Ho regalato alla mia nuora l’anello di famiglia, ma dopo una settimana l’ho riconosciuto per caso in vetrina al Monte dei Pegni

Portalo con cura, figlia mia, non è solo un anello doro: qui cè la storia della nostra famiglia, disse la signora Gabriella Mariani, passando la scatolina di velluto tra le mani di sua nuora. Era della bisnonna. Ha superato la guerra, la fame, lo sfollamento. Mia madre raccontava che nel 46 glielo volevano scambiare per un sacco di farina, ma lei non lha ceduto. Lha conservato, dicendo che il ricordo non si sostituisce con il pane, e la fame tanto sarebbe comunque passata.

Chiara, giovane donna sempre elegante col manicure perfetto, aprì la scatolina. Sotto la luce del lampadario, un grosso rubino incastonato in intricati riccioli doro antico brillava fiocamente. Era un anello massiccio, pesante, ben diverso dai sottili cerchietti che si vedono oggi tra i giovani.

Mamma mia, che… imponente! esclamò Chiara, ruotando il dono tra le dita. Ormai queste cose non si fanno più. Sembra proprio retrò.

Non è retrò, Chiara, è vintage; un vero pezzo dantiquariato, la corresse suo marito Francesco, figlio di Gabriella. Sedeva comodo a tavola, rilassato dopo una cena abbondante, e sorrideva guardando le due donne. Mamma, sei sicura? Hai sempre detto che dovesse restare in famiglia.

E Chiara adesso fa parte della famiglia, sorrise Gabriella con calore, sebbene sentisse uninquietudine dentro. Era una decisione difficile. Quellanello era il suo talismano, il legame con chi non cera più. Però vedeva quanto il figlio amasse quella donna, quanto si impegnasse per lei. Così aveva deciso: che fosse anche un segno daccoglienza, di appartenenza. È già da tre anni che vivete insieme, sereni. È ora. Spero protegga il vostro matrimonio come ha protetto quello dei miei genitori.

Chiara infilò lanello. Era un po largo e le scivolava leggermente.

È molto bello, disse, ma Gabriella non sentì la commozione sperata, solo una cortese riconoscenza. Grazie, signora Gabriella. Lo… custodirò. Forse dovrò farlo stringere però, se no lo perdo.

Sta attenta dal gioielliere, intervenne subito la suocera. È oro antico, ancora con il punzone del Regno; dicono sia difficile da lavorare, è tenero. E il rubino non va rovinato. Magari portalo al medio, se ti va meglio.

Va bene, vedrò, Chiara richiuse la scatolina, appoggiandola accanto alla sua borsa. Franci, ora andiamo, domani dobbiamo svegliarci presto. Cè la rata dellauto, devo anche passare in banca prima del lavoro.

Dopo averli salutati, Gabriella restò a lungo alla finestra, guardando il loro SUV nuovo allontanarsi. Nel petto sentiva una strana sensazione di vuoto. Come se avesse lasciato andare, con quellanello, una parte di sé. Ma si scacciò i cattivi pensieri. La vita deve andare avanti. I giovani hanno le loro idee, ma la memoria resta; si difende da sola.

La settimana passò in un soffio, tra le solite faccende. Nonostante la pensione, Gabriella non amava star sempre tra quattro mura: tra visite al mercato, camminate al parco con le amiche, qualche controllo dal medico. In una grande città come Milano, non ci si può fermare.

Quel martedì il cielo era grigio, piovigginava fitto e fastidioso. Tornando dalla farmacia, Gabriella decise di tagliare per una viuzza dove si susseguivano piccole botteghe, un calzolaio, e tanti punti di ritiro pacchi.

Camminava guardando per terra, attenta alle pozzanghere, quando alzò lo sguardo su uninsegna vistosa: MONTE DEI PEGNI. ORO OROLOGI 24 ORE. La vetrina quasi accecava di luce, attirando qualche passante in cerca di soldi facili. Di solito Gabriella passava oltre quei posti con senso di disagio le sembrava respirassero sfortuna e storie tristi. Ma quel giorno qualcosa le fece rallentare.

Si ritrovò a scorrere con gli occhi decine di telefoni, poi la mensola dei gioielli: collanine sottili, crocifissi, fedi ricordi di qualcuno. E allimprovviso il cuore le mancò un battito. Poi partì a mille, nelle orecchie.

Sul cuscinetto di velluto, proprio in centro, stava lui.

Impossibile confondersi. Non cera un altro anello così. Il rubino scuro, quasi color vino, sembrava guardarla con rimprovero da dietro il vetro blindato. Lincastonatura unica, le foglie doro che abbracciano la pietra, e quel segnetto interno che solo lei conosceva.

Non è possibile… sussurrò, portandosi la mano al petto. Santo cielo, non è possibile.

Le gambe le divennero molli. Forse era solo una copia? Unimitazione? Ormai fanno dei falsi identici…

Spinta da un istinto, entrò. La accolse lodore di polvere e deodorante scadente. Dietro al banco un ragazzo sfogliava il cellulare, indifferente.

Buongiorno, la voce le tremava e si sentì sciocca.

Il ragazzo sollevò svogliatamente lo sguardo.

Salve. Compriamo, vendiamo, solo contanti. Che le serve?

Vorrei vedere quellanello, il rubino, lì in vetrina.

Sospirò, seccato, ma si alzò, prese la chiave e tirò fuori il cuscinetto.

Vintage, borbottò, mettendo lanello nella vaschetta. Roba pesante, titolo 18 carati. Raro. Il rubino è naturale. Il prezzo è sul cartellino.

Gabriella lo prese tra le dita tremanti. Il peso, la calda familiarità del metallo. Lo girò. Ecco il graffio, il punzone del maestro, logorato ma riconoscibile.

Era il suo anello. Quello che aveva consegnato una settimana prima a Chiara.

Unondata di buio agli occhi, un nodo alla gola. Solo una settimana. La bisnonna aveva sopportato la fame senza venderlo. E questi Con la pancia piena, la macchina nuova…

Quanto volete? chiese con voce roca.

Mille e ottocento euro, rispose il ragazzo, indifferente. Prezzo a peso, più qualcosa per la pietra. Pezzo molto particolare.

Mille e ottocento euro. Così avevano valutato tre generazioni di storia. Gabriella sapeva che in una gioielleria seria avrebbero chiesto molto di più. Ma lì era solo un grumo doro.

Lo compro, disse a voce ferma.

Ha la carta didentità? si animò il ragazzo.

Certo. E anche il bancomat.

Erano i soldi messi da parte per le emergenze. Beh, questa era unemergenza, anche se mai se la sarebbe immaginata così. Mentre il ragazzo compilava i moduli, Gabriella si sorresse al bancone. Mille domande le infestavano la testa: un guaio? Malattia? Un incidente? Perché non hanno detto nulla? Lei avrebbe dato tutto. Perché questa furtiva vigliaccheria?

Uscendo con lanello ben nascosto nella borsa, provò solo bruciore e rancore invece di sollievo. Pioveva più forte, ma lei non sentiva il freddo. Camminava, e pensava.

Telefonare subito? Fare uno scandalo? Urlare? No. Sarebbe troppo banale. Avrebbero mentito, trovato una scusa. Doveva guardarli negli occhi.

Gabriella scelse di aspettare. Due giorni non uscì di casa, dicendo che aveva la pressione alta. Accarezzava lanello steso sul tavolo, come a chiedergli scusa per averlo lasciato finire in mani estranee.

Venerdì chiamò suo figlio.

Franco, ciao! Come state? Mi siete mancati. Venite domani a pranzo? Preparo i ravioli, i tuoi preferiti, e una torta salata.

Ciao mamma! la voce allegra di Franco, senza lombra di preoccupazione. Certo che veniamo! Anche Chiara chiedeva di te. Per le due va bene?

Va bene, caro. Vi aspetto.

La notte dormì poco. Ripassava il futuro confronto, cercando le parole, ma ogni frase le sembrava inutile rispetto al dolore subìto. Oppure era solo colpa di Chiara? Franco ne era complice?

Sabato arrivarono puntuali, con un mazzo di crisantemi e una torta. Chiara aveva un vestito nuovo e cinguettava del traffico, di una svendita, del tempo. Salutò la suocera con un bacio; Gabriella si trattenne dal farsi indietro.

Che profumo delizioso! esclamò Chiara in cucina. Gabriella, siete una maga. Noi mangiamo sempre roba pronta, non abbiamo mai tempo di cucinare. Lavoro, scadenze…

Si sedettero a tavola. Parlarono del niente: lavori, prezzi della benzina, ascensori guasti. Gabriella serviva ravioli, versava vino, studiava le mani della nuora.

Sottili anelli doro e qualche bijoux di moda. Lanello di famiglia non cera.

Dimmi Chiara, la interruppe mentre serviva il caffè, come mai non indossi lanello che ti ho regalato? Non si abbina?

Chiara esitò per un secondo con la tazzina in mano. Un attimo, solo per chi sa guardare bene. Franco smise di mangiare e osservò la moglie.

Eh, Gabriella, sorrise forzando, ma negli occhi cera disagio, lho messo nella scatolina. Te lavevo detto, è troppo largo. Temevo di perderlo. Dovevamo andare dal gioielliere, ma con il lavoro non siamo riusciti. Franco è fuori fino a notte. Anchio

Sì, mamma, annuì Franco, tempi stretti. Ma non preoccuparti, sta al sicuro.

Al sicuro, Gabriella ripeté nella scatolina, a casa.

Certo, dovè se no? la voce di Chiara sembrava leggermente infastidita. Non vi agitate, è solo un oggetto. Non sparisce.

Gabriella si alzò lentamente, andò al mobile e recuperò dalla vecchia zuppiera di porcellana la scatolina di velluto, proprio quella, e tornò a tavola.

Scese il silenzio. Un silenzio denso, da sentirsi il tic tac dellorologio a parete.

Posò la scatolina davanti a Chiara e laprì.

Il rubino brillò come una goccia di sangue.

Il viso di Chiara si macchiò di rosso, poi divenne pallido. Restò senza parole. Franco tossì, poi fissò lanello come se vedesse uno spettro.

Ma… balbettò. Mamma, questo cosa… Dove lhai preso?

Dal monte dei pegni di via Dante, rispose Gabriella con calma, sedendosi. Sentiva una pace strana, quasi che la tempesta interna fosse passata e restato solo il deserto. Martedì ci sono passata per caso. Lui era lì che mi aspettava. Milleottocento euro. Questo è il valore dei ricordi di famiglia, oggi, vero?

Chiara abbassò lo sguardo sulla tovaglia.

Volevamo ricomprarlo, mormorò. Con lo stipendio del mese prossimo.

Il mese prossimo? replicò Gabriella. E se qualcuno lavesse preso prima? Fuso? Portato via il rubino? Cosa vi passa per la testa?

Ma che tragedia, scattò Chiara. Alzò il capo, occhi lucidi di rabbia. È solo un anello! Vecchio, fuori moda! Avevamo bisogno di soldi subito! La rata dellauto ci soffocava, a Franco hanno tagliato la tredicesima! E poi, se lavessimo chiesto, avresti cominciato con le tue prediche che non sappiamo gestirci!

Basta Chiara, mormorò Franco, lei non lo sentì.

No, ora parlo io! urlò. Tu stai lì seduta sui tuoi gioielli come zio Paperone! E noi dovremmo rinunciare a tutto? Andare in vacanza, vestirci bene? Lo volevamo dare solo per un po, poi lo avremmo ripreso. Nessuno avrebbe saputo nulla!

Nessuno avrebbe saputo, ripeté Gabriella. Quindi conta solo che io non venissi a saperlo? E la coscienza? E la fiducia che ti ho dato?

Le persone contano, non le cose! ribatté stizzita Chiara. Se lavessimo venduto, cosa sarebbe cambiato? È solo un pezzo di metallo!

Gabriella guardò suo figlio. Lui stava curvo, il volto tra le mani. Si vergognava. Ma taceva ancora. Di nuovo si faceva scudo dietro la moglie, lasciando a lei la giustificazione del tradimento.

Franco, lo chiamò. Sapevi?

Lui annuì senza togliere le mani dalla faccia.

Sì, mamma. Scusa. Ci mancavano i soldi per la rata dellauto. Chiara ha detto che era solo per poco. Non volevo, ma…

Ma hai accettato, concluse Gabriella. Per comodità. Perché era più facile. Perché tua moglie comanda. E la memoria della nonna non paga la macchina nuova.

Raccolse la scatolina, stringendola.

Sapete cosa, ragazzi, la voce le uscì fredda, dura come il marmo. Avete ragione voi, io sono vecchio stile. Non capisco come si possa vendere la famiglia per unauto. Come si possa mentire guardandomi negli occhi mentre mangiate la mia torta.

Le ridiamo i soldi, bofonchiò Chiara, asciugandosi il naso. Tutti i milleottocento euro.

Non voglio i vostri soldi, tagliò corto Gabriella. Mi avete già ripagato abbastanza. Così ho capito quanto vale il vostro rispetto. E faccio i conti da sola.

Si alzò, andò verso la porta.

Andatevene.

Mamma, dai, basta, Franco si alzò, cercò di afferrarle un braccio. Abbiamo sbagliato, scusaci. Siamo famiglia.

Le persone di famiglia non si comportano così, Franco. I veri familiari danno anche la camicia, ma non vendono la memoria. Vai. Ho bisogno di stare sola.

Andiamo! urlò Chiara, afferrando la borsa e spostando rumorosamente la sedia. Nemmeno fosse un crimine chissà quale! Di pure che siamo dei mostri! Forza Franco, ce ne andiamo. Se la tenga stretta la sua roba.

Chiusero la porta con un tonfo, lasciando dietro di sé la scia del profumo di Chiara che, ora, a Gabriella pareva insopportabilmente dolciastro.

Gabriella tornò in cucina, mise via la torta intatta, lavò i piatti. Ogni gesto le serviva a restare in piedi. Poi prese lanello.

Eccoci qua, mio caro, sussurrò, infilandolo al dito. Sei tornato a casa. Non eri fatto per loro. Davvero, come si dice, il cappello è più grande della testa.

Quella sera scrutò a lungo il rubino sotto la lampada. Brillava di una luce profonda, come a dirle: Non preoccuparti. Le persone vanno e vengono, i veri valori restano.

Il rapporto con Franco e Chiara non si spezzò del tutto, ma non fu più lo stesso. Lui ogni tanto chiamava, chiedeva scusa, cercava una tregua. Gabriella rispondeva, era cortese, ma il calore di prima era sparito. Qualcosa si era rotto, come una tazza scheggiata: si può usare, ma non per le feste.

Chiara, quando si vedevano, era fredda e distante, mostrando offesa, quasi fosse lei la vittima. Non parlarono più dellanello. Gabriella continuava a portarlo sempre, senza toglierlo mai.

Una sera, qualche mese dopo, Gabriella si trovò a chiacchierare in cortile con la signora Vera, la vecchia insegnante del piano di sotto.

Che bello anello hai, Gabriella, osservò Vera. Non riesco a staccargli gli occhi.

Era di mia madre, sorrise Gabriella accarezzando loro. Avevo pensato di darlo ai giovani, ma ci ho ripensato. Ancora non sono pronti.

Concordo, annuì la vicina. Certe cose si affidano solo a chi ne riconosce il valore. I ragazzi oggi… corrono, cambiano tutto. Persino i sentimenti ormai sono usa e getta.

Pazienza, replicò Gabriella, guardando il cielo autunnale. Forse un giorno avrò una nipotina. Ci penserò allora. Per adesso resta con me, qui è al sicuro.

Capì che lamore non si regala con i beni, né il rispetto si conquista accontentando tutti. Lanello era tornato per aprirle gli occhi. E anche se la verità faceva male, era meglio della bugia dolce in cui aveva vissuto prima di quel martedì di pioggia davanti al monte dei pegni.

La vita proseguì. Gabriella si iscrisse a un corso di computer, iniziò ad andare a teatro con le amiche. Smise di risparmiare ogni centesimo per i ragazzi, capendo che aveva il diritto di pensarci anche a se stessa. E ogni giorno, portando lanello, si ricordava che dentro aveva una forza che nessuno poteva piegare. E finché lei custodiva la memoria della famiglia, non sarebbe mai stata sola.

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