Ho smesso di parlare con mio marito dopo la sua figuraccia al mio compleanno, e per la prima volta l’ho visto davvero spaventato

Ho smesso di parlare con mio marito dopo il suo comportamento al mio compleanno, e per la prima volta l’ho visto spaventato

Allora, dai, brindiamo alla festeggiata! Quarantacinque anni: la donna è come un grappolo maturo, anche se nel nostro caso sembra più una prugna secca, che comunque fa bene allintestino! la voce di Marco risuona nella sala di questo ristorantino di Milano così forte da sovrastare persino la musica.

Gli invitati, seduti al lungo tavolo, rimangono immobili. Qualcuno ride nervosamente cercando di smorzare limbarazzo, qualcun altro abbassa lo sguardo sul piatto dellinsalata come se stesse scandagliando con serietà la ricerca di unoliva. Caterina, seduta a capotavola nel suo nuovo abito blu notte, che ha scelto dopo due settimane di indecisione, sente il sangue svanire dalle guance. Il sorriso inchiodato sulle labbra dallinizio della serata ora si trasforma in un ghigno teso e doloroso.

Marco, fiero della sua battuta, tracanna un bicchierino di grappa e si butta con slancio sulla sedia accanto alla moglie, cingendole le spalle con un braccio pesante, già bagnato di sudore.

Ma perché siete tutti così imbronciati? La mia Cate ha spirito, capisce la battuta! O no, tesoro? e le dà una pacca sulla schiena come si fa tra compagni agli spogliatoi. E poi è parsimoniosa: quel vestito ma quanti anni avrà, tre? Eppure è ancora come nuovo.

Non era affatto vero. Labito era nuovo di zecca, acquistato coi soldi risparmiati da lavoretti di traduzioni che Caterina faceva la sera, dopo il lavoro. Ma replicare davanti ad amici, colleghi e parenti avrebbe trasformato la festa in un teatrino. Lentamente, scosta la mano del marito dalla sua spalla e sorseggia un po dacqua. Dentro, proprio nella zona dello stomaco, sente un grumo di ghiaccio pesante. Una volta ci avrebbe riso sopra, avrebbe risposto con una battuta del tipo: limportante è che tu non faccia la muffa! ma oggi si è come spenta la scintilla dentro di lei.

La serata va avanti per inerzia. Marco continua a bere, diventa sempre più sguaiato; si lancia in inviti insistenti alle giovani colleghe di Caterina per ballare, discute di politica e del fatto che le donne ormai hanno rovinato il paese. Caterina riceve regali, ringrazia per i brindisi, si assicura che tutti abbiano da mangiare, ma fa tutto in automatico, come una bambola a molla. Dentro di lei cè solo silenzio, un silenzio assoluto in cui le grida ubriache del marito sembrano affogare.

Quando rientrano a casa, Marco a fatica si sfila le scarpe e si dirige in camera.

Beh, ci siamo divertiti, borbotta, slacciandosi la camicia. Però quel capo tuo, Davide, è una faccia strana. Mi guardava male…forse mi invidia: sai comè, avere una moglie così paziente! Senti Cate, mi porti dellacqua, sto morendo di sete.

Caterina resta nellingresso, fissando la sua immagine nello specchio. Gli occhi stanchi, il trucco sbavato. Si sfila le decolté, le ripone con cura vicino alla scarpiera. Va in cucina. Non per lacqua frizzante che chiede Marco, ma per se stessa: riempie un bicchiere, lo beve piano guardando dal vetro le luci della città che brulica fuori. Poi prende una coperta e un cuscino dal mobile del soggiorno, apre il divano letto e ci si sdraia sopra.

Cate, ma dove sei? Mi porti lacqua? arriva la voce dalla stanza da letto.

Caterina spegne la luce in corridoio, si infila sotto le coperte. È notte ma il sonno non arriva; non pensa a vendetta, né a discussioni. Ha solo una consapevolezza limpida e glaciale: quella è stata lultima volta. Il limite è stato raggiunto. Il conto è a zero.

La mattina non inizia col solito rumore della moka. Di solito Caterina si alza mezzora prima del marito, gli prepara la colazione, la camicia stirata e il pranzo da portare al lavoro. Oggi Marco si sveglia al suono della sveglia e a un silenzio insolito. Niente aroma di caffè né uova che sfrigolano in padella.

Trascina i piedi fino in cucina, si gratta la pancia. Caterina è già al tavolo, vestita, e legge qualcosa sul tablet. Davanti a lei, una tazza ormai vuota.

Ma niente colazione? sbadiglia, frugando nel frigo. Pensavo avessi fatto le frittelle, cera ancora della ricotta.

Caterina non lo degna di uno sguardo. Volta pagina sullo schermo, sorseggia un po di tè ormai freddo e continua a leggere.

Caterina! Sto parlando! si volta Marco, con un salame in mano. Sei diventata sorda per ieri sera?

Lei si alza, prende con calma la sua borsa dalla sedia, controlla le chiavi ed esce.

Ehi! Dove vai? E la camicia? La blu non è stirata!

Sbam. La porta dingresso si chiude alle sue spalle. Marco rimane in cucina, in mutande, con il salame in mano e la testa piena di domande.

Ma va’, borbotta lui, tagliando una fetta grossolana. Sarà quel periodo del mese. O ce lha ancora per la battuta. Pazienza, la sera le passa: alle donne piacciono i drammi.

Ma la sera, tornando a casa, la trova buia e vuota. Caterina non cè. È strano. Di solito arriva prima. Prova a chiamarla: squilla ma non risponde. Marco si scalda la pasta avanzata, guarda una serie e va a letto, deciso a farle una ramanzina quando rientrerà.

Caterina rientra mentre lui già dorme. Lui non la sente nemmeno aprire il divano in salotto. Al mattino la scena si ripete. Nessuna colazione, nessun buongiorno, nessun pranzo pronto. Lei si prepara in silenzio ed esce.

Al terzo giorno Marco comincia a irritarsi sul serio.

Senti, basta fare la muta! sbotta trovandola nellingresso a infilarsi le scarpe. Ho esagerato, va bene! Eravamo allegri, succede. Che sei, la regina Elisabetta? Va bene, scusa. Adesso basta. Dove sono i miei calzini neri? Nellarmadio non ce nè uno!

Caterina lo guarda con calma, uno sguardo quasi clinico, come se guardasse una macchia dumidità sullintonaco. Fastidioso, ma non pericoloso. Si gira, prende lombrello ed esce.

A fine settimana la casa comincia a cambiare aspetto. Le cose di Marco che di solito per magia ritrovava pulite, stirate e perfettamente sistemate, si accumulano alla rinfusa sulla poltrona della stanza. Nel frigo ci sono solo uova, latte, burro, verdure niente cotolette, niente zuppe, niente arrosto preferito. I piatti che lascia nel lavandino rimangono lì, coprendosi di croste.

Marco si intestardisce: Non lavo niente, prima o poi si stuferà e laverà lei pensa. Ma Caterina lava solo una tazza e una forchetta, mangia, li lava e li ripone. E la montagna di piatti cresce.

Sabato prova a cambiare tattica. Compra una torta e un mazzo di crisantemi.

Dai Cate, basta broncio poggia la torta sul tavolo dove lei sta lavorando al computer. Vieni, facciamo merenda. Dai che lo so che sei a casa.

Lei lo guarda. Lo sguardo è vuoto. Spinge indietro il portatile con cautela, si alza ed esce dalla cucina. Poco dopo Marco sente lo scroscio dellacqua in bagno.

Marco lancia i fiori nella spazzatura con rabbia.

Tanto meglio! Vediamo se muoio senza di te! Ho vissuto da solo quando tu eri ancora una ragazzina. Manipolatrice!

Ordina una pizza, si stappa una birra e si mette a vedere la partita a tutto volume. Caterina, in pigiama, gli passa davanti come se fosse trasparente, si infila i tappi nelle orecchie e si sdraia sul divano, girata verso il muro.

Così passa un mese. Marco attraversa tutte le fasi: rabbia e provocazioni, tentativi di comprare il suo perdono, infine il contro-silenzio. Ma ignorare qualcuno che non ti vede nemmeno è sorprendentemente faticoso, come giocare a tennis contro un muro la palla torna sempre indietro, ma il muro non reagisce.

Saccorge che la sua vita quotidiana va in pezzi. Deve stirarsi le camicie da solo, brutte e inguardabili. Le spedizioni continue su JustEat gli svuotano il borsellino e gli riempiono lo stomaco di acidità. La casa si impolvera, Caterina pulisce solo dove vive lei e lui, testardo, non tocca uno straccio.

Il vero crollo arriva di martedì sera. Marco rientra prima del solito, arrabbiato per una sgridata del capo. Si butta sul sito della banca, deve pagare la rata della macchina il suo orgoglio, un SUV seminuovo comprato due anni fa.

Sul portale compare: Saldo insufficiente.

Marco sgrana gli occhi. Comè possibile? Lo stipendio è arrivato ieri. Entra nella cronologia e sbianca. Di solito versava la sua parte sul conto comune da cui si pagavano bollette, spesa e rata dellauto; Caterina aggiungeva quello che mancava per la rata, per la spesa, per i detersivi.

Sul conto comune ci sono solo i soldi che lui ha versato. E non bastano per la rata, perché quel mese aveva speso di più: un piccolo incidente al paraurti (suo) e parecchie cene con gli amici, tanto Cate copre sempre tutto.

Entra in salotto come una furia. Caterina legge un libro.

Che storia è questa?! urla, agitando il telefono davanti a lei. Perché non ci sono soldi? Domani la banca vuole i soldi della rata!

Caterina appoggia il libro.

Dove sono i tuoi soldi, Cate? Perché non hai versato come sempre?

Silenzio.

Sei diventata muta? Ti parlo! Mi multano, capito?

Caterina sospira, prende un foglio dalla cartella sul tavolo, e lo porge in silenzio.

È una richiesta di separazione.

Marco scorre le righe, le lettere ballano. …la convivenza è cessata… il rapporto coniugale è interrotto.

Stai scherzando? la voce gli trema e gli si spezza in un falsetto ridicolo. Per una battuta? Per un brindisi? Ma dai, Cate. Venti anni buttati per niente?

Lei prende un blocco e una penna, scrive rapida e gli mostra:

*Non è per la battuta. È perché non mi rispetti. Da anni. La casa è mia, me lha lasciata la nonna. Lauto labbiamo comprata insieme, ma il finanziamento è a tuo nome. Farò richiesta della mia parte. Mi trasferisco da mamma in campagna per il processo. Hai una settimana per trovare unaltra sistemazione.*

Marco legge e il cuore gli cade in gola. La casa, quella casa depoca in via Romagna, era davvero delleredità di Caterina, ricevuta prima delle nozze. Se ne era dimenticato. Ormai la considerava sua. Risulta residente, ma non è proprietario.

Ma dove vado? mugugna accasciandosi sulla poltrona. Tu lo sai lo stipendio il mutuo, e poi gli alimenti a Federico per altri dodici mesi Come faccio a pagare tutto?

Caterina non prova alcuna soddisfazione. Solo stanchezza nei suoi occhi. Scrive ancora:

*Sei un uomo adulto. Cavartela da solo è il minimo. Lo hai detto tu, al compleanno: sono una vecchia carcassa. Cercati una più giovane, se ti va. Io voglio solo pace.*

Era una battuta! si dispera Marco. Ma chi non scherza così? Caterina, perdonami, dai! Vado in ginocchio se vuoi!

Si inginocchia davvero, cerca di afferrarle la mano. Caterina la ritrae e si alza. Va in camera, inizia a fare la valigia, piegando con cura maglioni, pantaloni, biancheria. Precisa, serena.

A questo punto Marco è colto dal vero terrore: un gelo che punge la pelle. Non che stia perdendo lamore di Caterina, ma tutto il suo vivere quotidiano. Chi cucinerà? Chi gli ricorderà la visita dal dottore? Chi ascolterà le sue lamentele sul lavoro? Chi, soprattutto, tappava i suoi buchi bancari con un cappello magico che ora non esiste più?

Intuisce di essere davvero solo. Gli amici? Buoni per una birra, ma per ospitarlo? Mai. Sua madre? Vive in un bilocale a Quarto Oggiaro con quattro gatti e un carattere tremendo.

Entra in camera. Caterina sistema perfettamente maglioni e pantaloni, tutto piegato.

Cate, non farlo, dice Marco ormai senza fiato. Parliamone. Andiamo da uno psicologo? Mi impegno a cambiare. Smetto di bere. Ti giuro. Domani stesso mi faccio aiutare.

Lei neanche si volta. Il click della valigia suona come uno sparo.

Ma dove vai a questora? cerca di fermarla. Resta almeno fino a domani. Parliamone da persone adulte. Ci leghiamo da ventanni, siamo famiglia.

Caterina lo guarda dritta negli occhi. Per la prima volta dopo un mese cè qualcosa in quello sguardo: una pietà grave e fredda, quella che si offre a un piccione ferito che tanto non può essere salvato.

Prende il telefono, scrive rapidamente, gli mostra lo schermo:

*Le persone di famiglia non si umiliano pubblicamente. E non calpestano chi si prende cura di loro. Ho sopportato la tua arroganza per dieci anni. Pensavo fosse carattere. Ho capito che è solo pigrizia morale. Davi per scontato che io non sarei mai andata via. Hai sbagliato. Spostati.*

Delicatamente, ma con decisione, lo scansa e trascina la valigia in ingresso.

Lauto non te la lascio! urla Marco per nascondere il dolore, e i soldi non li avrai!

Caterina si ferma alla porta, si sistema il trench, si volta e, per la prima volta dal compleanno, dice a voce piena, quella voce un po roca che fa venire a Marco i brividi sulla schiena:

Li avrai, Marco, per vie legali come è giusto. Anche le spese, pagherai. Lavvocato è bravo, e pure caro: ci ho messo la tredicesima che volevi usare per il mulinello nuovo, ti ricordi? Lascia le chiavi nella cassetta della posta quando te ne vai. Hai tempo fino a domenica.

Click, la porta si chiude.

Marco resta nelloscurità. Il silenzio non è più solo greve: è assordante. Sente il ronzio del frigorifero, lo sgocciolio del rubinetto che promette da sei mesi di sistemare.

Si siede in cucina, proprio dove si metteva Caterina. Sul tavolo, la richiesta di separazione. La sigla, la firma, la data: tutto vero.

Arriva un sms dalla banca: Ti ricordiamo che domani è previsto laddebito della rata auto. Importo….

Marco si copre la faccia con le mani. Per la prima volta nei suoi cinquanta anni piange. Non per amore, ma per pietà di sé stesso, per la consapevolezza della disfatta totale che si è preparato con le sue stesse mani.

I tre giorni seguenti sono come ovattati. Marco tenta di chiamare Caterina, ma è bloccato. Prova con la suocera, ma la signora Giuliana sempre gentile, ora secca risponde: Hai voluto la bicicletta, pedala, caro. Lascia stare Caterina, lei ha problemi di pressione già a sufficienza.

Giovedì inizia a fare il trasloco. Scopre di avere ben poche cose: vestiti, canne da pesca, una scatola degli attrezzi, il portatile. Tutto ciò che dava calore alla casa tende, vasi, quadri, coperte morbide, piatti era stato scelto e comprato da Caterina. Senza di lei, la casa è una scatola di cemento morta.

Mentre raccoglie i calzini sparsi trova un vecchio album. Lo apre. Una foto di dieci anni prima: sono sul mare. Caterina ride, lui la abbraccia, sembra fiero e felice. Allora lei lo guardava con una devozione luminosa. Quando è finito tutto? Quando ha smesso di vederla come persona e lha ridotta a un ruolo? Porta, prepara, lava, taci.

Che stupido che sono, dice ad alta voce nel vuoto. Che vecchio, stupido cretino.

Domenica esce con lultimo borsone. Le chiavi, come richiesto, nella cassetta della posta. Prima di varcare la soglia, si volta verso il terrazzo che era loro ora solo di lei. È buio.

Sale sullauto, mette in moto. La benzina quasi finita, la carta quasi a zero. Lunico posto dove andare è dalla madre. Immagina già la cucina in fumo e i gatti, la ramanzina: Te lavevo detto, quella donna non sarebbe durata, ti avevo avvisato.

Marco batte il pugno sul volante. Il dolore gli schiarisce i pensieri. Prende il cellulare, scorre la rubrica: nessuno a cui davvero può telefonare, nessuno che possa solo ascoltare senza giudicare.

Parte lentamente fuori dal cortile. Lo aspetta una vita lunga e solitaria, dove dovrà imparare a cucinare, a stirare le camicie, e forse a riflettere su come parla. Ma la cosa peggiore non è quella. Il vero terrore è capire che si è appena distrutto con le sue mani lunico luogo in cui era amato, e senza dover dimostrare nulla.

Intanto Caterina sta sulla veranda della casa della madre, avvolta in una coperta, sorseggiando una tisana alla menta. Nel cuore cè vuoto, ma finalmente tranquillità. Il telefono spento. Davanti a sé, lincertezza, il tribunale, la divisione dei beni; ma sa che ce la farà. Perché niente è duro come vivere con chi ti obbliga a sentirti sola. Da qualche parte in giardino canta un usignolo, laria profuma di lilla e di libertà. Per la prima volta dopo tanti anni questo profumo si sente, senza che venga coperto dallalito di birra di marito. Fa un respiro profondo e, finalmente, sorride per davvero.

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