I miei genitori non mi hanno mai dato il sostegno di cui avevo veramente bisogno. Invece, i miei amici sono stati sempre la mia ancora in ogni tempesta, come se fossero lanterne che brillavano nella nebbia di Ravenna durante una notte interminabile. Mi dicevano spesso che la famiglia è per sempre, ma nella mia vita, questa verità si è capovolta come una piazza capovolta nello specchio di un sogno.
La nostra amicizia nacque tra i banchi di una scuola antica, dove il suono delle campane si mescolava ai canti degli uccelli di maggio. Un gruppo di ragazzi e ragazze dal nome italiano, con voci profonde o leggere come il vento sulla Laguna di Venezia, si strinse intorno a me. Quando sussurrai il mio desiderio di frequentare un corso darte, i miei genitori chiusero il portafoglio come si chiude una finestra nella bora, lasciandomi fuori. Ma i miei amici entrarono in scena come attori di una commedia improvvisa: mi portarono colori, pennelli e carta disegnati dalla semplicità della loro generosità. Uno di loro, Pietro, spinse persino sua sorella, la fantasiosa e silenziosa Giulia, stilista a Firenze, a mostrarmi i suoi trucchi senza chiedere nemmeno un centesimo.
Quando lombra della mia laurea si allungò su di noi, anche allora i miei genitori erano distanti, troppo attaccati alle loro monete deuro per concedere qualcosa. Ma gli amici si misero a lavorare per pagarmi la festa: trovavano lavoretti nei caffè, cucivano insieme labito che avrei indossato, pettinavano i miei lunghi capelli e mi truccavano tra risate echeggianti sotto i lampioni di Roma.
Poi venne la scelta delluniversità e i miei genitori posero il loro veto come giudici in toga: O dove vogliamo noi, o ti arrangi. Occhi pieni di delusione, valigie piene di sogni e pochi euro stropicciati, ma il mio piccolo gruppo di amici mi aprì la porta del loro appartamento a Bologna. Mi offrirono un letto, la loro pasta con il pomodoro, e persino il loro calore nei pomeriggi dinverno, mentre io accumulavo soldi facendo ripetizioni per pagarmi le tasse universitarie.
Nel corso degli anni, questi amici sono stati la mia seconda pelle. Hanno dato una mano per il mutuo della mia casetta blu vicino alle colline umbre, hanno dipinto i muri insieme a me ridendo come bambini, hanno cucinato minestre nelle notti di febbre, e hanno vegliato su di me come angeli custodi nati dal pane e dal vino. Invece, i miei genitori e mio fratello rimanevano fermi come statue etrusche, senza mai tendere la mano.
La famiglia dicevano dovrebbe essere la roccia. Ma io non parlo più con loro da quattro anni, eppure non sento il vuoto che credevo. Perché di fatto la mia famiglia odora di caffè e di pioggia daprile: sono sei amici, quattro compagni di scuola e due conosciuti alluniversità. Ed è a loro che va tutta la mia gratitudine, perché in questa vita surreale, con le sue strade che si piegano come spaghetti cotti male, loro sono la mia casa.





