Ho lavorato per sette anni nella stessa azienda: sono partita come assistente e sono arrivata a diventare coordinatrice dell’ufficio amministrativo

Oggi sento davvero il bisogno di mettere tutto nero su bianco, per cercare di capire come sono arrivata fin qui e come dovrei andare avanti.
Ho lavorato nella stessa azienda di Milano per sette anni.
Ero partita come assistente e, con il tempo, ero diventata coordinatrice dellufficio amministrativo.
Due anni dopo il mio ingresso, al mio consiglio, la mia migliore amica Paola è stata assunta.
Lho seguita passo a passo: le ho spiegato i processi, fatto conoscere il sistema informatico, presentato i colleghi che contano, e più di una volta ho coperto le sue prime ingenuità per non farle avere grane col responsabile.
Pranzavamo insieme ogni giorno, il venerdì andavamo a bere uno Spritz ai Navigli, condividevamo confidences e sogni per il futuro.
Di lei mi fidavo come di nessun altro.
Sei mesi fa annunciarono in riunione che presto si sarebbe aperta una posizione da responsabile.
Il capo mi confidò che ero tra i candidati più forti.
Da quel giorno entrai in ufficio prima delle otto e spesso uscivo a sera inoltrata.
Prendevo in mano progetti complicati che nessuno voleva, mi caricavo di responsabilità extra.
Paola invece ripeteva quasi ogni giorno: È la tua occasione, te la meriti davvero. Le raccontavo tutto: le mie idee, le strategie che pensavo di usare allinterno del colloquio.
Non mi sfiorava neanche il dubbio.
Il giorno fatidico del colloquio, con mia enorme sorpresa, Paola era lì davanti alla porta dellufficio del direttore generale, vestita elegante, il volto teso come il mio.
Non mi aveva detto nulla: lho scoperto solo in quel momento, vedendola seduta ad aspettare.
Mi ha guardata negli occhi e mi ha detto solo: Ho deciso di provarci anchio. Ho cercato di non pensarci troppo, di non vedere del marcio.
Una settimana dopo hanno annunciato il verdetto: Paola era la scelta per la posizione.
Quando lho sentito, sono rimasta dietro la mia scrivania a fissare lo schermo del computer, incapace di qualunque reazione.
Da allora le cose sono peggiorate.
Paola, ormai mia nuova responsabile, ha iniziato a cambiare le procedure che avevo messo in piedi negli anni.
Mi ha tolto delle mansioni chiave, pretende da me report assurdi e inutili.
Mi sono arrivati voci da un collega di Torino che lei aveva dichiarato di fronte agli altri che sono priva di capacità di leadership; molte delle proposte che aveva illustrato come proprie durante le riunioni erano idee mie, che le avevo confidato nei nostri pranzi.
Un giorno, non ce lho fatta più: lho affrontata davanti a un cappuccino nel bar sotto lufficio.
Perché hai detto quelle cose di me? le ho chiesto.
Lei, senza emozione, mi ha risposto: Questo è lavoro, non amicizia.
Dovevo assicurarmi il posto. Le ho ricordato tutto quello che avevo fatto per lei.
È stata una tua scelta, Silvia.
Io non ti ho mai obbligata.
Da allora latmosfera è diventata insostenibile.
Paola mi parla a malapena, spesso mi corregge davanti a tutti, mi dà compiti umilianti e ripetitivi.
Torno a casa a Monza ogni sera con le lacrime agli occhi, ansiosa, col desiderio di mollare tutto.
Ma in fondo provo rabbia allidea di dare le dimissioni senza nemmeno dire la mia versione dei fatti.
Oggi mi sento bloccata: accettare in silenzio questa situazione per non rischiare di restare senza stipendio (e laffitto da pagare, la rata della macchina, la vita qui non è affatto economica: tutto in euro sembra pesare il doppio), o trovare il coraggio di ricominciare da zero altrove.
Farei bene a restare per senso del dovere o mi conviene cambiare aria e tornare a respirare?

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