Ho rifiutato di prendermi cura della madre malata di mio marito e gli ho dato un ultimatum: sceglier…

Era una sera tardi di fine ottobre. La pioggia batteva alle finestre da giorni interi, senza tregua, e quel monotono battere mi è rimasto impresso nella mente, legato per sempre alla storia che sto per raccontare. Riguarda i miei vicini, anzi, la mia vicina Giulia Bianchi. Aveva poco più di cinquantanni e lavorava come commessa in un piccolo supermercato notturno di Milano, facendo i turni mentre la città dormiva. Suo marito, Carlo Ferrari, era un ingegnere in una fabbrica alla periferia: un uomo tutto sommato buono, ma uno di quelli convinti che la vita debba seguire regole precise, le stesse per generazioni. Fino a quando il destino non ha scombinato tutto: la mamma di Carlo, la signora Teresa, si è ammalata.

La signora Teresa aveva circa ottantacinque anni e viveva da sola in un paesino sulla sponda del Lago di Como. Ebbe un ictus, per fortuna non gravissimo, ma abbastanza per capire subito che da sola non ce lavrebbe più fatta. Carlo, senza perdere tempo, prese una decisione: portare la madre a casa loro. Sua sorella, Paola, che pure viveva in città, tirò un sospiro di sollievo: «Grazie, Carlo, che la prendi da te. Io con il piccolo appartamento, e mio marito poi, non sarebbe possibile».

Così Teresa venne a stare a casa loro. Da quel momento, la vecchia vita di Giulia svanì per sempre.

Tutto cadde sulle sue spalle. Di giorno, dopo la notte in negozio, invece di riposare, doveva assistere la suocera: darle da mangiare, lavarla, cambiarle i pannoloni, portarla fuori con una coperta sulle gambe per respirare un po daria fresca. Carlo, rientrando dal lavoro, si affacciava solo per chiedere: «Come sta mamma?» E poi via, in salotto davanti alla TV.

Io vedevo Giulia tornare allalba, trascinando il passo, il viso bianco come la carta e le occhiaie scure segnate dalla fatica. Un giorno le ho dato una mano a portare su alcune borse della spesa, piene di medicine e pannoloni.

Grazie, Andrea, mi ha detto lei con voce spenta, senza alcuna sfumatura di emozione.

Giulia, tu avresti proprio bisogno di aiuto. Devi pensare anche a te stessa.

Lei si è limitata ad accennare un sorriso, triste e silenzioso.

Chi vuoi che ci pensi? Ognuno ha i suoi problemi. Carlo è stanco per il lavoro. Paola? Quella passa solo a Natale, giusto per giudicare e dare consigli.

Giulia provò a parlare con Carlo. Con calma, con il senso pratico che le veniva dallesperienza.

Carlo, non ce la faccio più. Sto crollando. Proviamo a cercare una badante, almeno per qualche ora al giorno. O fece una pausa pensiamo ad una buona casa di riposo, ce ne sono di ottime e seguite bene.

La reazione di Carlo fu immediata e fragorosa. La guardò come se avesse proposto di abbandonare sua madre per strada.

Ma sei fuori?! Mettere mia madre in una casa di riposo?! Solo a sentirlo mi vengono i brividi! Ma ti rendi conto di quello che dici? È mia madre!

Nella sua voce cera più paura di essere giudicato che amore, e in particolare il timore di cosa avrebbe detto la sorella Paola.

E infatti Paola, venuta a sapere della discussione, si precipitò la stessa sera. Ma non per aiutare.

Giulia, dovresti solo vergognarti a pensare una cosa simile! In famiglia non si fa, la mamma in una casa di riposo?! Tu pensi solo a te stessa, è più importante la tua comodità!

Giulia ascoltava, fissando la tovaglia, senza replicare. Cosa puoi rispondere a chi si fa vedere una volta ogni due settimane, giusto il tempo di dare un bacio alla mamma e dire povera, quanto soffri?

E allora ha continuato a tirare avanti. Notte in negozio, giorno a fare linfermiera, il tutto senza tregua e senza aiuto. Carlo sembrava non vedere quanto lei stesse male. Gli bastava sapere che sua mamma era pulita e nutrita. Era convinto che fosse naturale così, la parte delle donne.

La situazione esplose improvvisamente. Un mattino, nel tentativo di spostare la signora Teresa dal letto alla poltrona, Giulia sentì una fitta tremenda alla schiena, qualcosa di tagliente che la bloccò sul posto. Non cadde, scivolò piano giù, seduta accanto al letto della suocera. Teresa la guardava senza capire.

Quando Carlo tornò, passò il pomeriggio a girare a vuoto per la casa, incapace di fare qualsiasi cosa: non sapeva cambiare un pannolone, né cucinare una pappa, né dare una medicina. Si rese conto di essere completamente impreparato. Quel piccolo mondo prevedibile in cui viveva era crollato.

Alla visita in ambulatorio, il medico fu chiaro: schiena bloccata, riposo assoluto per almeno due settimane. Nessuno sforzo, nessun peso.

Ma io ho la suocera a letto, sussurrò Giulia.

Se non si ferma ora, rispose il medico severo, la prossima fermata sarà il tavolo operatorio. E una vita da disabile.

A casa regnava il caos. Carlo, col viso contratto e gli occhi persi, provava a fare del suo meglio con la madre. Sporco dappertutto, pasticci ovunque. Telefonò subito a Paola.

Paola, qui è un disastro! Giulia è a letto. Devi portare la mamma da te per un po’!

Dallaltro lato ci fu solo imbarazzo.

Lo sai, Carlo, non posso. Lappartamento è piccolo, mio marito E poi non sono capace con i malati a letto. È un impegno troppo pesante Vedrai che te la cavi da solo, sono certa di te.

Carlo chiuse la chiamata e rimase seduto nellingresso, la testa tra le mani. Per la prima volta non vedeva più la situazione come una seccatura astratta, ma come una vera catastrofe reale, con sua moglie e la madre al centro.

Giulia stava sdraiata in camera sua. Il dolore alla schiena era tremendo, ma per la prima volta la mente era lucida. Sentiva la confusione dietro la porta, i passi incerti del marito, il mormorio della suocera. Quando Carlo, smagrito dopo due giorni, le portò una tazza di brodo, lei lo guardò dritto negli occhi. Non cerano rabbia né rancore nel suo sguardo: solo una calma determinazione.

Carlo, disse lei piano, io non mi occuperò più di tua madre. Né domani, né fra due settimane. Mai più.

Lui aprì la bocca per protestare, ma lei lo bloccò con una mano.

Basta parlare. Abbiamo due opzioni. La prima: insieme, cerchiamo una soluzione professionale. Una badante a tempo pieno. Oppure una buona casa di riposo, una di quelle serie, che andiamo a vedere insieme. Scegliamo e decidiamo, insieme.

E laltra? chiese Carlo con un filo di voce.

Laltra: chiedo la separazione. E vado via di casa. Tu rimani qui, con tua madre e tua sorella comprensiva. Scegli tu.

Si sdraiò e chiuse gli occhi. Aveva detto abbastanza.

Carlo uscì. Rimase a lungo in cucina al buio, a pensare. Ripensava agli ultimi mesi: il volto sfinito di Giulia, il suo silenzioso dolore, le sue stesse paure, le scuse di Paola. Girava avanti e indietro dentro quel caos che ora era diventato il loro mondo. E decise. Non si trattava di scegliere tra madre e moglie, ma tra lapparenza della tranquillità e la vera salvezza di tutti.

La mattina dopo entrò nella stanza di Giulia.

Cerchiamo insieme una struttura adatta, disse solamente. Anche una badante, per il periodo iniziale. Ho preso giorni di ferie, ci penso io a chiamare e visitare.

Giulia annuì. Non aggiunse altro.

Oggi la signora Teresa vive in una residenza privata poco fuori città. Una camera pulita, assistenza continua, medici. Carlo e Giulia vanno a trovarla ogni domenica. Portano dolci fatti in casa, si siedono con lei e chiacchierano. E la vedono serena. E, ancora più importante, ritrovano in loro stessi una coppia, non più prigionieri e carcerieri.

Un mattino, lho incontrata allingresso.

Allora, Giulia, la vita è tornata normale?

Lei mi ha sorriso, un sorriso leggero come non vedevo da anni.

Ci stiamo lavorando, Andrea. Ho capito una cosa importante. A volte, il gesto più misericordioso non è sacrificarsi fino a sparire, ma scegliere una soluzione possibile per tutti. E trovare il coraggio di difenderla.

In queste parole, mi sembra ci sia tutto. Il diritto alla propria vita non è egoismo. È il fondamento, senza cui ogni sacrificio diventa inutile e distruttivo.

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