Portalo con cura, tesoro, non è solo oro, qui dentro c’è la storia della nostra famiglia, disse Carla Mancini passando con delicatezza, come se si trattasse di una reliquia preziosa, la scatolina di velluto nelle mani della nuora. È l’anello della bisnonna. Ha superato la guerra, la fame, gli sfollamenti. La mamma raccontava che, nel ’46, avrebbero dato un sacco di farina per averlo, ma la nonna non lha mai lasciato. Lo ha custodito. Diceva che la memoria non si baratta col pane, e che la fame si supera.
Paola, giovane donna sempre impeccabile, con il manicure alla moda e i capelli in ordine, aprì la scatolina. Sotto la luce del lampadario brillava fiocamente un grosso rubino incastonato tra motivi doro antico, massiccio e pesante, lontano anni luce dagli anellini sottili e discreti che porta adesso chi ha la sua età.
Wow, che… importante, mormorò Paola, facendolo ruotare fra le dita. Così non se ne vedono più. Sembra roba daltri tempi.
Non è roba daltri tempi, Paola, è vintage, un vero pezzo dantiquariato, la corresse Filippo, il figlio di Carla. Seduto a tavola, rilassato dopo una buona cena, sorrideva osservando le due donne. Mamma, sei sicura? Dicevi sempre che doveva restare in famiglia.
E Paola ormai è famiglia, rispose Carla col suo sorriso caloroso, anche se dentro si sentiva agitata. Non era stata una scelta facile. Quellanello era il suo talismano, il filo che la teneva legata alle radici. Ma vedeva quanto il figlio amava Paola e quanto lei si impegnava per loro. Così decise: meglio un gesto di fiducia, per farle sentire che è la benvenuta, che è parte di casa. Sono già tre anni che vivete insieme. È ora. Spero che protegga il vostro matrimonio come ha fatto con i miei genitori.
Paola lo infilò allanulare, ma era largo, scivolava.
Bello, disse lei con un tono educato, ringraziando, ma Carla si accorse che quella scintilla che sperava di vedere non cera. Sembrava più una cortesia. Grazie, signora Carla. Cercherò di… tenerlo al sicuro. Forse però dovrò farlo stringere, se no lo perdo.
Sta attenta dal gioielliere, intervenne subito la suocera. È oro antico, ancora con la punzonatura reale, e i maestri dicono che è delicato, morbido. Oltre tutto, attenta al rubino: non si deve scheggiare. Prova a portarlo al medio, se ti entra.
Va bene, ci penso, disse Paola chiudendo la scatolina e poggiandola accanto alla borsa. Filippo, andiamo? Domani bisogna alzarsi presto, passare dalla banca per la rata della macchina.
Quando uscirono, Carla rimase a lungo alla finestra, guardando la loro Audi nuova allontanarsi. Sentiva un vuoto, come se con quellanello avesse perso un pezzetto di sé. Cercò di scacciare quei pensieri: bisogna guardare avanti. I giovani hanno gusti diversi, valori nuovi, ma la memoria è forte, si protegge da sola.
La settimana volò tra mille impegni. Carla, anche se in pensione, odiava stare in casa: un salto al mercato a comprare ricotta fresca, una camminata veloce al parco con le amiche, la fila in farmacia. Vivere a Bologna era vivere sempre in movimento.
Quel martedì il cielo prometteva tempesta, pioveva un fastidioso bagnato insistente che nemmeno lombrello fermava. Carla tornava dalla farmacia, tagliando per il vicolo dei negozietti: calzolaio, parrucchiere, e, ahimè, i soliti Compro Oro.
Di solito alzava il naso solo per scuotere la testa davanti a quelle vetrine, pensando che lì ci si lasciava la sfortuna della gente. Ma quella volta, per qualche motivo, si era fermata.
Guardò prima i telefonini, poi la mensola dei gioielli. Catene sottili, crocifissi, fedi: storie spezzate. E il cuore le saltò un battito.
Lì, al centro su una base di velluto, cera proprio lui.
Impossibile confondersi. Non esistono due anelli così: quel rubino, profondo come un bicchiere di Lambrusco, incassato in petali doro che solo lei conosceva. E una minuscola incisione, la sua, ben visibile sotto lanello.
Non ci posso credere sussurrò Carla, tenendosi il petto. Mio Dio, non è possibile…
Le si piegarono le gambe. Forse un abbaglio? Una copia? Ormai producono di tutto…
Entrò, affrontando aria stantia e profumo chimico. Un ragazzo dietro al vetro, indifferente, tutto preso a scorrere il cellulare, le rivolse unocchiata svogliata.
Buongiorno, la voce di Carla tremava, e lei non si perdonava quella sensazione di debolezza.
Salve. Compriamo, vendiamo, pegniamo. Mi dica?
Vorrei vedere quellanello col rubino, quello in vetrina.
Il ragazzo sbuffò, con fare scocciato aprì la vetrina e le porse il cuscinetto con lanello.
È vintage, mugugnò. Oro titolo 750, adesso roba così è rara. Il rubino è vero: verificato dal negozio. Prezzo lì scritto.
Con le mani che tremavano, Carla prese lanello. Le sue dita riconobbero subito il peso, il calore. La graffietto, il marchio: era il suo anello. Lo stesso che aveva regalato sette giorni fa a Paola.
Le mancò il fiato. Possibile? Solo una settimana! La nonna non laveva mai venduto, neanche nella fame della guerra. E questi Hanno tutto!
Quanto? chiese a fatica.
Millesettecento euro, rispose il ragazzo, indifferente. Valore delloro più il rubino. Oggetto particolare, non per tutti; misura grande.
Millesettecento euro. Così poco per il cuore di una famiglia. Carla sapeva che in unantiquario il valore reale sarebbe stato ben diverso, ma qui era solo metallo.
Lo prendo io, disse ferma.
Un documento, per favore?
Ho sia carta didentità che il Bancomat.
Stava usando i soldi messi via per le emergenze. Eccone una, anche se non nel modo immaginato. Mentre il ragazzo compilava i moduli, Carla si aggrappava al bancone per non cadere. Pensava: forse hanno avuto problemi, una disgrazia? Perché non hanno chiesto aiuto? Lea avrebbe dato tutto Perché così di nascosto?
Uscendo dal negozio, con lanello ben nascosto in borsa, non sentì sollievo ma una bruciante rabbia. Pioveva ancora di più, ma le gocce sul viso erano invisibili.
Chiamare subito e fare una scenata? Troppo facile. Avrebbero trovato scuse, storie da raccontare. Aveva bisogno di guardarli negli occhi.
Così aspettò. Due giorni in silenzio, parlando di pressione alta, bevendo camomilla e accarezzando lanello sul tavolo, quasi scusandosi per averlo lasciato andare.
Venerdì chiamò il figlio.
Ciao Filippo, come state? Mi mancate. Venite domani per pranzo che vi faccio un bel brodo con i tortellini e la crostata, come piace a te?
Ciao mamma! Certo che veniamo! Anche Paola chiedeva di te. Verso le due va bene?
Va benissimo. Vi aspetto.
Quella notte Carla dormì poco. Cercava le parole, ma tutto sembrava sciocco davanti a quello che avevano fatto. O meglio… che Paola aveva fatto? Ne era al corrente anche Filippo?
Il sabato arrivarono puntuali, sorridenti, con un mazzo di crisantemi e una torta. Paola, con un vestito nuovo, parlava del tempo, di traffico, dei saldi visti in centro. Le diede un bacio, a cui Carla rispose meccanicamente.
Che profumino! esclamò Paola entrando in cucina. Carla, lei è un genio dei fornelli. Noi sempre con lasporto, non cè mai tempo per cucinare. Tra lavoro, scadenze…
Si misero a tavola. Si parlò di sciocchezze, dei lavori in condominio, del prezzo della benzina. Carla serviva tortellini, versava il vino, osservava con attenzione le mani della nuora.
Anelli tanti: qualche filo doro, bijoux alla moda. Il suo anello, però, non cera.
Paola, iniziò Carla mentre versava il caffè perché non porti lanello che ti ho regalato? Non si abbina al vestito?
Paola esitò, la tazzina in mano sospesa a mezzaria. Una smorfia o forse un lampo negli occhi, notato solo con attenzione. Filippo smise persino di masticare la crostata.
Ecco, signora Carla, si schiarì la voce Paola con un sorriso tirato. Lho messo nella scatolina, avevo paura di perderlo. Le avevo detto che era largo. Pensavamo di andare dal gioielliere, ma tra lavoro e tutto, non ci siamo fermati nemmeno un momento. Filippo lo sa…
Eh sì, mamma, sempre di corsa, aggiunse Filippo. Tranquilla, lo custodiamo per bene.
Per bene, ripeté Carla. In scatolina. A casa.
Eh sì, certo, stavolta il tono di Paola divenne irritato. Dove vuoi che sia? Non si preoccupi, è solo un oggetto. Non sparisce.
Carla si alzò lentamente. Andò al mobile del salotto, prese la scatola di velluto dal suo nascondiglio e la portò a tavola.
Scese un silenzio nevrotico. Si sentiva persino il ticchettio dellorologio a parete.
Carla posò la scatola davanti a Paola e la aprì.
Il rubino brillò come una goccia di sangue.
Il viso di Paola si riempì di macchie rosse, poi impallidì. Rimase a bocca aperta, muta. Filippo tossì e fissò lanello come se fosse un fantasma.
Cosè balbettò infine. Mamma, da dove arriva?
Dal Compro Oro di via Rizzoli, ribatté Carla, risoluta. Ci sono passata martedì. Lui era lì che mi aspettava. Millesettecento euro. Questa è la quotazione della memoria, adesso?
Paola abbassò la testa, fissando la tovaglia.
Volevamo riprenderlo, mormorò appena. Davvero. Con lo stipendio del prossimo mese.
E se lo comprava qualcun altro? O se lo fondevano? O lo distruggevano? Capite cosa avete fatto?
E basta con questa tragedia! scattò Paola dun tratto, con occhi lucidi di rabbia. È solo un anello! Vecchio, fuori moda! Ma servivano soldi! Cè il leasing della macchina, la rata, Filippo ha perso il bonus! Non volevamo chiedere a lei, ci avrebbe detto che siamo incapaci! Volevamo solo impegnarlo un po, poi avremmo sistemato tutto. Nessuno avrebbe saputo nulla!
Nessuno avrebbe saputo, ripeté Carla. Quindi, limportante era che io non sapessi? E la coscienza? La fiducia che vi ho dato?
Ciò che conta sono le persone! ribatté Paola. Quellanello è solo un pezzo di metallo! Se lo vendevamo, cosa cambiava?
Carla guardò suo figlio. Lui stava gobbo, il viso nelle mani. Era in imbarazzo. Ma taceva. Ancora una volta lasciava parlare Paola, lasciava che, per comodità, tutto passasse.
Filippo, lo sapevi? chiese lei.
Lui annuì piano, senza alzare la testa.
Lo sapevo, mamma. Scusa. Non ci bastava per pagare la rata. È stata Paola a pensarci… mi ha convinto. Non volevo ma…
Ma hai accettato, concluse lei. Perché è più facile. Perché la moglie ha deciso. Perché il ricordo della nonna non paga le rate della macchina.
Prese la scatola e la strinse in mano.
Sapete che vi dico? Avete ragione. Sono antica. Ma io non capisco come si possa tradire la famiglia per una macchina. Come si possa mentire davanti a una crostata ancora calda.
Ti restituiremo i soldi, borbottò Paola, strofinandosi il naso con un fazzoletto. Tutti i millesettecento euro.
Non mi serve il vostro denaro, ribatté Carla. Mi avete già restituito tutto. Con questo gesto mi avete mostrato il vostro vero valore e quanto valga il vostro rispetto.
Si alzò e aprì la porta.
Andate via.
Mamma, dai… Filippo si alzò, provando a prenderle la mano. Abbiamo sbagliato. Ti prego, perdonaci. Siamo la tua famiglia.
La famiglia non fa così, Filippo. La famiglia dà anche la camicia ma non vende la memoria. Vai. Ho bisogno di stare sola.
Ma chi se ne frega! sbottò Paola, afferrando la borsa e spostando bruscamente la sedia. Una tragedia per un anello! Ma va là… Andiamo, Filippo, qui non ci vogliono.
Se ne andarono. La porta si chiuse con uno sbattere e restò solo il profumo dolciastro dei suoi profumi, che ora infastidiva Carla.
Rientrò, rimise la torta in frigo, lavò i piatti. Ogni gesto era automatico, ma aiutava a tenersi in piedi. Poi prese l’anello.
Bentornato a casa, sussurrò, infilandoselo al dito. Non era destino che restassi altrove. Ci vuole il polso giusto per cose così.
Quella sera rimase a guardare il rubino alla luce della lampada. Brillava di una luce antica, profonda, come a dire: Tranquilla. Le persone passano, le cose importanti restano.
Con Filippo e Paola non tagliò del tutto i ponti. Filippo chiamava, chiedeva scusa, cercava di recuperare. Carla rispondeva, ma senza calore. Qualcosa si era spezzato, come una tazza scheggiata: puoi usarla, ma non la metti più nei giorni di festa.
Paola la salutava fredda, facendole pesare di essere la vittima delle circostanze e delle sue fissazioni. Lanello non fu mai più nominato. Carla lo portava sempre con sé.
Dopo diversi mesi, Carla incontrò la vicina, la maestra in pensione Emanuela.
Che anello bellissimo hai, Carla! notò Emanuela sulla panchina fuori dal condominio Non riesco staccare gli occhi.
Era di mia madre, rispose Carla, accarezzando loro. Avevo pensato di darlo ai ragazzi, ma non è il momento. Non sono pronti.
Fai bene, approvò la vicina. Certe cose si lasciano solo a chi ne comprende il valore. Oggi i giovani cambiano tutto: oggetti, sentimenti, tutto usa e getta.
Pazienza, disse Carla, guardando il cielo dautunno chissà, magari avrò una nipote un giorno e lo passerò a lei. Intanto resta con me: qui è al sicuro.
Aveva capito una cosa: lamore non si compra con i regali, e il rispetto non si merita accontentando capricci. Lanello era tornato per aprirle gli occhi. E la verità, seppur dolorosa, era meglio di una dolce menzogna.
La vita andava avanti. Carla si iscrisse a un corso di informatica, andava a teatro con le amiche, si concedeva qualche lusso invece di risparmiare tutto per i ragazzi. E ogni giorno, guardando lanello, si ricordava che la sua dignità era più preziosa di qualunque gioiello. E che, finché custodiva la memoria della famiglia, non sarebbe mai stata sola.






