I genitori di mio marito ci hanno regalato un appartamento e ci siamo trasferiti con entusiasmo, ignari delle sfide che ci aspettavano.

Era passato un anno dalla nascita della nostra prima bambina. Levento fu un caleidoscopio che trasformò i pensieri e le abitudini di tutta la famiglia; così i miei suoceri decisero di regalarci qualcosa di sbalorditivo: il loro appartamento nel cuore di Bologna. Dentro il sogno, questa notizia avrebbe dovuto essere una felicità senza pari, ma il mio cuore correva ansioso tra le mura degli spazi in affitto che abitavamo prima, e inconsciamente davo la colpa ai miei suoceri per questa nostalgia sottile e pungente.

Dopo il matrimonio, io e mio marito Giovanni ci eravamo accontentati di un piccolo bilocale in affitto ai margini della città. Entrambi lavoravamo a testa bassa e pagavamo laffitto con cura meticolosa, pieni di fantasie tipicamente italiane di prendere una villetta in collina, forse tra i profumi del tiglio e del basilico. Poi, dimprovviso, mi accorsi che aspettavo una bambina. Avevamo previsto di rimandare la sua venuta ancora per qualche anno, ma la vita, si sa, a volte decide di correggere i tuoi progetti senza preavviso.

Quando i genitori di Giovanni scoprirono che sarebbero diventati nonni, decisero di assicurare il massimo conforto alla futura nipotina. Con generosità quasi irreale, acquistarono una casa in campagna, là dove le piante dulivo disegnano ombre antiche, e ci consegnarono le chiavi del loro ampio appartamento con due camere. Da buoni borghesi bolognesi sistemarono ogni cosa nuove tinte ai muri, i mobili degli anni Sessanta lucidati come un tempo e ci aiutarono a sbarazzarsi di tutte le nostre vecchie cose. Sì, eravamo grati di questo gesto sontuoso, anche se non avevamo avuto alcuna voce in capitolo nel ridisegnare lo spazio. Così ci trasferimmo lì, col cuore a metà, ignari che da quel momento la nostra esistenza si sarebbe inclinata su una trama grottesca e difficile da srotolare, come i sogni che si fanno tra notte e mattina.

Le visite dei suoceri divennero una consuetudine surreale: entravano senza bussare, sparpagliando le chiavi e le energie; spesso riordinavano tutto secondo la loro logica, lasciando le tazzine da caffè dove nessuno le avrebbe mai cercate. Spesso mi trovavo a galleggiare tra le stanze, come unospite senza parola in casa mia. La suocera, Giuliana, frugava nei nostri armadi e negli scaffali della dispensa anche quando non eravamo presenti, mormorando giudizi sul posizionamento di ogni singolo bicchiere.

Il mio bisogno di spazio vitale veniva costantemente accantonato; perfino la posizione della tovaglia o di un mestolo subiva lanalisi spietata dei loro sguardi. Ogni tanto facevano una pulizia profonda nel nostro appartamento, gettando via le cose che ritenevano inutili rimanevamo poi intere ore a cercare ciò che ci era sparito, tra gli sbuffi e le nuvole di polvere immaginarie.

Una volta, un incidente infelice scatenò una discussione infuocata tra Giovanni e suo padre, Pietro: questultimo aveva per sbaglio buttato via dei documenti importantissimi. Ne seguirono mesi di silenzio pesante tra loro, un silenzio liquido che scivolava sulle nostre giornate come pioggia sulle tegole.

Adesso, Giovanni riflette tra un sogno e laltro sulle note di una vecchia canzone napoletana su come possiamo riconquistare la nostra autonomia, magari cambiando la serratura e recuperando le chiavi. Ma ogni notte tutto si confonde nella mente fluttuante, e la sensazione di essere a casa rimane sospesa tra il profumo del sugo e le ombre lunghe dei mobili che non abbiamo mai scelto davvero.

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I genitori di mio marito ci hanno regalato un appartamento e ci siamo trasferiti con entusiasmo, ignari delle sfide che ci aspettavano.