— Ho trovato due bambini nel mio giardino, li ho cresciuti come fossero miei, ma dopo quindici anni, alcune persone hanno deciso di portarli via da me.

Trovo due bambini piccoli nel mio orto, li accolgo come miei, ma dopo quindici anni alcune persone decidono di portarli via.

«Stefano, vieni subito!» grida da fuori il giardino, e lascio cadere limpasto a metà mescolato nel lievito madre.

Corro sulla veranda: mio marito è fermo accanto al vecchio melo. Accanto a lui due bimbi: un maschietto e una femmina. Sono seduti sullerba tra le file di carote, sporchi, con i vestiti strappati e gli occhi grandi pieni di paura.

«Da dove vengono?» sussurro avvicinandomi.

La bambina allunga le mani verso di me. Il bambino si avvicina, ma non sembra spaventato. Hanno forse due anni, forse un po di più.

«Non capisco nemmeno io», si gratta la testa Stefano. «Stavo annaffiando i cavoli e li ho trovati, come fossero spuntati dal terreno».

Mi inginocchio. La bambina mi stringe subito al collo, appoggia la guancia alla spalla. Odora di terra e di qualcosa di acido. Il ragazzo rimane fermo, ma non distoglie lo sguardo da me.

«Come vi chiamate?» chiedo piano.

Nessuna risposta. Solo la bambina mi avvolge più forte e inizia a singhiozzare.

«Dobbiamo avvisare il consiglio del paese», dice Stefano. «O la polizia locale».

«Aspetta», dico accarezzandole i capelli scompigliati. «Prima di tutto, diamo loro da mangiare. Guardate quanto sono magri».

Porto dentro la ragazza; il ragazzo mi segue cautamente, afferrando il bordo del vestito. In cucina li faccio sedere al tavolo, verso loro del latte, taglio del pane con burro. Mangiano avidamente, come se non avessero mangiato da giorni.

«Forse dei gitani li hanno lasciati?», ipotizza Stefano osservandoli.

«No, non credo», dico scuotendo la testa. «I bambini gitani di solito hanno la pelle più scura. Questi due hanno gli occhi chiari e i capelli biondi».

Dopo aver mangiato, i piccoli si animano. Il maschietto sorride quando gli do un secondo pezzo di pane. La bambina si arrampica sulle mie ginocchia e, stretta al mio maglione, si addormenta.

La sera arriva il maresciallo Bianchi. Esamina i bambini e annota qualcosa sul taccuino.

«Li distribuirò tra i paesi vicini», promette. «Forse qualcuno li ha persi. Per ora possono stare con voi. Non cè posto al centro di accoglienza del distretto».

«Non ci importa», dico subito, stringendo la bambina addormentata.

Stefano annuisce. Siamo sposati da un anno, ma non abbiamo ancora figli propri. E ora ne abbiamo due contemporaneamente.

Quella notte li sistemiamo nella nostra stanza, sul pavimento vicino al focolare. Il ragazzo non riesce a dormire subito, mi osserva attentamente. Stendo la mano, ed egli prende timidamente il mio dito.

«Non avere paura», sussurro. «Non sarai più solo».

Al mattino, una carezza leggera mi sveglia. Apro gli occhi: la bambina è al mio fianco, mi accarezza la guancia.

«Mamma» balbetta.

Il cuore mi balza. La sollevo e la stringo al petto.

«Sì, tesoro. Mamma è qui».

Quindici anni passano in un istante. Chiamo la bambina Loredana; cresce slanciata, capelli doro e occhi azzurri come il cielo di primavera. Marco diventa un giovane forte, proprio come suo padre.

Aiutano in fattoria, vanno bene a scuola e diventano tutto per noi.

«Mamma, voglio andare alluniversità di Firenze», dichiara Loredana a cena. «Diventare pediatra».

«E io voglio studiare allaccademia agraria», aggiunge Marco. «Papà, è tempo di far crescere la fattoria».

Stefano sorride e accarezza la spalla del figlio. Non abbiamo mai avuto figli biologici, ma non ci siamo mai pentiti: questi due sono davvero nostri.

Allora il maresciallo Bianchi non trova nessuno. Formalizziamo la tutela, poi ladozione. I bambini conoscono sempre la verità: non nascondiamo nulla. Per loro, siamo davvero mamma e papà.

«Ti ricordi quando ho cotto le torte per la prima volta?» ride Loredana. «Ho fatto cadere tutta la pasta sul pavimento».

«E tu, Marco, avevi paura di mungere le mucche», scherza Stefano. «Dicevi che ti avrebbero mangiato».

Ridere è il nostro unico modo di riempire il silenzio. Il primo giorno di scuola di Loredana, il suo pianto, il litigio di Marco con i bulli che lo chiamavano orfano, la riunione con il preside che ha messo fine a tutto.

Dopo che i bambini vanno a letto, Stefano e io restiamo sulla veranda.

«Sono cresciuti bene», dice, abbracciandomi.

«I miei», rispondo, annuendo.

Il giorno dopo tutto cambia. Un’auto straniera si ferma al cancello. Scendono un uomo e una donna di circa quarantacinque anni, vestiti in modo elegante.

«Buongiorno», sorride la donna, ma gli occhi rimangono freddi. «Cerchiamo i nostri figli. Quindici anni fa sono scomparsi. Due gemelli, una ragazza e un ragazzo».

È come una doccia dacqua gelata. Stefano esce dietro di me e si ferma al mio fianco.

«Che cosa vi porta qui?», chiede con calma.

«Ci è stato detto che li avete preso», luomo tira fuori una cartellina di documenti. «Ecco i fogli. Questi sono i nostri figli».

Guardo le date: coincidono. Il cuore non vuole crederci.

«Siete rimasti in silenzio per quindici anni», dico piano. «Dove eravate?»

«Cercavamo, ovviamente!», sospira la donna. «È stato un periodo difficile. I bambini erano con una tata, che li ha portati via. Lungo la via ha avuto un incidente i bambini sono scomparsi. Solo ora troviamo una traccia».

In quel momento Loredana e Marco escono di casa, paralizzati dallo stupore.

«Mamma, che succede?», chiede Loredana stringendo la mia mano.

La donna resta senza parole, coprendosi la bocca con la mano.

«Giulia! Sei tu! E questo è Andrea!»

I due bambini si scambiano sguardi, senza capire.

«Siamo i vostri genitori», spara luomo. «Siamo tornati a casa».

«Casa?», la voce di Loredana trema. «Siamo già a casa».

«Dai», interviene la donna avvicinandosi. «Siamo la vostra famiglia di sangue. Abbiamo una casa vicino a Roma e possiamo aiutarvi in fattoria. La famiglia è sempre meglio degli estranei».

Il fuoco dellira sale dentro di me.

«Non li avete cercati per quindici anni», sibilo. «E ora, quando sono adulti e possono lavorare, si fanno vedere?»

«Abbiamo sporto denuncia», inizia luomo.

«Mostratela», Stefano allunga la mano. Luomo tira fuori un certificato, ma Stefano nota la data: un mese fa.

«È una falsificazione», dice. «Dove è loriginale?»

Luomo esita, riponi i fogli.

«Non li avete cercati», interviene Marco. «Il maresciallo Bianchi ha controllato, non cerano segnalazioni».

«Zitto, ragazzo!», grida luomo. «Preparati, te li portiamo via!»

«Non andremo da nessuna parte», afferma Loredana accanto a me. «Questi sono i nostri genitori, quelli veri».

La donna arrossisce e tira fuori il cellulare.

«Chiamo la polizia. Abbiamo i documenti, il sangue è più forte della carta».

«Chiamali», annuisce Stefano. «Ma non dimenticate di invitare Bianchi. Ha custodito tutti i registri per quindici anni».

Unora dopo il cortile è pieno di gente: il maresciallo, un investigatore di distretto, il capo del consiglio del paese. Loredana e Marco rimangono a casa, io li tengo stretti.

«Non vi daremo via», sussurro, stringendo i bambini. «Non importa cosa succederà, non abbiate paura».

«Non abbiamo paura, mamma», dice Marco, stringendo i pugni. «Provateci pure».

Stefano entra nella stanza, il volto serio.

«Falso», dice secco. «I documenti sono contraffatti. Linvestigatore ha subito notato le incoerenze. Le date non corrispondono. Quando i bambini sono arrivati da noi, quei genitori erano a Napoli biglietti e foto lo provano».

«Perché lhanno fatto?», chiede Loredana.

«Bianchi lha scoperto. La famiglia possedeva un terreno in debito. I lavoratori erano scappati per mancanza di soldi. Hanno cercato manodopera gratuita, hanno sentito parlare di voi e hanno falsificato tutto», spiega Stefano.

Uscendo nel cortile, luomo è già in una macchina della polizia. La donna urla chiedendo avvocato, un processo.

«Sono i nostri figli! Li nascondete!»

Loredana si avvicina e lo guarda dritto negli occhi:

«Ho trovato i miei genitori quindici anni fa. Mi hanno cresciuta, amata, non mi hanno mai lasciata. Voi siete estranei che volevano usarci».

La donna indietreggia, colpita.

Quando le auto se ne vanno, rimaniamo solo noi quattro. I vicini si allontanano, sussurrando quello che è accaduto.

«Mamma, papà grazie per non averli ceduti», abbraccia Marco.

«Che sciocco», gli accarezzo i capelli. «Come avremmo potuto? Siete i nostri figli».

Loredana sorride tra le lacrime:

«Pensavo spesso: e se i miei veri genitori fossero ritrovati? Ora lo so. Non cambierebbe nulla. I miei veri genitori sono qui».

Quella sera ci ritroviamo tutti attorno al tavolo, come quindici anni fa, ma ora i bambini sono adulti. Lamore resta lo stesso: caldo, vivo, familiare.

«Mamma, raccontaci di nuovo come ci hai trovato», chiede Loredana.

Sorrido e ricomincio la storia: due piccoli trovati nellorto, entrati nella nostra casa e nei nostri cuori, diventati una famiglia.

«Nonna, guarda cosa ho disegnato!», mostra Vanni, il nipotino di tre anni, con un foglio pieno di colori.

«Che bello!», prendo il disegno. «È casa nostra?»

«Sì! Ecco nonno, mamma, papà, zia Giulia e zio Paolo!»

Loredana esce dalla cucina: ora è dottoressa al pronto soccorso del distretto, incinta del secondo figlio.

«Mamma, Marco ha detto che Katia arriverà presto. Hai preparato le crostate?»

«Certo», rispondo. «Le di mele, le sue preferite».

Gli anni passano in un battito. Loredana si laurea, torna a casa la vita in città è stretta, ma qui cè aria, pace, casa. Sposa il nostro contadino Paolo, un tipo affidabile.

Marco finisce lIstituto agrario e ora gestisce la fattoria con Stefano. Sposa la maestra Giulia; hanno già il piccolo Vanni.

«Nonno!», il bambino scappa dalle mie braccia e corre verso il cortile.

Stefano, appena tornato dal campo, i capelli un po grigi, lo prende in spalla e lo gira.

«Allora, Vanni, cosa vuoi diventare da grande?»

«Conduttore di trattori! Come papà e nonno!»

Loredana e io ci scambiamo un sorriso, ridendo. La storia si ripete.

Lauto di Marco arriva. Giulia scende per prima, portando un tegame.

«Portiamo il nostro borscht, il tuo preferito!»

«Grazie, cara», risponde Marco.

«E abbiamo notizie!», esclama felice.

«Quali notizie?», chiedo con cautela.

«Aspetteremo dei gemelli!», annuncia Giulia raggiante.

Loredana li abbraccia, Stefano sorride soddisfatto.

«Ecco la famiglia! La casa sarà piena!»

A cena tutti si radunano attorno al grande tavolo che Stefano e Marco avevano allungato qualche anno fa. Cè posto per tutti.

«Ti ricordi quella storia dei falsi genitori?», ricorda Marco. «Quella farsa che il maresciallo Bianchi racconta ai ragazzi».

«Come potrei dimenticare», risponde Loredana. «Bianchi la usa ancora come esempio.»

«Allora pensavo: e se fossero davvero i miei genitori? Se dovessi andarmene?», prosegue Marco. «Mi sono reso conto che, anche se lo fossero, rimarrei. La famiglia non è sangue, è tutto questo», gesticola verso il tavolo.

«Non far piangere la moglie adesso», borbotta Stefano, ma i suoi occhi brillano.

«Zio Marco, raccontaci di nuovo come ci hanno trovato!», chiede Vanni.

«Di nuovo?», ride Giulia. «Lha già sentita un centinaio di volte!»

«Allora racconta!», insiste il piccolo.

Marco inizia la narrazione. Io osservo i miei figli, le nuore, il nipote. Stefano, anno dopo anno, diventa più caro al mio cuore.

Una volta credevo di non poter avere figli. La vita mi ha donato due piccoli trovati nellorto, tra le aiuole. Ora la casa è di nuovo piena di risate, voci, vita.

«Nonna, quando sarò grande, troverò qualcuno nellorto anche io?», chiede Vanni.

Ridiamo tutti.

«Forse», gli dico accarezzandogli la testa. «La vita è piena di miracoli. Basta tenere il cuore aperto e lamore ti troverà da solo.»

Il sole tramonta dietro le colline, tinge di rosa il vecchio melo dove tutto è iniziato. Cresce, come noi. Come la nostra famiglia.

E so una cosa: non è la fine. Ci attendono giorni felici, nuovi sorrisi, nuove storie. Una vera famiglia, viva e in crescita. Le sue radici sono nellamore.

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— Ho trovato due bambini nel mio giardino, li ho cresciuti come fossero miei, ma dopo quindici anni, alcune persone hanno deciso di portarli via da me.