Ho detto no al ruolo di nonna-tata per tutta l’estate, e mia figlia mi ha minacciata di mettermi in una casa di riposo

Mamma, ma sei impazzita? Quali terme? Quali Abano? Abbiamo comprato i biglietti per la Sardegna, partiamo tra una settimana! Ti rendi conto che ci fai buttare via dei soldi?

La voce di Caterina faceva tremare i bicchieri sulla credenza della mia vecchia cucina, mentre si agitava come una leonessa, sbattendo il fianco contro il tavolo senza nemmeno accorgersene. Io, Antonietta Bianchi, ero seduta sul mio sgabello preferito, le mani intrecciate così forte che le nocche erano bianche. Guardavo mia figlia e stentavo a riconoscere la piccola Caterina dei giorni in cui le intrecciavo le trecce, ora donna elegante e visibilmente furiosa.

Caterina, non gridare, per favore, che mi si alza la pressione chiesi pacata. Ti avevo già detto a febbraio che questestate avrei pensato alla salute. Le ginocchia mi fanno così male che per le scale devo scendere di lato. Il dottore mi ha quasi ordinato le terme. Ho messo via lassegno della pensione per mesi per questa vacanza. Perché dovrei annullare tutto?

Perché siamo una famiglia! sbottò Caterina, fermandosi davanti a me, le mani smaltate sui fianchi. Le nonne servono a dare una mano con i nipoti! E tu cosa vuoi fare? Sguazzare alle terme mentre io e Marco lavoriamo come matti? È un anno che non facciamo una vacanza! Lalbergo labbiamo trovato bellissimo, portare i bambini costa troppo, e vorremmo anche riposarci, non correre dietro a due terremoti in spiaggia. Devi portarli in campagna. Non se ne parla nemmeno.

Sospirai pesantemente. Quel non se ne parla lavevo sentito troppe volte negli ultimi dieci anni. Prima: Mamma, resti con Federico? Devo lavorare, cè il mutuo. Poi: Mamma, è nata Marta, ora sono due, ma tu sei bravissima. E io accudivo. Mi negavo ogni cosa, correvo al primo cenno, facevo assistenza, portavo ai corsi. Ma ora sono grandi: Federico ha già dodici anni, Marta nove. Due uragani che in una settimana smonterebbero la vecchia casa dei miei nonni in campagna. E servirebbero occhi dappertutto, cucinare per un esercito, lavare, tenerli occupati. Le mie forze bastano appena per arrivare allorto delle fragole e stare seduta in cortile.

Caterina, non posso, dissi decisa guardandola negli occhi. Non ce la faccio fisicamente. Sono vivaci, corrono, vanno in bici, vogliono il fiume. Io non riesco a stargli dietro. E se succede qualcosa, non me lo perdonerei mai. E poi il viaggio è già pagato, i biglietti del treno pure. Parto il tre giugno.

Caterina ammutolì. Mi guardava con uno sguardo freddo e calcolatore da farmi venire i brividi. In cucina si sentiva solo il ronzio del vecchio frigorifero Smeg.

Quindi la tua salute vale più dei nipoti? pronunciò lentamente, scandendo le parole. Ami più te stessa del tuo sangue?

Forse per la prima volta in sessantacinque anni penso a me. È tanto grave?

Va bene improvvisamente la calma fu più tagliente della rabbia. Si sedette di fronte a me, accavallò le gambe, sistemò la gonna. Vivi in un trilocale in centro, sola. Noi, con due figli, stiamo stretti in un bilocale in periferia, tra mutuo e finanziamenti. Tu non immagini la fatica. E tu qui, come una regina, che metti anche le condizioni.

Questo appartamento lho ereditato dai miei genitori e lho mantenuto lavorando ricordai. E vi ho aiutato con la prima rata, ti sei scordata? Ho venduto il garage del papà.

Quattro spicci! tagliò corto Caterina. Ascolta bene, mamma. Se vai alle terme e ci lasci così, io mi regolo di conseguenza: vuol dire che sei vecchia, malata, incapace di badare perfino ai tuoi nipoti. E visto che sei incapace, magari non è sicuro che tu resti qui da sola: potresti lasciare il gas acceso, lacqua aperta

Cosa vuoi dire? sentii il cuore mancarmi un colpo.

Parlo chiaro: ci sono ottime case di riposo, private o convenzionate. Lì sei seguita, ti curano, ti danno da mangiare. Niente pensieri, niente nipoti. Possiamo affittare o vendere la casa per chiudere mutui e debiti. O magari ci trasferiamo noi. Tanto, alla fine sarà nostra. Perché aspettare?

Sentii il buio calarmi davanti agli occhi, mancava laria. Mia figlia, che nei difficili anni novanta avevo cresciuto da sola, oggi mi ricattava parlando di casa di riposo.

Vuoi mandarmi in una casa di riposo? Finché sei viva?

Non una casa di riposo, ma una residenza, aggiunse lei fredda. Se rifiuti i tuoi compiti da nonna, significa che sei incapace. I servizi sociali ci mettono poco se io denuncio che vaneggi, che sei smemorata, che sei un pericolo. Conosco un dottore amico, confermerà che hai diciamo, i primi sintomi di demenza. Hai pure letà giusta.

Fuori, sussurrai.

Cosa?

Esci subito! urlai, balzando dallo sgabello con una forza che non mi aspettavo. Fuori! E non portare più qui i tuoi bambini! Sono lucida, capace e questa casa è mia!

Caterina si alzò, guardò la cucina con disgusto.

Grida pure. Ti si alzerà la pressione, chiameremo lambulanza, così vedono che non sei più a posto. Hai fino a domani, mamma. O porti i bambini con te per tutta lestate e dimentichiamo questo discorso, o inizio con le pratiche per linterdizione. E sai che sono testarda. Lho preso da te.

La porta sbatté. Restai sola. Le gambe cedettero, ricaddi sullo sgabello. Le mani mi tremavano tanto che non riuscii neanche a prendermi un bicchiere dacqua. Piangevo di rabbia e di dolore. Quando era successo che la mia bambina si era trasformata in un giudice spietato?

Rimasi fino a sera nella penombra. I pensieri mi tormentavano come uccelli impazziti. Immaginavo la residenza: muri spogli, odore di disinfettante, sconosciuti, sbarre alle finestre. Provai paura. Caterina era davvero testarda, e di conoscenze ne aveva. Marco, mio genero, era debole: avrebbe fatto quel che diceva lei pur di evitare discussioni.

Quella notte dormii poco o niente. Allalba arrivò la rabbia, fredda e limpida. Una vita vissuta sempre per gli altri: per un marito andato via troppo presto, per una figlia, per il lavoro. Sempre timorosa di offendere, sempre accomodante. E questo era il risultato. Scambiarono la gentilezza per debolezza.

La mattina, presa la pastiglia per la pressione, misi il tailleur più elegante, raccolsi i documenti di casa e uscii. Non andai né al mercato né in farmacia, ma direttamente dallo studio legale.

Il giovane avvocato ascoltò la mia storia, poi mi rincuorò:

Signora Bianchi, stia tranquilla. Interdire una persona lucida e autonoma è quasi impossibile. Serve il giudizio del tribunale, perizie, commissioni. Se lei è autonoma, orientata, non potrà mai essere tolta da casa contro il suo volere. E poi è lunica proprietaria della casa. Un buon consiglio: si faccia rilasciare una certificazione dello psichiatra che attesti la sua piena salute mentale. Così, per sicurezza. E riveda o sospenda il testamento, giusto per cautela.

Quando uscii da lì mi sentii più leggera di venti chili. Andai in un centro medico, visitata e piena di timbri, avevo la certificazione: funzioni cognitive nella norma. Poi mi fermai alla banca e spostai parte dei miei risparmi su un conto a cui Caterina non aveva accesso.

Tornai a casa per pranzo. Il telefono squillava senza sosta: Caterina. Non risposi. Presi la vecchia valigia con cui ero stata a Ischia da giovane, e cominciai a preparare i vestiti: abiti leggeri, costume, scarpe comode, libri.

Nel tardo pomeriggio sentirono bussare forte. Guardai dallo spioncino: Caterina, da sola.

Aprii, ma con la catena ancora inserita.

Mamma, perché non rispondi? Siamo preoccupati! la voce seccata, ma non violenta come ieri. Probabilmente aveva cambiato tattica. Apri, dobbiamo parlare. Ho già portato le cose dei bambini, domattina te li lascio.

Non li porterai, Caterina, dissi calma dalla fessura. Domani parto.

Dove vuoi andare? Abbiamo un accordo! O hai scelto la via peggiore? Non ti ricordi cosa ti ho detto sulla casa di riposo?

Ricordo perfettamente. Infatti stamattina sono stata da un avvocato e da uno psichiatra. Guarda.

Le passai la copia della certificazione.

Funzionalità psichica integra, nessun segno di demenza lesse Caterina cambiando colore. Hai fatto davvero i certificati? Mamma, ma sei seria?

Serissima, cara. Ho pure consultato il notaio su diffamazione e tentati abusi. E ho chiesto informazioni su donazioni a enti per anziani soli. Ci sono fondazioni che tutelano lanziano in cambio di una casa in centro e rendita vitalizia. Se entro qualcosa mi succede o provate a farmi dichiarare incapace, loro agiscono subito.

Caterina impallidì. Sapeva che, quando mi mettevo in testa qualcosa, non scherzavo.

Mamma, stai dicendo sul serio? Una fondazione? Siamo la tua famiglia! Vuoi lasciare tua figlia senza casa?

E una figlia vuole mandare la madre in casa di riposo per farsi la vacanza in Sardegna? ribattei. Domani parto per Abano. Via per tre settimane. Le chiavi le ha la signora Lidia, la vicina la conosci. Annaffierà le piante. A voi non le dò. Ho anche cambiato la serratura oggi.

Hai cambiato serratura? sgranò gli occhi. Mamma, questa è paranoia.

Sono precauzioni. Non voglio tornare e trovare voi qui e le mie cose buttate. Voglio bene ai miei nipoti. Ma sono nonna, non colf. E soprattutto sono una persona e non la vostra proprietà. Se volete andare in vacanza, trovate una tata, mandate i bambini in colonia, fate un finanziamento sono affari vostri. Ho già dato.

Provai a chiudere, ma Caterina mise il piede tra porta e telaio.

Aspetta, mamma! Scusami, ieri ero fuori di me! Tra il lavoro, i nervi, queste vacanze… Non posso più cancellare i biglietti, le penali sono altissime! Cerca di capire! Prendili tu, useranno il tablet, staranno tranquilli!

No, Caterina. È deciso. Togli il piede, devo riposare prima del viaggio.

Mi guardò con una rabbia e unangoscia che si mescolavano e anche un certo rispetto? No, piuttosto paura. Paura di perdere leredità.

Vai pure alle tue terme! urlò scostando finalmente il piede. Ma non sperare che verremo a prenderti quando avrai bisogno, né che ti aiuteremo quando ti ammali!

Non lo pretendo. Ora posso contare su me stessa e su un buon avvocato. Addio, Caterina. Buon viaggio.

La porta si chiuse. Serrature girate, catenella inserita. Il cuore batteva forte ma sentivo una strana leggerezza. Ce lavevo fatta: avevo difeso il mio diritto alla vita.

Il mattino dopo, il taxi sotto casa. Elegante col cappello, la valigia con le ruote, uscii dal portone. Sotto quello a fianco la macchina di Marco. Fumava nervoso guardando su. Quando mi notò, si girò dallaltra parte. Aveva ricevuto precise istruzioni.

Il treno correva verso il sud. Dal finestrino, campi di grano, filari, stazioni. Io sorseggiavo il tè, ascoltavo il rumore del treno e sentivo i pensieri malinconici sfumare via. In cuccetta con me cera una signora della mia età, Giulia, anche lei in viaggio per le cure. Ci mettemmo a chiacchierare.

Io glielo ho detto subito: i nipoti solo nei weekend, quando sto bene, raccontava Giulia spalmando il formaggino sul pane. Allinizio i figli si sono offesi, ma poi rispetto. Non siamo fatte di ferro. Vogliamo vivere anche noi.

Anchio ora la penso così, sorrisi. Solo che ho dovuto prendere provvedimenti drastici.

Le tre settimane alle terme furono un sogno. Bagni caldi, massaggi, lunghe camminate, aria buona. Persino la schiena mi sembrava più dritta, le ginocchia meno doloranti. Nuove amicizie, anche una sera a teatro con un ex colonnello elegante che alloggiava sullaltro lato del parco. Ricordai di essere una donna e non solo una funzione famigliare.

Il telefono lo accendevo poco. Caterina aveva mandato diversi messaggi. Prima arrabbiati: Sei stata egoista, abbiamo dovuto cambiare tutto, ci siamo indebitati! Poi lagnosi: Federico ha la febbre e lavoriamo entrambi. Infine secchi: Quando torni?

Rispondevo breve: Guarite, Arrivo il 25.

Avevo un po dansia per il ritorno. Cosa avrei trovato? Una battaglia? Le serrature cambiate? Documenti sempre con me.

Entrai nella mia casa che odorava di pulito e chiuso. Fiori innaffiati: la signora Lidia era affidabile. Sul tavolo in cucina, una nota: Caterina è venuta due volte, voleva le chiavi dicendo che cera una perdita. Non gliele ho date, sono entrata con lidraulico: tutto a posto. Forza, Antonietta!

Sorrisi. Brava Lidia.

La sera arrivò Caterina. Niente scenate. Solo un colpo di citofono. Aveva il volto abbronzato, stanco, come spento.

Ciao, bofonchiò, entrando senza entusiasmo. Sei tornata?

Sì. Prendi un tè?

Si sedette sulla stessa sedia del giorno della lite.

La vacanza comè andata? chiesi, versando l’acqua calda.

Normale. Ma cara, coi bambini abbiamo dovuto prendere una pensione peggiore, sennò non ci stavamo. Marco si è arrabbiato, altro finanziamento.

Beh, almeno il mare i piccoli lhanno visto. Fa bene.

Rimase a guardarsi la tazza.

Mamma davvero sei andata dal notaio per la fondazione?

Certo.

E hai firmato?

Ancora no. Ma i documenti sono pronti. Dipende da voi.

Mi guardò negli occhi, con le lacrime.

Mamma dai, non esagerare. Stavo fuori di testa quel giorno. Sai come sono fatta. Non volevo davvero mandarti in casa di riposo, solo pensavo di convincerti con la paura.

Brutta scelta, questa. Il ricatto con la famiglia non funziona mai: uccide la fiducia. Ora non potrò più girarti le spalle, né accettare un bicchiere dacqua senza pensare.

Dai, smettila! pianse. Scusami. Sono una stupida. Sono solo abituata ad averti sempre lì, disponibile. E stavolta sei cambiata. Mi hai spiazzata.

Le accarezzai la spalla, ormai senza rabbia, solo tristezza.

Non è ribellione, Caterina. Ricordati che sono una persona anche io. E ho i miei limiti. Aiuto volentieri con i nipoti, ma non a scapito della salute, e non su ordine. Se vuoi portare i bambini, telefona prima, chiedi se sto bene e se posso. Se posso, bene. Se no, arrangiatevi.

Va bene, mamma. Ho capito.

E niente più chiavi di casa: volete venire, chiamate prima.

Annui col fazzoletto sotto il naso.

Daccordo. E il testamento è ancora lo stesso?

Certo. Finché ci sono io, la casa resta comè. Sarà tua, ma solo dopo di me. Ho intenzione di vivere ancora parecchio: il cardiologo dice che ho il cuore di una ragazza.

Bevemmo il tè. La conversazione era fredda, il calore di prima perso, ma nemmeno più guerra. Una pace armata, diciamo. Uscì promettendo di portare i nipoti un paio dore nel weekend (solo per i pancake, poi li riprendiamo!).

Chiusi la porta. Girai la chiave. Mi affacciai alla finestra sul tramonto di Milano: la città si accendeva di luci. Mi sentivo come il capitano di una nave che aveva superato la tempesta col timone saldo. Sì, la barca un po ammaccata, lequipaggio indispettito, ma la guida era mia.

Quel fine settimana vennero i nipoti. Più grandi, più scuri di pelle.

Nonna, abbiamo visto una medusa! gridava Marta. E papà si è scottato!

Mangiarono pancake, raccontarono del viaggio. Caterina era pacata, non criticava, non comandava. Dopo due ore li portò via.

Grazie mamma. Andiamo, abbiamo da studiare anche destate.

Rimasi sola sulla poltrona, con la lampada e il libro iniziato sul treno. Mi sentivo bene. Un po sola, certo. Ma era una solitudine pacifica, dignitosa, di una donna libera che conosce il proprio valore. Avevo capito la verità più importante: per essere amata non serve sempre essere disponibile. E per il rispetto, ogni tanto bisogna mostrare i denti, anche se ormai sono certificati da uno psichiatra e da un buon avvocato.

In autunno mi iscrissi in piscina e al circolo Vivere Insieme. Ho scoperto che la vita, dopo i sessantacinque, inizia davvero solo se non permetti ad altri di scriverla al posto tuo.

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