I miei parenti si sono offesi perché non li ho fatti dormire nella mia nuova casa

5 aprile, venerdì

Antonella, ma che fai, sei rimasta senza parole? Ti dico che abbiamo già preso i biglietti, il treno arriva sabato mattina alle sei. Non fare tardi, mi raccomando: vieni a prenderci, che siamo carichi di borse, e poi cè anche Silvia coi bambini, lo sai come sono, e i taxi qui costano uno sproposito, ma tu hai la Panda grande, vero? Ci stiamo tutti la voce di zia Gabriella nel telefono rimbombava più forte dellacqua che avevo appena iniziato a far scorrere per riempire la vasca.

Rimango ferma immobile nellingresso della mia nuova casa, che ancora sa di pittura fresca e pulizia. La chiave era arrivata appena un mese fa: ventanni di mutuo sulle spalle, tre passati a fare economia, negandomi persino qualche caffè in più e comprando solo quello che serviva davvero. Sei mesi di lavori: ho imparato a stuccare, a conoscere il parquet e la ceramica meglio di qualsiasi artigiano. Questa è la mia fortezza: il mio rifugio sofferto, bianco e perfetto, dove tutto è al suo posto, senza la minima traccia di polvere. Avevo deciso di trascorrere finalmente un weekend tutta per me, in pace, sola, ad ammirare il panorama dalla finestra grande del soggiorno.

Aspetta zia, riesco a rispondere, chiudendo lacqua e spostandomi in cucina, dove cè ancora la tazza semivuota del mio infuso. Che biglietti? Che treno? Ma di che stai parlando? Non ho invitato nessuno.

Dallaltra parte cala un silenzio così pesante da poterlo toccare. Poi sento la zia inspirare rumorosamente il classico respiro prima dello sfogo.

Come sarebbe non hai invitato? Antonella, stai bene? E cè pure un motivo: è il compleanno tondo di zio Michele, settantanni! Abita proprio nella tua città, te lo sei scordata? Veniamo tutti. E tanto, scusa, a che serve pagare un albergo se abbiamo una nipote che sta in una reggia? Tua mamma ci ha detto che hai preso un trilocale, fatto un gran bel restauro quindi arriviamo: io, zio Corrado, Silvia col marito e i gemelli. Siamo appena sei, ci stringiamo un po. Bastano due materassi a terra, non siamo mica delicati.

Mi siedo sullo sgabello alto, sentendo il mal di testa crescere. Sei persone. Zia Gabriella, che russa come un trombone e dà ordini anche se cucina non è sua. Zio Corrado, che non si tira mai indietro davanti a una bottiglia e poi si piazza a fumare in balcone (e il mio è arredato con la sala e ha la mia poltrona preferita). Silvia, la cugina convinta che i suoi gemelli di cinque anni veri uragani possano fare qualunque cosa, dal disegnare sui muri al saltare sui divani. E suo marito, Francesco, perennemente imbronciato e famoso per svuotare il frigo.

Zia Gabriella, dico decisa, fissando i mobili color avorio appena montati. Non posso ospitarvi. Ho appena finito i lavori, mi manca ancora della mobilia. Non cè posto. Devo lavorare: il weekend lo devo passare a finire un report urgente.

Ma cosa vai inventando! sbotta lei. Ma che report, nel fine settimana? E poi ti ho detto che portiamo le nostre coperte! Se serve, dormiamo anche sul pavimento. Non vorrai mica lasciare la zia fuori dalla porta! Ti ricordi la bambola tedesca che ti ho regalato per i tuoi cinque anni?

Quella storia della bambola la tira fuori ogni volta che vuole qualcosa. Quella bambola, tra laltro, aveva una gamba staccata, presa in saldo, ma nelle leggende familiari è diventata preziosa.

Zia, capisco bene, ma la risposta resta no. La casa è nuova, non sono pronta per avere tanti ospiti. Zio Michele poi abita dallaltra parte della città, vi ci vorrà unora e mezza da qui. È più logico prendere una casa vacanze vicino a lui. Se volete vi aiuto a trovare delle soluzioni, vi mando qualche link.

Ma senti questa! urla la zia come se la città tutta dovesse sentirla. Ci mandi i link! Adesso sei una signora, eh, hai comprato casa e già ti dai delle arie? Non vuoi saperne della tua famiglia? Se non fossimo stati noi…

Zia, la interrompo, sentendo in me una freddezza nuova e determinata. Non alzo il naso per nessuno. Vi dico solo che non posso ospitarvi. È la mia scelta. Perfavore, non prendete biglietti se pensate di fermarvi da me. Non aprirò la porta.

Chiudo la chiamata senza attendere lennesimo sfogo. Le mani tremano. So che adesso comincerà la manovra pesante.

Infatti dieci minuti dopo, squilla mia mamma.

Antonella, ma sei pazza? attacca subito. Gabriella mi ha chiamato piangendo con la pressione alta, sta giù di morale. Dice che li hai cacciati?

Mamma, non li ho cacciati. Semplicemente non posso avere sei persone in casa. È nuova, le pareti sono chiare, ho speso tantissimo per il parquet. Tu conosci i figli di Silvia? Lultima volta che sono stati dalla nonna hanno colorato il gatto con il disinfettante e rotto il televisore. Silvia lì rideva: Così imparano! Non voglio che imparino qui, credimi.

Ma Anto, è la famiglia! mi fa lei col tono di quando si parla ai bambini piccoli. Sopporta un paio di giorni, copri i mobili, metti via le cose fragili. Almeno salvi i rapporti. Gabriella dirà a tutti che sei una senza cuore. E io? Con che faccia mi presento in paese?

Mamma, io non mi vergogno. Perché devo sacrificare la mia tranquillità e i miei soldi per far risparmiare a zia cinquecento euro dalbergo? Hanno i soldi per regali, per il treno, li trovano anche per dormire decentemente.

Sei unegoista sospira mamma, col tono di chi ha ormai perso ogni speranza. Sei uguale a tuo padre, a lui non piaceva mai essere disturbato. Guarda che finirai sola, con le tue pareti chiare e nessuno che ti aiuti nella vecchiaia.

Meglio viverla da sola, che passare il tempo a ripulire dopo una invasione di amore familiare biascico e metto giù.

Per tutta la settimana, vivo come sulle spine. Nessun messaggio, nessuna chiamata dalla zia o dai cugini. Comincio a sperare che si siano arresi e abbiano affittato da unaltra parte. “No” vuol dire “no”, mi rassicuro.

Sabato. Mi sveglio riposata, mi preparo il caffè, indosso la vestaglia di seta e vado in salotto. Il sole entra e illumina la casa, tutto è perfetto: non si sente un rumore. Avrei letto un romanzo, ordinato sushi e magari, la sera, un bagno di schiuma.

Alle nove in punto, suona il citofono. Forte, insistente.

Sussulto, rovescio quasi il caffè. Già so chi è. Sullo schermo vedo la folla: le enormi borse della zia, Corrado con il berretto, i gemelli che premono tutti i bottoni.

Anto, dai apri! Sorpresa! urla zia Gabriella nella telecamera. Siamo appena arrivati, spossati, facci almeno entrare a prendere un bicchiere dacqua!

Mi appoggio al muro. Sono venuti. Hanno ignorato il mio rifiuto, confidando che dal vivo non avrei avuto il coraggio di cacciarli. La solita tattica di chi vuole imporsi: ti si piazza davanti e devi cedere o fare una scena.

Prendo fiato, conto fino a cinque e rispondo.

Buongiorno. Ve lavevo detto di non venire.

Ma smettila di fare scene! ridacchia la zia. Hai solo esagerato ieri, ma noi siamo parenti! Apri che Silvia ha i figli che devono andare in bagno, sono disperati. Non farci mica restare fuori!

Nelledificio accanto cè un bar, il bagno è gratuito rispondo pacata. Non vi faccio entrare.

Ma scherzi? la faccia di Gabriella si spiaccica contro lobiettivo, sembra una maschera. Sei seria? Siamo carichi di roba! Tua mamma sa che siamo qui! Se non apri faccio scandalizzare tutto il condominio!

Fate pure rispondo. Vi avevo avvisato. I nomi degli hotel ve li ho mandati per messaggio. Arrivederci.

Chiudo il citofono e tolgo la suoneria.

Qualcuno deve averli fatti entrare nel portone, perché dopo pochi minuti iniziano a premere il campanello della mia porta senza sosta. Poi arrivano a picchiare con i pugni.

Antonella! Apri! Ti manca il cuore! urla Silvia. I miei bambini sono sfiniti! Sei diventata matta?

Apri, ingrata! tuona Corrado. Ti abbiamo portato il salame e i cetriolini!

Sto lì nellingresso, abbracciando me stessa. Sento paura, rabbia e vergogna insieme. Limpulso di aprire e mettere fine a tutto è forte. Chissà che pensano i vicini, mi passa per la testa. Poi però guardo il mio pavimento pulito, penso a sei persone in casa con scarpe sporche, borse che rovinano i muri, lodore di vino e profumo a poco prezzo dappertutto. Mi vedo profanata in casa mia.

No.

Mi avvicino alla porta e scandisco forte:

Chiamo la polizia. Se non andate subito, denuncio per tentata violazione della privacy.

Silenzio.

Farai morire tua madre! geme Gabriella. Polizia contro tua zia, che vergogna! Spero ti si incolli la lingua in bocca!

Conto fino a tre, dico afferrando il telefono. Uno.

Mamma, questa è fuori, andiamo via! sussurra Silvia più piano. Sul serio chiama la polizia, facciamo una figuraccia.

Due.

Vaff urla Corrado e sembra abbia colpito la porta. Tieniti pure la tua casa! Che ci resti dentro per sempre!

Tre.

Rumore di passi, buste che sbattono, qualche urlo e una bimba che piange.

Andiamo! sibila la zia. Non metterò più piede qui! Farò sapere a tutti che persona sei!

Li sento scendere. Solo allora mi accorgo di tremare tutta.

Mi lascio cadere sul pavimento caldo, il viso fra le mani. Le lacrime escono da sole: non per loro, ma per la tensione. Ce lho fatta. Ho difeso il mio spazio.

Il telefono inizia a impazzire. Non rispondo. Vado in cucina, bevo un bicchiere dacqua, mi affaccio. Li vedo giù, mentre salgono su un taxi, gesticolano indicando la mia finestra.

Mi viene in mente una scena di cinque anni fa: quando, da studentessa, arrivai a casa della zia Gabriella per un tirocinio. Non cerano posti in dormitorio e non potevo permettermi una camera. Avevo chiesto ospitalità ma la zia mi aveva detto: Siamo in pieno rifacimento, cè troppa polvere, Silvia si vergogna di avere ospiti. Per tre giorni dormii in stazione stringendo lo zaino, poi una vecchietta mi offerte rifugio in cambio di aiuto in casa.

Allora nessuno si sentì chiamato dal sangue. Ora che ho finalmente la mia reggia, improvvisamente sì.

E invece no, sussurro. Questa volta non si passa.

Metto una musica bassa, preparo dellaltro caffè, e mi siedo. La giornata è rovinata, ma la casa è salva.

La sera riaccendo il telefono e arriva la tempesta di messaggi.

Non sei più mia nipote! scrive la zia.

Come hai potuto fare questo a mamma! Silvia.

Mi vergogno di averti messo al mondo, conclude la mamma. Questo colpisce più di tutto.

Resto a fissare lo schermo a lungo. Mi viene quasi voglia di spiegare, di ricordare notti in stazione e la chiusura delle porte di chi ora chiede. Poi mi rendo conto che sarebbe inutile. Sono per loro solo un appoggio che si è ribellato.

Scrivo solo a mamma: Ti voglio bene. Ma sono adulta, vivo qui con le mie regole. Se vuoi venirci tu, da sola e con preavviso, sarò felicissima. Ma non accetto ricatti. Cinque anni fa Gabriella mi ha lasciato da sola in una città sconosciuta. Ho solo reso il favore.

Nessuna risposta.

Passano i giorni. Vivo nella mia casa perfetta. I vicini mi guardano incuriositi, ma nessuno dice nulla. Una ragazza del piano di sopra, col cagnolino, mi sorride: Auguri per la casa nuova! Ha una porta davvero solida.

Un mese dopo, chiama mamma: il tono è freddo ma civile, mi chiede del lavoro, della rata del mutuo. Di Gabriella, nulla. Neanchio la nomino.

Con la parentela si gela tutto. Niente più inviti, cancellata dai gruppi WhatsApp. Ma non mi manca nulla. Anzi: non devo più fare regali inutili, sentire domande imbarazzanti su matrimonî e stipendi, subire consigli non richiesti.

A dicembre, una sera, qualcuno suona. Guardo dallo spioncino: è Silvia, sola, struccata e con gli occhi gonfi.

Apro.

Ciao, sussurra. Posso entrare?

Esito, poi le lascio spazio. Togli le scarpe, lascia tutto sul tappeto.

Si siede, trema.

Ho lasciato Francesco, butta fuori e piange. Beveva e mi ha messo le mani addosso. I bambini sono da mamma, io non so dove andare. Mamma mi rimprovera, dice che la colpa è mia. Gabriella mi ripete che le donne devono sopportare, i figli Ma io non ce la faccio più.

Mi fissa disperata.

Antonella, posso restare qualche notte? Solo il tempo di trovare una stanza. Dormo anche per terra, ti giuro.

La guardo. Ricordo il suo volto pieno di rabbia sei mesi fa, nello schermo del citofono. Ma ora davanti a me cè solo una donna a pezzi, che chiede un aiuto.

Sul pavimento no, le dico. Il divano della sala si apre.

Lei rimane a bocca aperta.

Mi mi fai restare, dopo tutto quello che ti abbiamo fatto?

Sì. Con delle condizioni. Le verso del tè. Uno: niente bambini qui, la casa non è attrezzata. Due: massimo una settimana, nel frattempo ti aiuto a trovare una camera. Tre: nessuna critica alla mia vita o pettegolezzi su di me con la zia. Se lo scopro, sei fuori.

Grazie, singhiozza. Grazie Anto. Siamo stati tutti degli sciocchi, eravamo solo pieni dinvidia. Tu ce lhai fatta, ti sei costruita la tua vita. Noi siamo fermi, bloccati

Linvidia fa solo danni, le faccio notare. Bevi, che intanto ti preparo il letto.

Resta cinque giorni, in punta di piedi. Lava tutto, parla il minimo. Trova una camera in una casa condivisa e se ne va.

Cambierà qualcosa tra noi. Forse Silvia cambierà davvero: chiede il divorzio, trova un lavoro, smette di farsi manipolare. A volte ci sentiamo, ci vediamo al cinema.

Gabriella continua a non perdonare. Ma a me non importa. Me ne sto sul mio divano, con un romanzo e un bicchiere di Chianti, guardando le luci della città e penso che casa mia, regole mie non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere. E che per star bene nella propria fortezza, a volte il ponte levatoio va tenuto su. Anche se fuori cè gente che porta il tuo cognome.

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