Ho due figli. I miei figli vengono da due mariti diversi. La mia primogenita è una ragazza. La mia Carlotta ormai ha sedici anni. Suo padre, Marco, paga regolarmente il mantenimento e si tiene sempre in contatto con lei. Anche se ormai il mio primo marito si è risposato e ha fatto altri due figli con la seconda moglie, non si scorda mai della nostra Carlotta.
Il mio secondo figlio, invece, è stato più sfortunato. Ha solo cinque anni. Due anni fa, il mio secondo marito si è ammalato allimprovviso e, dopo tre giorni in ospedale, se nè andato. Non riesco ancora a credere che non ci sia più. Spesso mi sembra che da un momento allaltro la porta si apra, lui entri sorridendo e mi auguri una buona giornata. Poi mi metto a piangere tutto il giorno, come una pasta troppo cotta.
Per fortuna mi ha molto sostenuta tua suocera, la signora Patrizia, la mamma del mio defunto marito. Anche per lei è stato un colpo tremendo: pensa, era figlio unico. Ci siamo aggrappate luna allaltra per superare quel dolore bestiale, telefonandoci spesso, andando a trovarci a vicenda, parlando di lui come se potesse rientrare da un momento allaltro.
A un certo punto avevamo pure pensato di andare a vivere insieme, poi Patrizia ha cambiato idea. Siamo state sotto lo stesso tetto per sette anni. Io e lei abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, quasi come due amiche storiche più che suocera e nuora.
Quando sono rimasta incinta, però, si è presentato un siparietto degno di Rai 2: Patrizia mi ha tirato fuori, dal nulla, il discorso del test di paternità. Aveva visto una trasmissione assurda in cui il povero papà cresceva un figlio non suo per anni. Io sono rimasta secca: Ma dai, Patrizia, se un uomo dubita così tanto, meglio farselo passare e lasciargli la domenica coi figli!
Lei aveva annuito, dicendo che non cera problema e che si fidava di me, e che di certo portavo in grembo il nipote suo. Ero sicura che appena nato il piccolo sarebbe saltato di nuovo fuori il discorso invece non ha detto nulla.
Poi, questestate, Patrizia si è ammalata di brutto. A un certo punto abbiamo pensato fosse meglio che si trasferisse più vicino a noi. Abbiamo chiamato unagenzia immobiliare e iniziato a cercare un bilocale per lei.
Quando è stata ricoverata di nuovo, ci serviva il suo certificato di morte per il notaio. Lei non poteva muoversi, così sono andata io nel suo appartamento a cercarlo tra mille fascicoli e pile di bollette. Mentre rovistavo, indovina cosa trovo tra cartelle e vecchie foto di gatti: un altro documento molto interessante. Era proprio un test di paternità! Insomma, quando mio figlio aveva solo due mesi, Patrizia di nascosto aveva fatto il test, così da verificare che davvero fosse suo nipote.
Quando ho visto quel foglio, mi sono infuriata come se mi avessero messo il parmigiano sul pesce. Mi sono sentita tradita: dopo tutti questi anni di fiducia, la mia finta-amica-suocera dubitava di me! Glielho detto subito. Ora si scusa in continuazione, dice che si pente di quella sciocchezza, ma io ci rimugino ancora. Mi sento pugnalata alle spalle da chi, a detta sua, mi voleva bene.
Adesso mi sento combattuta. Non vorrei aiutarla più, dopo tutto quello che è successo; ma poi penso che non ha davvero nessun altro, e non voglio che mio figlio perda anche la nonna. La aiuterò ancora, sì, la realtà è questa. Ma il calore e la fiducia che cerano tra me e Patrizia? Quelli, temo, svaniti come la maionese che impazzisce col caldoSono rimasta lì, appoggiata alla sua cucina, fissando quel foglio come se potesse cambiarmi la vita unaltra volta. Poi ho pensato a tutte le merende preparate insieme, alle chiacchiere la sera davanti al tè, a come aveva insegnato a Carlotta a tenere in mano la forchetta; e anche a tutte le sue piccole fissazioni, ai proverbi buttati lì per scaramanzia, ai mille messaggi con cuoricini che mi inviava quando la giornata sembrava troppo pesante.
Forse Patrizia ha sbagliato, e il dolore a volte ci fa sbagliare peggio. Forse non saremo più quasi amiche, ma forse possiamo essere qualcosa daltro: due donne stanche, imperfette, che hanno amato lo stesso uomo e che adesso si tengono in piedi a vicenda per non lasciarsi attraversare dalla solitudine. La fiducia, la vera fiducia, non è ciecaè quella che sopravvive anche dopo una ferita.
Quel pomeriggio, tornando da lei in ospedale, le ho portato un mazzo delle sue rose preferite, le ho sistemate piano nel vaso senza dire una parola. Mi ha guardata, si è morsa il labbro e le sono scese due lacrime. Io ho stretto la sua mano sottile tra le mie. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho sentito che forse potevamo imparare a volerci bene davvero, questa volta senza illusioni. Solo con la chiarezza che anche chi si ama può tradire, e anche chi tradisce può essere perdonato.
Mio figlio è venuto a trovarci nella stanza piena di sole. Si è arrampicato sul letto, si è stretto alla nonna e le ha detto: Nonna, giochiamo?. Lei gli ha sorriso, e a me è sembrato che, per un attimo, tra tutte le nostre imperfezioni, la famiglia potesse ricominciare da lì.






