Smettei di parlare con mio marito dopo la sua sceneggiata al compleanno, e lui per la prima volta ebbe paura
Allora, facciamo un brindisi alla festeggiata! Quarantacinque anni la donna, si sa, è ancora una ciliegia succosa, anche se nel nostro caso ormai è come una prugna secca che però fa sempre bene alla digestione! La voce di Sergio rimbombò in tutta la sala del piccolo ristorante di Trastevere, coprendo persino la musica di sottofondo.
Gli invitati seduti al lungo tavolo restarono rigidi. Qualcuno azzardò una risatina nervosa, nel tentativo di stemperare limbarazzo; altri abbassarono lo sguardo sul piatto di insalata di riso, fingendosi concentrati nella ricerca di un fungo. Livia, seduta a capotavola nel suo nuovo vestito blu notte scelto con cura in due settimane di tentennamenti sentì il sangue che le scappava via dal volto. Quel sorriso, mantenuto per tutta la sera, si era trasformato ormai in una smorfia dolorosa.
Sergio, tutto soddisfatto della propria battuta, ingollò un altro bicchierino di grappa e crollò pesantemente sulla sedia vicino a Livia, cingendola con il braccio sudato e pesante.
Ma che facce, su! La Liviuzza mia ha il senso dellumorismo, capisce la battuta! Vero, amore? e le diede una pacca sulla schiena, come si fa in una sauna tra amici. Almeno lei è parsimoniosa. Guarda il vestito quanti anni ha? Tre? Sembra nuovo!
Non era vero. Il vestito era nuovissimo, comprato con gli spiccioli che Livia aveva messo via facendo traduzioni di notte. Ribattere in quel momento, davanti ad amici, colleghi e parenti, avrebbe significato rovinare la serata. Livia scostò lentamente il braccio del marito dalla spalla e bevve un sorso dacqua. Nellanimo, in fondo al petto, le si era formato un blocco di ghiaccio pesante. Un tempo avrebbe risposto con una frecciatina (limportante è che tu non ti ammuffisca, caro!), ma quella sera, si era guastato qualcosa dentro.
La serata proseguì per inerzia. Sergio beveva, diventando sempre più sguaiato, tentava di coinvolgere le colleghe giovani di Livia nei balli, discuteva animatamente di politica e di come sono le donne ad aver rovinato il paese. Livia riceveva regali, ringraziava per i brindisi, controllava che a tutti arrivasse una porzione di lasagne, ma lo faceva come unautoma. Nella sua mente, regnava solo silenzio. Un silenzio assordante, dove ogni urlo sbronzo del marito veniva inghiottito nel nulla.
Quando rientrarono a casa, Sergio, appena si tolse le scarpe, si diresse in camera da letto.
Ah, che bella serata! borbottò sbottonandosi la camicia. Però quel tuo capo, Carlo, mi sembra un furbetto mi guardava storto tutta sera. Sarà invidioso, magari perché ho una moglie così paziente. Oh, Livia! Mi porti un po di acqua minerale? Ho la bocca impastata.
Livia rimase nellingresso a guardare il proprio riflesso nello specchio. Occhi segnati, mascara colato. Si tolse le scarpe adagio e le sistemò nello scaffale. Poi andò in cucina, ma non per lacqua del marito. Riempì un bicchiere per sé, lo bevve tutto dun fiato fissando il buio al di là del vetro, dove si sentiva il traffico di Viale Aventino. Poi andò in soggiorno, prese una coperta e un cuscino di scorta dal mobile, e preparò il divano.
Livia, dove sei? Portami lacqua! gridò Sergio dalla camera.
Lei spense la luce in corridoio, si stese sul divano e si coprì la testa. Venne la notte, ma il sonno tardava ad arrivare. Non cerano pensieri di vendetta né propositi di litigio in testa sua. Cera solo una certezza nitida e gelida: era stato lultimo colpo. Il limite era stato raggiunto. Il conto, azzerato.
Il mattino successivo non cominciò col solito rumore della moka. Di solito Livia si alzava mezzora prima di Sergio, per preparargli la colazione, stirare la camicia e preparargli il pranzo da portarsi in ufficio. Quella mattina, Sergio fu svegliato dal suono della sveglia e da un silenzio insolito. In casa non cera né lodore della frittata né quello del caffè fresco.
Alla fine si trascinò in cucina, grattandosi la pancia. Livia era seduta al tavolo, già vestita, che scorreva qualcosa sul suo tablet. Davanti, una tazza vuota.
E la colazione? sbadigliò Sergio, aprendo il frigo. Pensavo facessi le ciambelle! Cera ancora ricotta…
Livia non lo guardò. Sfogliò la pagina, bevve un sorso di tè tiepido e continuò a leggere.
Livia! Sto parlando con te! Sergio si voltò, la mortadella in mano. Sei diventata sorda dopo ieri?
Lei si alzò, prese la borsa dal tavolo, controllò le chiavi e si diresse verso la porta.
Ehi! Dove vai? E la camicia? Quella blu non è stirata!
La porta dingresso si richiuse con un tonfo. Sergio restò immobile, in mutande, con la mortadella tra le mani, completamente sconcertato.
Mannaggia a te, brontolò, tagliando una fetta grossa. Scommetto che è nervosa per via di una battuta. Vabbè, stasera passa tutto. Le donne hanno la passione per il dramma.
La sera, tornando dal lavoro, la casa era tutta al buio. Livia non cera. Strano. Di solito tornava prima. Provò a chiamarla squillava, ma non rispondeva. Sergio si scaldò qualche avanzo, accese la tv su una partita e andò a dormire, deciso a farle una bella ramanzina la sera dopo.
Livia tornò a casa quando lui dormiva già. Non sentì nulla: né la porta che si apriva, né il divano che veniva rifatto in salone. Al mattino la scena si ripeté. Niente colazione, nessun buongiorno, niente pranzo pronto. Livia si vestiva e usciva senza una parola.
Alla terza giornata lui ci perse davvero la pazienza.
Senti, finiamola con questo gioco del silenzio! inveì trovandola in corridoio mentre si metteva le scarpe. Sì, ho esagerato, e allora? Una serata, un bicchiere di troppo ma che fai, la regina dInghilterra? Scusami, contenta? Basta, chiudiamola qui. Dove sono i miei calzini neri? Nel cassetto non cè nulla!
Livia lo fissò senza rabbia, con sguardo tranquillo, quasi come si osserva una macchia di muffa su un muro: spiacevole, ma non mortale. Senza dire una parola, prese lombrello ed uscì.
A fine settimana la casa aveva già cominciato a cambiare. Gli abiti di Sergio, prima sempre lavati e sistemati, si accumulavano ora sulla poltrona in camera. Il frigo conteneva uova, formaggio, latte, verdure ma niente più lasagne, minestre, o arrosti. I piatti lasciati nel lavandino restavano lì, incrostati. Sergio si intestardì: Non li laverò, vedrai che cede e lo farà lei. Invece, Livia lavava solo il suo piatto e la sua forchetta, li usava e li rimetteva a posto. La pila dei piatti di Sergio cresceva.
Sabato cambiò strategia: portò a casa una torta e un mazzo di crisantemi.
Livia, dai, basta, non farla lunga appoggiò la torta sul tavolo dove lei lavorava al portatile. Beviamo un tè insieme. So che ci sei.
Lei lo guardò distratta; nello sguardo, solo vuoto. Con calma chiuse il pc, si alzò e uscì dalla cucina. Dopo poco Sergio sentì la porta del bagno e il rumore della doccia.
Sergio, furibondo, gettò i fiori nella pattumiera.
Fai pure! Vediamo se riesci a far andare avanti ancora questo teatrino! Ho vissuto da solo quando tu giocavi ancora con le bambole! E senza di te posso vivere benissimo!
Ordinò una pizza, aprì una birra, mise su il calcio col volume altissimo. Livia uscì dal bagno in pigiama, passò davanti a lui come se fosse trasparente, infilò i tappi nelle orecchie e si sdraiò sul divano in salone, voltandogli le spalle.
Passò così un mese. Sergio attraversò tutte le fasi: dalla rabbia e la provocazione, al tentativo di corruzione, fino allindifferenza. Ma ignorare chi ti ignora si rivelò più difficile del previsto. Era come giocare a tennis contro un muro: il colpo torna sempre indietro, ma al muro non interessa.
Cominciò ad accorgersi che la sua vita quotidiana andava a rotoli. Doveva stirarsi le camicie da solo ed erano sempre tutte sgualcite. Ordinare cibo era costoso e pesante per lo stomaco. La polvere cresceva, perché Livia puliva solo le sue zone vitali e lui, per principio, non toccava uno straccio.
Il peggio arrivò di martedì, la sera. Sergio rientrò prima, arrabbiato dopo un richiamo del capo. Cercava uno sfogo, ma urlare nel vuoto era inutile. Aprì lhome banking, doveva pagare la rata della macchina il suo SUV seminuovo, tanto orgoglio.
Sul display comparve: Fondi insufficienti.
Sergio strabuzzò gli occhi. Comera possibile? Lo stipendio era arrivato il giorno prima. Scorse le operazioni. Di solito versava la propria parte sul conto comune, da cui venivano prelevate le utenze, la spesa, e la rata e Livia arrotondava sempre con i suoi risparmi, coprendo se serviva.
Ora, sul conto cerano esattamente i soldi messi da lui. Non un euro in più. E non bastavano per la rata, anche perché quel mese aveva speso per la carrozzeria dopo aver graffiato lauto, e si era permesso qualche uscita in più contando tanto Livia sistema tutto lei.
Irritato, entrò in salone. Livia leggeva un libro.
Ma che succede?! urlò sventolandole il telefono in faccia. Perché mancano i soldi? Domani la banca prende la rata!
Lei abbassò lentamente il libro.
Dove sono i tuoi soldi, Livia? Perché non hai aggiunto?
Nessuna risposta.
Sei diventata muta? La banca ci multa! Con la mora ci vanno di mezzo tutti!
Livia sospirò, posò il libro, tirò fuori una cartellina dal tavolino e gli porse un foglio.
Era la richiesta di separazione.
Sergio prese il foglio, divorò le righe con lo sguardo. Le lettere sembravano ballare. convivenza cessata, rapporti coniugali interrotti.
Ma ma stai scherzando? la voce gli si spezzò e prese un tono stridulo. Per una battuta? Per quel brindisi? Sei fuori di testa? Butti ventanni così per niente?
Livia prese un block notes e una penna, scrisse velocemente e glielo porse.
Non è per una battuta. È per la mancanza di rispetto, che va avanti da anni. La casa è mia, lho ricevuta da mia nonna. Lauto è stata comprata durante il matrimonio ma il finanziamento è a tuo nome. Ho avviato la divisione dei beni. Puoi tenerti la macchina, ma metà delle rate già pagate dovrai restituirmele. Io vado alla casa di campagna di mamma mentre dura la causa. Hai una settimana per trovarti un alloggio.
Sergio lesse e sentì il pavimento mancargli sotto i piedi. Già, la casa in via Nomentana Livia laveva ereditata dalla nonna prima del matrimonio. Era ormai abituato a considerarla sua, ma non era mai stato proprietario.
Che casale? Dove dovrei andare? sussurrò, afflosciandosi sulla sedia. Livia, ti prego dove vado? Lo sai che ho il mutuo, devo pure passare lassegno al figlio del mio primo matrimonio Non posso permettermi un affitto!
Lei lo osservava senza cattiveria. Solo stanchezza, negli occhi. Scrisse ancora sul blocco:
Sei un uomo adulto. Saprai cavartela. Hai detto tu stesso che sono ‘un vecchio rottame’. Perché vivere con un rottame? Trovati una giovane piena di energie. Io voglio solo pace.
Ma era solo una battuta! gemette Sergio. Tutti scherzano così! Livia, perdona uno scemo, ti prego! Vuoi che mi inginocchi?
Si lasciò scivolare dalla sedia sul tappeto, provò a prendere la mano di Livia. Lei la scostò con disgusto e si alzò. Entrò in camera e prese la valigia dallarmadio.
Allora Sergio sentì la vera paura. Un panico appiccicoso, gelido. Non il timore di perdere la moglie ma di vedere il suo mondo sgretolarsi. Chi avrebbe preparato da mangiare? Chi gli avrebbe ricordato la visita dal dottore? Chi avrebbe ascoltato i suoi sfoghi contro il capo? Chi avrebbe tappato quei buchi economici che lui stesso creava?
Realizzò che era completamente solo. Gli amici? Buoni a bere vino, ma nessuno disposto a ospitarlo. La madre? Viveva in un monolocale a Tiburtina con cinque gatti e un carattere peggio della grandine.
Corse in camera. Livia piegava i vestiti con la solita precisione.
Livia, ti prego, non farlo, balbettò. Parliamone. Andiamo da uno psicologo, come va di moda adesso. Migliorerò. Smetto di bere. Vuoi? Mi faccio aiutare subito, domani!
Neanche lo degnò duno sguardo. La zip della valigia scattò come uno sparo.
Non vuoi restare almeno fino a domattina? Siamo famiglia, non si ragiona di notte! le sbarrò la porta.
Lei lo guardò negli occhi. Per la prima volta in un mese cera vita in quello sguardo. Pietà. Tranquilla pietà, quella che si regala a un piccione malato.
Digitò qualcosa sul telefono, poi gli mostrò lo schermo.
La famiglia non umilia, non calpesta chi si è preso cura di lei. Ho sopportato la tua cafonaggine per dieci anni. Credevo fosse il tuo carattere. Invece è solo menefreghismo. Davi per scontato che non me ne sarei mai andata. Ti sbagliavi. Spostati.
Con calma, gli passò accanto trascinando la valigia in corridoio.
La macchina non te la lascio! urlò Sergio alle sue spalle, per ferirla, difendersi. E i soldi non te li ridò!
Livia si fermò sul pianerottolo, mise il trench. Poi si voltò e, per la prima volta in un mese, parlò ad alta voce col suo tono un po rauco che fece venire la pelle doca a Sergio:
Per via legale restituirai tutto. Compresi i soldi per lavvocato, che è bravo e caro quei soldi li avevo messi da parte col premio che volevi spendere per quel nuovo mulinello da pesca. Lascia le chiavi nella cassetta della posta quando lasci casa. Hai tempo fino a domenica.
La porta si chiuse. Scattò la serratura.
Sergio restò nel corridoio buio. Il silenzio quasi lo soffocava. Sentiva solo il frigo in cucina e il rubinetto che gocciolava, quello che aveva promesso di aggiustare sei mesi prima.
Andò in cucina, si sedette al posto di Livia. Sul tavolo cera ancora la richiesta di separazione. La prese: timbro, firma, data. Tutto vero.
Il telefono trillò: Ricordiamo il prelievo della rata auto domani. Importo…
Sergio si coprì la faccia con le mani. In cinquantanni non aveva mai pianto così. Non per la fine dellamore, ma per la pena e la disperazione di aver distrutto tutto con la propria lingua.
I tre giorni seguenti furono una nebbia. Tentò di chiamare Livia, ma era bloccato. Provò con la suocera, ma la signora Paola, sempre gentile, rispose asciutta: Te la sei cercata, arrangiati. Non disturbare Livia: ha la pressione alta.
Giovedì cominciò a impacchettare le cose. Ne aveva sorprendentemente poche: vestiti, canne da pesca, attrezzi, pc. Tutto ciò che dava calore a casa, le tende, le ceramiche, i quadri, i plaid soft, le stoviglie tutto era stato scelto e comprato da Livia. Senza di lei la casa sembrava solo una scatola di cemento.
Mentre raccoglieva le calze, trovò un vecchio album fotografico. Lo aprì. Una foto di dieci anni prima: loro al mare. Livia ride, lo abbraccia, lui pare fiero e felice. Lei lo guardava con adorazione. Quandera svanito tutto? Quando aveva smesso di vedere una donna, vedendoci solo una funzione? Passami, porta, lava, stai zitta.
Scemo, disse ad alta voce nel vuoto. Vecchio scemo.
Domenica lasciò lultimo borsone. Le chiavi, come accordato, nella cassetta della posta. Uscendo dal portone, si voltò verso le finestre della loro ormai sua casa. Era tutto buio.
Entrò in macchina, accese il motore. Pochissimo benzina e quasi zero euro rimasti. Non aveva dove andare, se non dalla madre. Immaginava già il monolocale impregnato di fumo dove, non appena entrato, la madre lo avrebbe accolto: Lavevo detto che non andava bene per te.
Sergio colpì il volante con il pugno. Il dolore lo riscosse. Prese il telefono, scrollò i contatti. Nessuno cui telefonare, nessuno disposto solo ad ascoltare senza accusarlo o prenderlo in giro.
Mise la marcia e uscì dal cortile. Lo aspettava una vita lunga e solitaria, nella quale avrebbe imparato a fare la pasta, stirare le camicie e forse a misurare le parole. Ma la cosa più dolorosa era capire di aver distrutto con la propria mano lunico luogo al mondo dove era stato amato senza condizioni.
Livia, in quel momento, era seduta sulla veranda della casa di campagna della madre, avvolta in una coperta calda, sorseggiando tè alla menta. Nel cuore cera vuoto, ma anche serenità. Il telefono era spento. Ora iniziava lincertezza, i processi, la divisione dei beni, ma lei sapeva: ce la avrebbe fatta. Perché la cosa più dura vivere con qualcuno che ti fa sentire sola era finalmente passata. In giardino, un usignolo cantava e laria profumava di glicine e libertà. Per la prima volta dopo anni, quellaroma non era coperto dalla puzza dalcol del marito. Livia fece un respiro profondo e, finalmente, sorrise di nuovo.






