I bambini che ho cresciuto hanno già scelto il mio posto al cimitero. Ma c’è qualcosa che non sanno: un segreto che potrebbe renderli tristi.

I bambini che ho cresciuto hanno già prenotato per me un posto tra le lapidi del cimitero di SanGiorgio. Cè però un segreto che non sanno, uno che forse li rattristerà.

Avevo quarantacinque primavere quando ho sposato. La donna, di nome Fiorenza, portava già tre figli. Il suo matrimonio era finito in frantumi, laveva lasciata con nulla se non i bambini e due valigie logore. Io possedevo una casa comprata con i risparmi di anni di fatica, e senza esitazione ho detto: «Portate i vostri figli, vivete qui con me. Saremo una famiglia».

Allinizio è stato un vero labirinto. Il più grande, Matteo, discuteva sempre; la media, Ginevra, piangeva per un capello fuori posto; il piccino, Luca, non lasciava la madre per un solo passo. Ho riparato i loro giochi rotti, li ho accompagnati a scuola, ho comprato vestiti quando lo stipendio in euro mi permetteva. Non ho mai diviso i bambini in «i miei» e «i suoi». Per me erano semplicemente «i nostri».

Poi il mondo è crollato. Fiorenza si è ammalata e se nè andata. Sono rimasto solo con tre piccoli, senza sapere come fare da padre quando non sei padre di sangue. Mi dicevano: «Riconsegnali ai parenti, non ti devi nulla». Io non ho potuto. Si erano abituati a me, e io a loro. Li ho cresciuti da solo, come sapevo fare.

Gli anni sono scivolati. Sono diventati adulti, hanno preso strade diverse, hanno formato le proprie famiglie. Allinizio telefonavano, venivano a trovarmi; poi le visite sono diventate rare, quasi mai più. Solo nei giorni di festa, e persino allora più per abitudine che per affetto. Io invecchio, mi ammalo, e di recente ho scoperto per caso che hanno già scelto per me un sepolcro, come se aspettassero il mio addio.

Il colpo più amaro è questo: ho dato loro casa, cure, cibo, amore. E nella loro memoria, forse, rimango solo «lanziano con una casa». Nessuna gratitudine, nessuna vera partecipazione.

Ma cè qualcosa che loro non sanno.

Ogni mattina varca la soglia la signora Bianchi, una vicina semplice. A volte porta pane appena sfornato, a volte un po del suo pranzo. Mi chiede come sto, non per soldi, non per eredità, ma per pura gentilezza. Quando ho avuto la febbre, è stata lei a chiamare il medico e a restare al mio fianco finché non ho chiuso gli occhi. In quel momento ho capito: la vicinanza non è scritta nel sangue, ma nella nostra umanità.

Perciò ho deciso: la casa dove sono cresciuti i miei figli, tutto ciò che ho accumulato e custodito, lo lascerò a lei. Non a chi aspetta la mia morte, ma a chi ha avuto il coraggio di chiedermi: «Come sta oggi il signor Carlo?»

Può sembrare crudele, ma non provo rimorso. Ho dato ai bambini tutto quello che potevo. La gratitudine non si può pretendere; si può solo percepire. Ora il mio cuore è sereno, so di aver fatto la cosa giusta.

Che giudichino chi vuole. Ma ditemi voi: ha importanza il nome scritto su un foglio come «figlio» o «figlia», se al momento più duro non cè nessuno accanto? Non è forse più vicino chi ti tende la mano quando non riesci a rialzarti?

Ho deciso. Leredità la lascerò non per sangue, ma per coscienza.

E voi, che ne pensate? A chi è davvero giusto dare amore, tempo e ciò che resta di noi: ai figli che si sono allontanati, o a chi è rimasto vicino, anche se un tempo era estraneo?

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I bambini che ho cresciuto hanno già scelto il mio posto al cimitero. Ma c’è qualcosa che non sanno: un segreto che potrebbe renderli tristi.