Mi chiamo Giovanni. Mi sono sempre considerato fortunato nella vita, perché sono riuscito a diventare sia marito che padre. Ho sposato Fiorella, la ragazza di cui mi ero innamorato quando ancora andavo al liceo a Firenze. Mi ha aspettato con pazienza durante i miei anni di servizio militare; al mio ritorno ci siamo sposati, come in un sogno avvolto di nebbia e gelsomini.
Prima è nato il nostro primo figlio, Matteo. Poi, dopo tre anni, è arrivato il secondo, Tommaso. Eppure dentro di me cresceva il sogno bizzarro di una figlia. Sin dalla prima gravidanza di Fiorella lavevo detto a tutti: Io voglio una bambina! Tutti ridevano, scuotendo la testa. Gli uomini, da queste parti, sognano figli maschi, per portare avanti il cognome. Ma nel mio cuore, la luna mi sussurrava di una figlia dai capelli di seta e dagli occhi pieni di mistero.
Ma Fiorella mise al mondo un altro maschio, e poi un altro ancora. Così andava la vita: le nostre giornate scorrevano come fiumi lenti, i figli crescevano tra i vicoli di Bologna, e le domeniche passavano tra le risate e lodore del sugo di pomodoro.
Una notte di dicembre, Fiorella mi fissò con occhi grandi: Giovanni… sono di nuovo incinta. La casa si allungò, le pareti presero a ondeggiare come il mare dinverno. Non avevamo previsto un terzo figlio, ma la gioia mi prese allo stomaco come se avessi vinto la lotteria. Questa volta sarà una bambina, vedrai! esclamai, mentre Fiorella mi lanciava un sorriso ironico e sognante.
Anche mia madre e la madre di Fiorella, donne di paese che capiscono tutto dai sogni e dai profumi nellaria, giuravano che sarebbe stata una bambina. Lecografia lo confermava, e già i miei figli pensavano a nomi: Lucia, Francesca, Aurora. Col tempo, il pancione della mia donna divenne un pianeta intorno al quale ruotava tutta la nostra famiglia.
Arrivò il giorno. Accompagnai Fiorella in ospedale una mattina dinverno, tra la nebbia che copriva la città come zucchero a velo. Non chiusi occhio tutta la notte, ascoltando il suono tremolante dei miei pensieri. Allalba chiamai lospedale col cuore affogato nella preoccupazione e mi dissero: Congratulazioni! È nato un maschietto. Tre chili e duecento, cinquantaquattro centimetri.
Mi sembrava di essere finito in uno di quei dipinti surreali di De Chirico: ombre lunghe, torri che si perdono nel cielo, e nessuna donna in vista. Possibile? Tutti aspettavamo una bimba, anche i muri di casa nostra la sognavano. E invece eccolo lì, un altro maschio.
Quando chiamai Fiorella, le chiesi con una voce stranita: Ma… Fiorella, sei proprio sicura di non avermi tradito col vicino? Lei urlò, indignata, Ma sei impazzito!?! Che discorsi fai? Me ne vado a dormire! e mi chiuse il telefono in faccia. Scivolai nel sonno come in un bicchiere di vino rosso.
Poi Fiorella fu dimessa dallospedale. Tornammo a casa, e lei scartò la copertina azzurra. Guardai il mio minuscolo bambino, che tenevo tra le braccia come un sogno tremante, e sentii che il cuore si scioglieva. Lo chiamammo Pietro. Passarono quattro anni e mezzo come poche gocce di pioggia tiepida. Insegnai a Pietro ad andare in monopattino nella via acciottolata sotto casa. Lui non mi somigliava affatto. Aveva solo un riflesso incerto di Fiorella, mentre gli altri miei figli sembravano scolpiti nella mia stessa carne.
Un giorno udii le nonne chiacchierare giù per le scale: Ma non hai notato che Pietro assomiglia proprio a Stefano, quello del terzo piano? Mi sentii trafitto. Andai da Fiorella, i miei sogni confusi e pigiati come sardine in una scatola.
Fiorella, ti prego… chi è davvero il padre di Pietro? Lei spalancò gli occhi come finestre in tempesta: Non ti vergogni? Sempre queste insinuazioni! Ti giuro, è tutto assurdo! Ma Stefano ti ha dato un passaggio una volta! Certo, ma ero già incinta! Vomitavo come una fontana, avevo la spesa pesante e lui mi ha aiutata. Ti sembra un crimine? No, però Pietro non mi somiglia per niente…
Litigammo come mai prima dallora. Io proposi di fare il test del DNA. Fiorella disse no. Poi, due settimane dopo, cambiò magicamente idea: Facciamolo, tanto dopo ti lascio! Le case si piegavano come libri bagnati, tutto sembrava assurdo.
Una sera, gettando la spazzatura, incontrai Stefano. Aveva trentacinque anni, gli occhi azzurri e il passo da eterno scapolo. Lo scrutai a lungo, cercando le ombre dei miei figli sulle sue spalle. Niente. Pietro non aveva nulla di lui.
Tornai in cucina, sedetti. Pietro mi saltò in grembo, puzzava di biscotti al burro. Mi abbracciò forte e mi raccontò qualcosa di assurdo su un drago che abitava sul tetto. Allora capii: non servivano test, laboratori, né prove. Quel bambino era mio, con tutta lassurda logica dei sogni italiani.
Andai da Fiorella e dissi: Non serve nessun test! Lei già pronta a dirmene quattro, sbuffava col viso rosso: E io che stavo per farlo solo per convincerti del contrario! Passai una settimana a farmi perdonare, giurai amore sotto i rami di limone e tra le lenzuola ancora profumate di latte e lavanda. Alla fine, Fiorella mi perdonò.
Gli anni passavano. Il nostro Matteo si sposò e la moglie presto ci regalò una nipotina, Margherita, che sognava pane e Nutella. Finalmente potevo viziare una bambina, intrecciare nastri rossi fra i suoi capelli, raccontarle le favole. Sapevo già che lavrei amata con tutto il cuore, proprio come amo tutti i miei tre figli maschi, tra vicoli, sogni e misteri dItalia.





