I miei genitori non avevano mai tempo per me, e ora non voglio essere io a trovarne per loro!

I miei genitori hanno sempre vissuto lontani, lasciandomi nelle cure dei miei nonni sin da quando ero bambina, a causa del lavoro senza fine che li assorbiva. Anche se non avevano problemi di soldi, hanno scelto sempre la carriera invece di dedicare tempo a me. Così, un legame molto più profondo si è formato tra me e i miei nonni, che mi hanno coccolato e sostenuto per tutta la mia infanzia.

Quando ho compiuto diciottanni, ho ricevuto in eredità due appartamenti, un regalo che sembrava offerto sulle scale mobili di una stazione vuota a Milano, tra volti sconosciuti e vetrine illuminate di nebbia. Ho venduto gli appartamenti e con gli euro ottenuti ho comprato una piccola casa a Bologna, la città dove frequentavo luniversità. Durante tutti gli anni dei miei studi, i miei genitori rimanevano figure lontane, come ombre che camminano in silenzio tra i portici, imparando presto ad abituarmi alla loro assenza come a una stanza vuota, sempre uguale.

Ma poi, all’improvviso, i nonni sono svaniti, proprio mentre studiavo di notte con libri strani pieni di parole che sembravano nuotare come pesci nei canali di Venezia. Con la loro scomparsa, mi sono sentita ancora più distanziata dai miei genitori, come se fossi rimasta sola su una barca in mezzo al mare Tirreno, senza remi. Sentivo che loro non avevano mai contribuito veramente a quello che ero diventata, la mia strada era stata costruita soprattutto dai sorrisi e dai racconti dei nonni, non dalle strette di mano impacciate dei miei genitori.

Quando hanno cominciato a lamentarsi di non avere ricevuto nulla dalla vendita degli appartamenti, per me non cera dubbio: non sentivo nessun dovere verso di loro. Non cerano stati nei momenti cruciali, e ora, nelle stanze della mia memoria, rimaneva solo leco della mia voce che diceva: Prima vengono i miei bisogni. I loro rimproveri mi scivolavano addosso come la pioggia sui sampietrini, perché avevo imparato a mettere il lavoro e la mia serenità al primo posto, proprio come loro avevano fatto quando ero una bambina che guardava il cielo da una finestra alta.

Alla fine, la mia risposta ai loro lamenti era sempre la stessa: Non ho tempo, devo lavorare. Mi sembrava giusto che proprio loro capissero cosa significa lasciare che il lavoro venga prima di tutto, dato che era la scelta che avevano fatto tempo fa, quando il mio nome, Caterina Romano, echeggiava tra i cortili e non nelle loro agende fitte di appuntamenti. La mia decisione era il mio modo di restituire quel vuoto, di cercare finalmente felicità e compimento nella mia realtà strana e onirica, dove i giorni passano come immagini sfuocate dalla luce dorata di un tramonto romano.

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