Sono stanca di fare la balia a tuo figlio, ha dichiarato mia nuora, e se nè andata al mare.
Avevo un figlio, Matteo.
Bravo ragazzo, lavoratore. Ma la moglie, Francesca, era davvero particolare. Un giorno non voleva cucinare, un altro niente pulizie. Ultimamente sembrava proprio irrabidita.
Ieri sera, di nuovo una scenata.
Matteo, gli ha detto, io non ce la faccio più! Sei un uomo adulto, e ti comporti come un bambino!
Matteo non capiva. In fondo non chiedeva niente di strano! Solo che Francesca gli scegliesse i calzini, gli stirasse la camicia, gli ricordasse il certificato da portare dal medico.
Mia mamma mi ha sempre aiutato, ha borbottato lui.
E allora vai dalla mamma! ha sbottato Francesca.
Il giorno dopo ha fatto le valigie.
Matteo, ha detto piano, parto per Rimini. Un mese. Forse di più.
Come sarebbe di più?!
Sì, proprio così. Mi sono stancata di accudire un uomo adulto.
Matteo ha tentato di protestare, ma Francesca non lo ascoltava. Ha preso il telefono e mi ha chiamata:
Signora Valentina? Sono Francesca. Se lui non ce la fa senza una balia, venga lei a casa nostra. Le chiavi di riserva sono sotto lo zerbino.
Ed è partita.
Matteo è rimasto nellappartamento vuoto, senza sapere che fare. Frigo vuoto. Calzini sporchi. Un mucchio di piatti da lavare.
Dopo due giorni mi ha telefonato:
Mamma, Francesca è impazzita! È andata chissà dove! Cosa faccio adesso?
Ho sospirato. Ancora problemi con la nuora.
Arrivo subito, Matteo. Risolviamo tutto.
Dopo unora ero lì, con una borsa piena di spesa e il solito spirito materno: adesso sistemo io!
Ma appena ho aperto la porta ho trattenuto il fiato.
Caos ovunque. La camera da letto invasa dai vestiti. La cucina piena di piatti sporchi. In bagno, il bucato da giorni.
Mi sono fermata, improvvisamente colpita: mio figlio, trentenne, non sapeva vivere da solo.
Per tutta la vita avevo fatto tutto per lui. Avevo cresciuto un grande bambino.
Mamma, si lamentava Matteo, mi prepari la cena? Dove sono le mie camicie? Quando torna Francesca?
Ho iniziato a rassettare in silenzio. Ma nella mente un pensiero fisso: cosa ho combinato?
Lho protetto sempre da tutto. Dalla quotidianità, dalle difficoltà, dalla vita stessa.
Ora, senza una donna, era perso.
E Francesca? Francesca era semplicemente fuggita da un adulto incapace.
E come biasimarla.
Tre giorni sono rimasta a casa di Matteo.
Ogni giorno realizzavo sempre di più: avevo cresciuto un bambino.
La mattina Matteo si svegliava e subito iniziava con i lamenti:
Mamma, che cè per colazione? Dove hai messo la mia camicia? Ci sono calzini puliti?
In silenzio stiravo, cucinavo, rassettavo. E osservavo.
Immaginate: un uomo di trentanni incapace persino di avviare la lavatrice! Ignorava il prezzo del pane! Perfino il tè lo preparava goffamente rovesciava zucchero, si scottava con lacqua.
Mamma, borbottava la sera, Francesca è diventata cattiva! Prima fingeva almeno di volermi bene. Ora sembra una sconosciuta!
E tu, come ti comporti? gli ho chiesto piano.
Come sempre! Non chiedo nulla di strano. Vorrei solo che mia moglie facesse la moglie, non diventasse una strega!
Guardavo mio figlio. Santo cielo. Non capiva davvero!
Matteo, hai mai aiutato Francesca?
Come, scusa? lo ha stupito la domanda. Ma io lavoro! Porto i soldi a casa! Non basta?
E a casa?
A casa? Sono stanco dal lavoro! Voglio riposare. Lei sempre a lamentarsi, vuole che lavi qualcosa, vada a comprare il pane, ma questi sono lavori da donna!
Ma ecco il punto: ho sentito uscire dalla sua bocca le mie stesse frasi, dette per anni:
Matteo, lascia stare, ci pensa mamma! Non andare al supermercato, mamma è più veloce! Sei maschio, hai da fare ben altro!
Avevo creato un mostro.
Più osservavo, più mi spaventavo.
Matteo rientrava, si buttava sul divano, e aspettava la cena. Aspettava che gli raccontassi le novità. Aspettava divertimenti.
E quando la cena non arrivava, iniziava a lamentarsi:
Mamma, quando si mangia? Ho fame!
Come un bambino.
Ma le sue chiacchierate su Francesca erano la cosa peggiore.
È sempre nervosa, diceva Matteo. Sempre arrabbiata. Magari dovrebbe andare dal medico? Forse sono gli ormoni…
O magari è solo stanca? ho suggerito.
Stanca di cosa? Lavoriamo entrambi. Ma la casa la deve mantenere la donna.
La deve?! sono sbottata. Chi te lha detto?
Matteo si è spaventato. Non aveva mai sentito la mamma alzare la voce.
La quarta sera non ce lho fatta più.
Matteo sul divano, attaccato al telefono, ogni tanto sospirava di noia senza la moglie. In cucina piatti sporchi, calzini sul pavimento, letto disfatto.
Mamma, si è lamentato, cosa cè per cena?
Stavo preparando il minestrone, come sempre. Da trentanni.
Dun tratto, basta.
Matteo, ho detto spegnendo il gas, dobbiamo parlare.
Va bene, ha risposto senza staccare gli occhi dal telefono.
Posalo. Guardami.
Nel tono cera qualcosa di nuovo. Matteo ha obbedito.
Matteo, ho iniziato, piano, capisci perché Francesca se nè andata?
Si è lasciata andare, tutte le donne sono emotive. Riposa e torna.
Non tornerà.
Come sarebbe non tornerà?!
Sì. È esausta di fare la balia a un grande bambino.
Matteo si è alzato in piedi, agitato:
Mamma! Ma che dici? Quale bambino? Io lavoro, porto i soldi!
E allora? mi sono fatta forte. E a casa? Le mani ti sono cadute? Gli occhi sono spenti?
Matteo è diventato pallido.
Come puoi dirmi queste cose? Sono tuo figlio!
Proprio perché sei mio figlio! mi sono seduta, tremando. Sono malata, Matteo.
Malata? mi ha chiesto, preoccupato.
Sì, malata damore. Dellamore cieco di una madre. Pensavo di proteggerti, e invece ho cresciuto un egoista. Un uomo che, senza una donna, non sa stare al mondo! Che si crede che tutto gli sia dovuto.
Ma io…
Basta! lho interrotto. Vuoi che Francesca sia tua seconda mamma? Che lavi, cucini, pulisca per te? E perché?
Io lavoro…
Anche lei! E tiene la casa! E tu? Stai sul divano e aspetti il servizio!
Matteo aveva le lacrime agli occhi.
Mamma, tutti fanno così.
Non tutti! ho urlato. Gli uomini veri aiutano le mogli! Lavano i piatti, cucinano, crescono i figli! Tu nemmeno sai dovè il detersivo!
Matteo ha abbassato il capo tra le mani.
Francesca ha ragione, ho sussurrato. È stufa di fare la mamma. Anchio sono stufa.
Cosa significa?
Significa che me ne vado. Ho preso la borsa nellingresso. Torno a casa. E tu rimani qui. Solo. Prova finalmente a diventare adulto.
Mamma, ma che dici? Solo? Chi cucina, chi pulisce?
Tu! ho gridato. Come tutti gli adulti normali!
Ma non sono capace!
Imparerai! O resterai solo, immaturo e sfortunato!
Mi sono messa il cappotto.
Mamma, non andare! ha implorato. Che faccio da solo?
Quello che dovevi già sapere fare ventanni fa, ho risposto. Vivere da solo.
E ho chiuso la porta.
Matteo è rimasto da solo nellappartamento sporco. Per la prima volta in vita sua, davvero solo.
Faccia a faccia con la realtà.
Ha rimuginato sul divano fino a mezzanotte.
Lo stomaco brontolava. I piatti puzzavano. I calzini sul pavimento.
Cavolo, ha mormorato, e per la prima volta, a trentanni, ha lavato i piatti da sé.
Allinizio male. I piatti gli scivolavano, il sapone gli bruciava. Ma ce lha fatta.
Poi ci ha provato con una frittata. Bruciata. Ci ha riprovato commestibile.
Al mattino si è reso conto: avevo ragione.
Passata una settimana.
Matteo imparava ogni giorno a vivere da solo. Lavare, cucinare, pulire. Andare a fare la spesa, capire i prezzi. Organizzare la giornata.
Insomma, era un lavoro.
Così ha capito cosa provava Francesca.
Pronto, Fra? lha chiamata di sabato.
Dimmi, voce fredda.
Hai ragione, ha detto subito Matteo. Mi sono comportato da bambino.
Francesca in silenzio.
Vivo da solo da una settimana. Ho capito si è bloccato quanto sia stato duro per te. Chiedo scusa.
Francesca ha taciuto a lungo.
Sai, ha detto alla fine, anche tua mamma mi ha chiamato ieri. Mi ha chiesto scusa. Per come ti ha cresciuto.
Francesca è tornata dopo un mese.
Ha trovato la casa in ordine, un marito che aveva cucinato e lha accolta con un mazzo di fiori.
Bentornata, le ha detto.
E io, Valentina, la chiamavo una volta alla settimana. Chiedevo come andava, ma non mi invitavo mai a casa.
Una sera, mentre Matteo lavava i piatti dopo cena e Francesca preparava il tè, lei mi ha detto:
Sai che mi piace la nostra nuova vita?
Anche a me, ha risposto lui, asciugandosi le mani. Peccato che abbiamo impiegato così tanto.
Limportante è essere arrivati, ha sorriso Francesca.
Ed era vero.






