Ho raccolto le mie borse piene di leccornie. Pensate pure di me quello che volete!

Guarda, ti racconto questa cosa che mi porto dentro da anni. Io sono la sorella maggiore di una famiglia numerosa di Napoli. Praticamente, fin da piccola, ho dovuto occuparmi di tutti: preparavo da mangiare, li vestivo, li portavo allasilo e a scuola. Mia madre e mio padre non mi hanno mai chiesto cosa volevo fare, era semplicemente il mio destino.

Gli amici? Nemmeno a parlarne non ne avevo il tempo. Le mie coetanee, in classe, mi prendevano pure in giro: Ma tu solo i pannolini sai cambiare! Dicevano. A volte piangevo dalla rabbia e dalla tristezza. Mio padre, quando se ne accorgeva, mi dava anche la cintura, dicendo che doveva farmi uscire i grilli dalla testa.

Insomma, linfanzia non lho mai conosciuta. Finita la terza media, i miei hanno deciso tutto loro: Tu andrai allalberghiero, così la famiglia mangia sempre bene. Fine della discussione.

Dopo tre anni, finalmente trovo lavoro in una trattoria vicino Piazza Garibaldi. Mio padre mi ordina di portargli via cibo di nascosto. Io mi sono rifiutata. Mia madre allora mi ha accusata di pensare solo a me stessa, che per colpa mia tutti restavano a digiuno. E come ringraziamento, si sono presi tutto il mio primo stipendio. Quando ho ricevuto il secondo, non ci ho più visto: ho buttato tutto nella prima valigia che ho trovato e sono salita sul primo treno per dove capitava. Non mi interessava la destinazione, limportante era scappare da quellinferno. Avevo chiaro in testa che se fossi rimasta, la mia vita era finita.

Sì, ho passato momenti duri, ma essere la serva dei miei genitori lo era ancora di più. Mi sono fatta forza: sapevo cosa volevo e nessuno mi avrebbe fermata. Ho lavato pavimenti, ho spazzato, ho iniziato come lavapiatti e solo alla fine mi hanno lasciata mettere le mani in cucina.

Quando lo stipendio è diventato decente, non ho cambiato abitudini: ogni euro andava nel salvadanaio. Avevo un sogno soltanto: un piccolo appartamento tutto per me, senza nessuno che decidesse cosa dovevo fare. In quel periodo ho vissuto dalla nonna, che aveva una casetta a Vomero: mi chiedeva solo qualche spicciolo di affitto e io la aiutavo in casa. Lei, per me, è stata come una madre vera. Ogni volta che tornavo dal turno mi faceva trovare una tazza di tisana calda e una fetta di torta alle mele fatta da lei. Quelle sere lì, mi sentivo finalmente felice.

Poi, ho incontrato quello che sarebbe diventato mio marito. Niente matrimonio in pompa magna, semplicemente abbiamo firmato in municipio. Sono andata a vivere da lui, insieme ai suoi genitori. Dopo qualche mese, è nata la nostra bimba, e poco più tardi anche un maschietto.

Col tempo, ho cominciato a sognare i miei. Dopo averne parlato con mio marito, abbiamo deciso di andarli a trovare. Mi sono presentata con le buste piene di regali, cercando di essere positiva. Appena mi hanno vista, però, sono partiti subito con le solite offese e pure qualche spintone. I miei fratelli si erano dati al vino, mia sorella neanche la riconoscevo.

Mamma e papà nemmeno si sono accorti che con me cerano i loro nipoti. Non li hanno degnati di uno sguardo, mi hanno chiuso la porta in faccia senza pensarci due volte. Sarà anche una cosa brutta da dire, ma lì mi sono voltata e me ne sono andata senza rimorsi. I regali li ho portati via con me e, guarda, nemmeno al loro funerale ci tornerei.

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Ho raccolto le mie borse piene di leccornie. Pensate pure di me quello che volete!