Mi chiamo Andrea. Dopo la morte di mia madre, mio padre sposò una donna che aveva due figlie, Giulia e Bianca.
Passarono molti anni. Siamo cresciuti insieme, tra sogni confusi e giornate che sembravano sempre la stessa domenica nebbiosa di Milano. Poi mio padre ebbe un brutto incidente dauto sulla strada statale, vicino a Parma, e se ne andò.
Mia matrigna, Rosalba, si rivelò una donna davvero perbene. Mi lasciò il vecchio appartamento di famiglia, quello ereditato dalla mamma.
«Quella casa era di tua madre. Ora dev’essere la tua!», mi disse con voce quasi cantilenante, tra un profumo di caffè e vecchie fotografie incorniciate.
Lunica cosa che mi chiese fu di ospitare le sue figlie, Giulia e Bianca, nellappartamento finché non finivano luniversità alla Sapienza di Roma. Lei sarebbe tornata al suo paesino vicino Assisi, tra ulivi e colline impolverate doro. Accettai, sentendomi protagonista di una fiaba che non ricordavo di aver iniziato.
Giulia sorrideva sempre, Bianca era silenziosa e ombrosa, ma tutte e due avevano un solo sogno: trovare marito con un appartamento a Roma.
E fu così che la mia vita prese una piega surreale: Giulia preparava la colazione cornetto e spremuta darancia mentre Bianca mi stirava la camicia ascoltando i Pooh. Erano premurose, mi sembrava di vivere in una commedia degli equivoci, con me che faticavo a discernere la realtà dal sogno.
Poi, a distanza di due mesi luna dallaltra, Giulia e Bianca diedero alla luce le mie figlie. Quando Rosalba venne a sapere che sarei diventato padre due volte per mano delle sue figlie, ci fu un putiferio da tragedia greca, con piatti rotti e furiosi rimproveri in dialetto perugino.
Ma Giulia e Bianca rifiutarono ogni proposta di interruzione: volevano quelle bimbe. Io, dal canto mio, pensai che pagare un terzo del mio stipendio di tecnico informatico alla Vodafone per il mantenimento fino alla maggiore età sarebbe stato troppo. Decisi allora di chiedere un mutuo e comprare unaltra casa.
Vendei lappartamento di famiglia, ne comprai due monolocali nellhinterland romano, e con il resto misi la caparra per un piccolo trilocale tutto mio in zona Garbatella.
Cederei a Giulia e Bianca un monolocale ciascuna, in cambio di una rinuncia scritta al mantenimento. Così vissi sereno per qualche anno, cullato dallillusione di essere più furbo del destino.
Ma dopo quattro anni, tra i corridoi dellufficio, mi arrivò una raccomandata: un decreto ingiuntivo per mancato pagamento del mantenimento figli. Corri da Giulia e Bianca a chiedere spiegazioni loro sghignazzarono, dicendo che ormai le case erano loro; il contratto era stato fatto apposta per fregarmi.
Così mi ritrovai senza casa di famiglia, con un mutuo sulle spalle e lo spettro degli alimenti da pagare in euro.
Rosalba, la matrigna, sembrava esultare: «Te lo sei meritato, Andrea!»
Giulia e Bianca mi vietarono di vedere le mie bambine. Dovetti chiedere un prestito agli amici dinfanzia per coprire i debiti, ricorsi al tribunale dei minori e alla fine ottenni il diritto di vedere le mie figlie.
Al lavoro chiesi, con voce tremante, che la parte grande dello stipendio mi venisse data in nero. Così riuscivo a dichiarare poco e pagare meno mantenimento.
Dal venerdì alla domenica portavo via le mie figlie: le portavo a Villa Borghese, al Bioparco, a mangiare pizza e gelato artigianale. Giulia e Bianca urlavano che non dovevo viziarle troppo.
E poi ingaggiai due amici dalla palestra di boxe di Trastevere per corteggiare le mie sorellastre e suggerire loro che con due figlie sarebbe stato difficile trovare marito.
Un giorno, davanti a una funzionaria del comune, presi le mie bambine da casa di Rosalba, dicendo che le madri le avevano abbandonate. Chiesi io stesso il mantenimento e le bambine vennero a vivere con me, in casa mia dove cucinavo pasta alluovo e raccontavo storie della Befana cattiva.
Appena Giulia e Bianca capirono ciò che stava succedendo, era troppo tardi: io mi ero già risposato con una donna dai capelli rossi conosciuta a Firenze.
Proposi uno scambio: se mi avessero restituito i monolocali, io avrei lasciato che le bambine tornassero a vivere con loro. Ovviamente accettarono.
Ora la mia vita scorre tra sogni e nuove albe. Affitto i due monolocali, il mutuo è finalmente estinto, e mi sveglio ogni mattina convinto che questa storia strana e aggrovigliata come le viuzze di Napoli allalba sia stata solo un lungo, incredibile sogno italiano.



