Ho pagato il prezzo della felicità di mio figlio: come ho scelto la nuora ideale e orchestrato un matrimonio perfetto per il mio unico grande amore, affrontando i miei sentimenti di madre italiana e un segreto che ci unisce per sempre

Ho pagato la felicità di mio figlio

Ci ho pensato a lungo, in quel sogno in cui i pensieri si sciolgono come gelato al sole, e ho deciso che sarei stata io a scegliere la nuora perfetta, la moglie ideale per mio figlio. Volevo trovare una giovane donna adatta, e così unirli, come se un filo invisibile uscisse dalle mie dita tra le pieghe di un antico tessuto. Mio figlio, nella nebbia dorata di quel sogno, era il figlio più desiderato del mondo intero. Lo amavo con una follia morbida, come solo una madre italiana sa amare. Era sempre stato mio, solo mio. Lho cresciuto come un eroe mitico, vigilando su di lui anche nelle notti in cui il vento soffiava tra le imposte, curandolo, proteggendolo. E adesso dovrei consegnare questo uomo incantato in braccio a unaltra donna?

Sapevo bene che, come giunge il tramonto su Piazza San Marco, anche quel giorno sarebbe arrivato: il giorno in cui mio figlio avrebbe scelto una compagna. Ma era un pensiero difficile da inghiottire, come una mandorla amara nel tiramisù. Così il mio subconscio ha disegnato un piano bizzarro, sospeso tra il reale e lassurdo.

Guardai con apparente serenità il momento in cui mio figlio cominciò a mostrare interesse per le ragazze. Ma la sua ragazza capricciosa, dagli occhi dispettosi, non faceva per noi; lo sapevo da subito. Gli ho detto senza mezzi termini: questa ragazza non va bene, serve una giovane onesta, casta, modesta come una statua silenziosa nella chiesa del paesello.

Senza che sapesse nulla del mio piano, iniziai la ricerca come si cercano tartufi nelle vigne piemontesi: con pazienza e fiuto. Avevo bisogno di una ragazza con cui potessi parlare la stessa lingua, anche nei sogni confusi dove il vociare si mescola come le campane a mezzodì.

La lista delle candidate sembrava uscita da un vecchio libro illustrato: la ragazza della porta accanto, la figlia della mia amica dinfanzia, e qualche compagna di classe di mio figlio. Parlando con la madre e la figlia della vicina, mi accorsi allistante che non era la strada giusta: lei era troppo robusta, e io desideravo che mio figlio volteggiasse felice, come nei balli sotto le stelle a Ferragosto. Doveva essere snella.

Con la figlia della mia amica le cose andarono in fumo: aveva già un fidanzato, svanito come nebbia tra le colline di Toscana. Sulle compagne di classe nemmeno ci perdo tempo. Nulla da fare, era un vicolo cieco.

Mi restava solo una via: diventare unombra, seguire mio figlio e vedere con quali donne si fermava a parlare, quali sguardi preferiva. E allora mi inventai di voler vedere come lavorava. Non fu contento, come quando deve mangiare la minestra fredda, ma alla fine accettò. Rimasi come uno spettro tra le pareti, osservando ogni gesto, ogni sorriso tra lui e le colleghe. Interrogai anche le altre impiegate, raccogliendo dettagli e sussurri.

Alla sera capii che non avrei trovato la fidanzata adatta sul posto di lavoro. Sullautobus per tornare a casa, tra facce sconosciute e sguardi sfuggenti, mio figlio mi propose di fermarci per un caffè. Allinizio volli rifiutare, poi pensai fosse un momento opportuno. Entrammo in una caffetteria che sembrava galleggiare tra le nuvole e lì lo vidi parlare con una cameriera: un dialogo fioriva tra di loro, semplice e luminoso.

In quell’istante sentii che era lei, la ragazza che cercavo Si chiamava Concetta. Aveva una gentilezza pudica e uno sguardo pulito come acqua di sorgente. Mi avvicinai, la presi in disparte tra tavolini appiccicati e odor di cornetto, e le parlai apertamente.
Ma signora, siete matta? mi chiese, stringendo il grembiule. Non è una cosa normale, vero?
Ma tu vuoi una vita migliore, e mio figlio te la può dare, le dissi, come in un copione che si scrive da solo.

Le offrii una somma consistente, come se mi ritrovassi in mano le vecchie lire tramutate in euro sonanti, abbastanza da pagare la laurea di suo fratello. Lamore per il fratello la vinse più dei suoi principi, e mi promise che avrebbe imparato ad amare mio figlio.

Dopo laccordo, restammo in contatto continuo, come due complici che si riconoscono in uno scenario da Commedia dellArte. Le suggerivo tutto ciò che poteva aiutarla a conquistare il suo cuore.

Volevo risultati, e li ebbi in fretta: mio figlio perse letteralmente la testa per Concetta. Mi parlava soltanto di lei, come se il resto del mondo fosse fatto dombra. Continuava a raccontarmi quanto Concetta fosse bella, quanto cucinasse bene il risotto allo zafferano, quali canzoni preferiva, quali film adorava. Un giorno gli chiesi di presentarmela ufficialmente, e lui, felice come un bambino durante il Carnevale di Venezia, accettò.

Quando Concetta venne a casa nostra, avemmo una conversazione serena, con parole che scivolavano tra i muri decorati di quadri di famiglia. Concetta mi confessò subito che si era innamorata davvero di mio figlio, e con vergogna mi chiese se potevo riavere indietro il denaro. Ma non era quello il mio intento.

Se tra i ragazzi era fiorito un amore vero, perché mai avrei dovuto riprendere i soldi? Le dissi di tenerseli e di iniziare a pensare con calma alle nozze.

Ora i miei figli sono felici, e io ho una nuora devota che sembra essere diventata la mia miglior amica, e il nostro piccolo segreto rimane custodito nelle pieghe di questo sogno. Sono contenta che il mio piano abbia donato a mio figlio la felicità, anche se tutto continua a volteggiare come una danza surreale nelle notti romane.

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