scegliere. Non tra madre e moglie, ma tra lapparenza e la salvezza reale di tutti e tre.

La mattina dopo andò da Concetta.

Cerchiamo la casa di riposo, disse semplicemente. Una buona. E per i primi giorni prendiamo la badante. Ho chiesto ferie al lavoro. Chiamo io i posti. Vediamo tutto insieme.

Concetta annuì. Nulla aggiunse.

Oggi Maria Luigia vive in una residenza privata a due passi da Siena. Camera pulita, assistenza continua, medici sempre presenti. Gabriele e Concetta la vanno a trovare ogni domenica. Portano biscotti fatti in casa, parlano con lei, si tengono compagnia. Vedono che Maria Luigia è serena e, cosa ancora più importante, hanno ricominciato a vedersi come marito e moglie, non più prigionieri o carnefici.

Un giorno, incontrandola allingresso, le chiesi:

Allora, Concetta, la vita va meglio?

Lei sorrise. Un sorriso leggero, come non le vedevo da tempo.

Sta andando meglio, signor Andrea. Finalmente ho capito una cosa semplice. A volte il vero atto di misericordia non è annullarsi per gli altri. È trovare una soluzione che sia sostenibile per tutti. E avere la forza di sostenerla.

In quelle parole si racchiudeva il senso di tutta la storia. Il diritto a una propria vita non è egoismo. Senza questo, qualsiasi sacrificio rischia di diventare solo sterile distruzione.

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