Ho viaggiato fino in un’altra città italiana per vedere il mio ex fidanzato tre mesi dopo che mi ave…

Ricordo bene quellestate lontана, quando presi il treno da Milano per andare fino a Roma, solo per rivedere il mio ex fidanzato, tre mesi dopo che aveva deciso di lasciarmi. Se ci ripenso ora, sembra una follia. Ma allora, ero guidata solo dal cuore, non dalla ragione. Nella mia valigia cera ancora lanello di fidanzamento, nel telefono portavo le nostre vecchie foto e dentro di me quella stupida speranza che, guardandomi negli occhi, avrebbe finalmente avuto un ripensamento.

Sapevo dove lavorava: era medico in un grande ospedale romano. Arrivai da sola, con un piccolo trolley e una paura così forte nello stomaco da renderlo stretto come un pugno. Mi sedetti nella sala daspetto fingendo di chiedere informazioni su un paziente. Quando lo vidi camminare nel corridoio, il respiro mi si fermò. Era lo stesso di sempre: camice bianco, volto stanco, passo veloce. Mi avvicinai e gli dissi che dovevamo parlare. Mi guardò stupito. Camminammo in silenzio un tratto. Cercai di mostrarmi decisa. Gli dissi che ero venuta perché non volevo che tutto finisse così, che lo amavo ancora e desideravo almeno provare a salvare ciò che eravamo.

Lui non esitò nemmeno per un attimo. Mi confessò che aveva già scelto, che il lavoro era la sua priorità, che dovevo andare avanti con la mia vita. Non alzò la voce, ma fu di una freddezza che mi fece male. Mi trattenni per non piangere davanti a lui. Annuii, tirai fuori quellanello che ancora custodivo nel portafoglio, glielo restituii e mi congedai rapidamente.

Uscita fuori, mi sedetti su una panchina di cemento davanti allingresso dellospedale e non ce la feci più a trattenere le lacrime. Mi coprii il viso e piansi come non mi era mai successo da mesi. Piangevo per il viaggio, per lillusione, per quel rifiuto e per lamore non ricambiato.

Non mi ero accorta che, a qualche metro di distanza, su unaltra panchina, sedeva un altro giovane medico, in pausa. Mi aveva sentito piangere per diversi minuti. Quando infine cercai di calmarmi, si avvicinò lentamente e con voce gentile disse:

Mi scusi se disturbo ma se ha bisogno di qualcosa, sono qui. Va tutto bene?

Abbassai la testa e riuscii solo a sussurrare: No mi hanno spezzato il cuore ancora sempre la stessa persona. Lui mi guardò con sincera premura. Mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Si sedette. Fu una conversazione strana, imprevedibile, rara e profondamente umana. Mi porse una bottiglietta dacqua, volle sapere se conoscevo qualcuno a Roma, se fossi totalmente sola. Così, gli raccontai tuttoche avevo viaggiato solo per rivederlo, che era stato il mio promesso sposo, che avevamo programmato il matrimonio, che tre mesi prima mi aveva lasciata e io non riuscivo ancora a ricordarmi come si potesse andare avanti.

Lui non mi giudicò mai. Si limitò ad ascoltare, con calma. Mi disse che non dovevo mai chiedere amore, che era normale sentirsi distrutta quel giorno, ma che non era giusto restare a terra per sempre. La sua voce non era da corteggiatore; era quella di chi voleva aiutare una donna sconosciuta, affranta, davanti a un ospedale romano.

Cominciammo a parlare poi a scriverci. Gli confidai che non volevo restare a lungo in città, che volevo tornare presto a Milano. Mi domandò quando avrei avuto il volo di ritorno. Gli dissi la verità: non avevo ancora preso il biglietto, sperando di poterci riconciliare con laltro. Lui mi suggerì allora: Resta qualche giorno. Vieni a cena con me e i miei amici, almeno non restare chiusa da sola in albergo a piangere.

Accettai. Uscimmo più volte, mangiammo insieme, passeggiammo per i vicoli di Roma, conobbi i suoi amici dellospedale. Io ero ancora tutta cuore infranto. Fra noi non accadde nulla di romanticoniente baci, niente allusioni. Solo lunghe chiacchierate e qualche sorriso timido che, per pochi attimi, mi faceva dimenticare il dolore.

Una settimana dopo tornai a casa. Pensavo che tutto si sarebbe concluso lì. Invece continuammo a sentirci ogni giorno. Per sei mesi. Messaggi lunghi, telefonate tarde, brevi note vocalipiccole cose della giornata. E senza accorgermi ci avvicinammo sempre di più.

Un giorno, senza avvertirmi, apparve nella mia città. Mi scrisse: Sono qui. Devo vederti. Mi aspettava alla stazione. Ci andai, e appena lo vidi col suo trolley, rimasi senza parole. Mi abbracciò e mi disse chiaramente: Sono innamorato di te. Non voglio scrivere soltanto messaggi. Sono venuto per guardarti negli occhi e capire se anche tu provi lo stesso.

Scoppiai a piangere. Ma non di tristezzadi stupore, di paura, di emozione, tutto insieme. Gli dissi sì, che ero innamorata anche io, senza essermene accorta. Da quel giorno ebbe inizio la nostra storia.

Sono tre anni che stiamo insieme ora. Siamo fidanzati. Ci siamo sposati lo scorso agosto. Stiamo già inviando gli inviti. Certi giorni penso: se non avessi attraversato mezza Italia per cercare chi mi aveva rifiutata non avrei mai incontrato luomo che oggi è mio marito.

E sebbene tutto sia cominciato con un pianto disperato su una panchina davanti a un ospedale romano quella tristezza si è trasformata nella più inaspettata storia damore della mia vita.

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