I cumuli della sorte Marco, avvocato di trentacinque anni, detestava il Capodanno. Per lui non era una festa, ma una vera e propria maratona. Frenesia, la ricerca del “regalo perfetto” per colleghi che sopportava a malapena e, ovviamente, la festa aziendale. Quest’anno il suo studio aveva deciso di fare le cose in grande, affittando un intero resort fuori città. Marco stava andando lì con la sua impeccabile auto nera, ascoltando un podcast sulla legislazione fiscale e pensando mentalmente al suo piano: comparire per un’ora, bere un calice di prosecco, chiacchierare educatamente con i capi e poi svignarsela a casa senza farsi notare. Quando arrivò, la sala già brulicava come un alveare disturbato. Ovunque persone in abiti sgargianti che ridevano di gusto, creando l’atmosfera. Marco prese il suo bicchiere e si mise in disparte, come una sentinella, osservando quella giostra di allegria forzata. Si sentiva un alieno, sbarcato in un mondo dove per legge si doveva essere felici. *** Ed è allora che la vide. Una sconosciuta che non era né la più appariscente né la più rumorosa. Stava vicino a una finestra, leggermente in disparte, e guardava la tormenta di neve oltre il vetro. Indossava un semplice abito blu notte e teneva in mano un bicchiere di succo. Non sembrava triste né sola. Sembrava piuttosto assorta nei propri pensieri. Marco si rese conto che lei appariva fuori posto, proprio come lui si sentiva. – Brutta serata per tornare a casa, – disse avvicinandosi alla sconosciuta. (Fu la prima cosa che gli venne in mente.) Lei si voltò e sorrise. Non con il sorriso di circostanza degli altri, ma in modo autentico, caldo. – Ma hai visto che meraviglia? – rispose indicando il vetro. – Quando la città è coperta di neve, sembra che tutti i problemi spariscano sotto il bianco. Marco fu sorpreso. Si aspettava di tutto, tranne questo. – Marco, – si presentò. – Elena, – gli strinse la mano, – sono della contabilità. Credo che ci siamo incrociati una volta in ascensore. Rimasero in silenzio. Un silenzio che non pesava, anzi sembrava quasi avvolgerli. La bufera fuori aumentava. Dall’altoparlante annunciarono che le strade erano bloccate dalla neve e che tutti sarebbero dovuti restare fino al mattino. Un’ondata di delusione e panico attraversò la sala. Marco dentro di sé bestemmiò: il suo piano era andato in fumo. – Pronto a dormire su una branda da campeggio, avvocato? – ironizzò Elena. – Non ci hanno preparato a questo all’università, – sorrise lui. – E lei? – Io porto sempre un buon caricabatterie e un libro. Sono pronta a tutto, – rispose ridendo Elena. Proprio quella sera, senza più piani e senza più maschere, iniziarono a parlare davvero. Scoprirono che Elena adorava i vecchi film in bianco e nero e Marco invece li odiava, ma promise che ne avrebbero guardato uno insieme se lei gli avesse spiegato cosa li rendesse speciali. Scoprirono che Marco sogna un giorno di lasciare tutto e aprire una piccola caffetteria e che Elena dipinge acquerelli in segreto, senza mai mostrarli a nessuno. Sedettero in disparte, dimenticando il caos attorno, bevendo non prosecco ma tè caldo da un thermos che, guarda caso, anche Elena aveva portato con sé. Lei raccontò di un gatto che amava inseguire i fiocchi di neve, lui di una nonna che gli aveva insegnato a fare il pan di zenzero. Allo scoccare della mezzanotte nessuno dei due gridò “Auguri!”. Si guardarono soltanto negli occhi. – Buon anno, Marco, – sussurrò Elena. – Buon anno, Elena, – rispose lui. Quella notte non dormirono in camere lussuose, ma in una sala comune su due brande preparate dal personale per chi era rimasto bloccato. Vicini. Si parlarono sottovoce fino all’alba, fino a quando la bufera cominciò a placarsi. Al mattino, quando le strade vennero liberate, uscirono fuori. Il mondo era bianco, pulito e silenzioso. Il sole accecava, riflettendosi sui cumuli di neve. – E ora, dove vai? – chiese Marco. – Prendo il bus. Torno a casa. – Potrei darti un passaggio. Elena lo guardò e le sue pupille sorrisero. – E se ti dicessi che mi piace questo mondo silenzioso e ghiacciato? Vorrei arrivare alla fermata a piedi. Marco capì. Quella sera non era una coincidenza. Era l’inizio di qualcosa di nuovo, di vero. – Allora ci vengo anch’io, – rispose deciso. E partirono insieme nella neve fresca, il primo giorno di un nuovo anno, lasciando dietro di sé impronte che conducevano verso un futuro sconosciuto ma pieno di luce. Quanto vorrei crederci davvero…

Cumuli del destino

Alessandro, avvocato trentacinquenne di Milano, detesta il Capodanno. Per lui non è una festa, ma una vera e propria corsa ad ostacoli.

Frenesia, la ricerca disperata del regalo perfetto per colleghi che tollera a stento, e naturalmente la cena aziendale. Questanno, lo studio per cui lavora ha deciso di fare le cose in grande, affittando un intero agriturismo fuori città.

Alessandro guida la sua impeccabile Alfa Romeo nera verso la campagna lombarda, ascoltando distrattamente un podcast sulle novità fiscali. Nella sua testa ha un piano preciso: rimanere unora, brindare con prosecco, scambiare due parole con il capo e sparire senza farsi notare.

Al suo arrivo, la sala è già piena di gente che si muove tra tavoli decorati. Risate e chiacchiere riempiono laria, mentre i colleghi sfoggiano abiti colorati in una gara di allegria un po troppo forzata.

Alessandro prende il flute, si mette accanto al muro come una guardia, e osserva il carosello di allegria obbligata. Si sente alieno, capitato su un pianeta dove essere felici è un dovere.

***

Poi la vede. Una ragazza sconosciuta, che non spicca per labito o la voce. Sta vicino a una finestra, leggermente in disparte, lo sguardo rivolto alla bufera di neve che imbianca la campagna.

Indossa un semplice vestito blu notte e tiene in mano un bicchiere di succo darancia. Non appare né triste né isolata. Piuttosto, concentrata sui suoi pensieri.

Ad Alessandro sembra di guardare qualcuno che si sente proprio come lui.

Brutta serata per guidare, le dice avvicinandosi.

(Non gli viene niente di meglio).

Lei si volta, regalando un sorriso vero, niente a che vedere con quelli tirati degli altri.

Hai visto che spettacolo? risponde lei, indicando la finestra. Quando la neve copre tutto, sembra quasi che i problemi scompaiano sotto il bianco.

Alessandro resta sorpreso. Non si aspettava una risposta così.

Alessandro, si presenta.

Chiara, replica lei stringendogli la mano sono in amministrazione. Credo che ci siamo incrociati in ascensore qualche volta.

Restano in silenzio. Una pausa che non pesa, anzi, li avvicina.

La tempesta di neve si fa più intensa. Dalla sala annunciano che le strade sono bloccate: bisognerà restare lì fino al mattino.

Unondata di delusione e nervosismo serpeggia tra i presenti.

Alessandro si morde la lingua: tutto il suo piano in fumo.

Che dici, avvocato, pronto a dormire su una brandina? chiede ironica Chiara.

Non era nei manuali di diritto, replica lui con un sorriso. E tu?

Io ho sempre con me un buon caricabatterie e un libro. Quindi, sono previdente per tutte le occasioni, ride Chiara.

Quella sera, privi di aspettative e maschere, iniziano davvero a parlare.

Scoprono che Chiara ama i vecchi film in bianco e nero, mentre Alessandro li trova noiosissimi, ma promette che ne guarderà uno se lei gli spiegherà cosa ci trova di speciale.

Scoprono che Alessandro sogna di lasciare tutto e aprire una piccola caffetteria, mentre Chiara dipinge acquerelli di nascosto, senza averli mai mostrati a nessuno.

Seduti appartati in un angolo, si scaldano bevendo tè caldo dal thermos che Chiara, previdente, ha portato da casa, ignorando champagne e brindisi.

Lei racconta del suo gatto che adora rincorrere i fiocchi di neve davanti alla finestra, lui della nonna che gli ha insegnato a preparare la torta di miele.

Quando scocca la mezzanotte, niente grida o coriandoli. Si guardano, semplicemente.

Buon anno, Alessandro, sussurra Chiara.

Buon anno, Chiara, risponde lui.

Quella notte non dormono nelle camere eleganti, ma in una saletta, su due brandine portate dallo staff per i bloccati dalla neve. Uno vicino allaltra. Continuano a chiacchierare sottovoce, finché la tormenta fuori non inizia a placarsi.

Al mattino, finalmente ripuliscono le strade. Escono insieme, trovando il mondo silenzioso e candido. Il sole abbaglia, riflesso sui cumuli di neve.

Ora dove vai? chiede Alessandro.

Alla fermata. Ritorno a casa.

Beh posso offrirti un passaggio.

Chiara lo guarda, con gli occhi illuminati da un sorriso.

E se ti dicessi che mi piace questa calma irreale? Voglio camminare nella neve fino alla prossima fermata.

Alessandro capisce. Quella sera non è stata un caso.

È linizio di qualcosa, di vero.

Allora vengo con te, dice, sicuro.

E si incamminano insieme, lasciando impronte nel bianco del primo giorno dellanno, verso un futuro sconosciuto ma luminoso.

Quanto è bello credere che sia davvero cosìNella neve che scricchiola sotto i passi, Alessandro sente qualcosa sciogliersi dentro di sé. Né fretta, né obblighi: solo il ritmo lento dellalba e la presenza silenziosa di Chiara accanto. Il mondo rimane sospeso, intatto, finché le loro impronte svaniscono dietro una curva.

Arrivati dove la strada torna trafficata, si fermano. Lo guardo di Chiara è sereno, come se avesse già saputo da sempre che quel momento sarebbe arrivato. Alessandro le prende la mano, senza più timore di mostrarsi diverso da come tutti si aspettano.

In quel gesto cè un silenzioso accordo: vivere il tempo con più leggerezza, senza lasciarsi schiacciare dagli obblighi, scegliendo ogni giorno a chi dedicare i propri sorrisi veri. Il primo autobus si vede in lontananza, ma non importa. Perché lì, tra i cumuli del destino e la luce nuova del mattino, Alessandro capisce finalmente che a volte bisogna perdersi per scoprire ciò che conta davvero.

E, mentre la città si risveglia e il futuro li chiama, loro restano ancora un attimo fermi nella neve, certi che ogni nuovo inizio abbia il rumore lieve dei fiocchi che cadono e il calore inatteso di un incontro.

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