I parenti di mio marito mi chiamavano “senza dote”, poi sono venuti a chiedermi un prestito per costruire la villetta al mare

I parenti di mio marito mi chiamavano senza dote, poi vennero a chiedere un prestito per costruire la casa in campagna

Ecco, Filippo, figlio mio, guarda cosa hai portato in questa casa, che Dio ci aiuti. Una senza dote, né casa né terra, solo sogni ad occhi aperti e una valigia piena di lenzuola sbiadite. Ti avevo detto di cercarti una ragazza alla nostra altezza, non di raccattare quello che rimane. Ci farai fare una brutta figura con la gente.

Così diceva Assunta Moretti, la madre di Filippo, senza alcun tentativo di abbassare la voce. Era in piedi in mezzo al salotto, sfogliando con aria di sufficienza il misero corredo che io, Caterina, avevo portato con me dallappartamento condiviso, quando ancora studiavo a Firenze. Io rimasi ferma sulluscio, stringendo i manici della vecchia borsa, le nocche bianche dallo sforzo, con il desiderio, allora, di scomparire piuttosto che sopportare lo sguardo sprezzante di mia suocera e le risatine cattive della cognata, Ornella, che già si divertiva a specchiarsi indossando la mia unica sciarpa decente.

Filippo, ancora giovane e incapace di imporsi con la madre, arrossì fino alla radice dei capelli.

Mamma, basta, sussurrò, cercando di togliere il mucchio di asciugamani dalle mani della madre. Caterina è mia moglie. E noi vivremo per conto nostro, lo sai. Abbiamo solo portato le cose qui in attesa di trovare un appartamento.

Per conto vostro? Assunta spalancò le braccia. E come pensi di pagare, di grazia? Con lo stipendio da ingegnere? O forse questa senza dote ha portato con sé un tesoro nascosto? Filippo, vedrai che ti pentirai: contadina era, contadina resta. Né gusto, né maniere, né soldi.

Quella parola senza dote mi si attaccò addosso. Si sentiva sempre, a ogni pranzo di famiglia, dove io e Filippo venivamo invitati quasi solo per farsi beffe di noi. Suocera e cognata non perdevano occasione per lanciarmi una battutina: linsalata tagliata troppo grossa (alla paesana), labito che non andava bene (roba da sagra), il regalo troppo economico.

Io sopportavo. Così mi era stato insegnato: il rispetto per gli anziani, meglio la pace, anche cattiva, che la guerra. E poi amavo Filippo, lui era la mia forza, anche se si trovava tirato tra incudine e martello, cercando di difendermi e compiacere sua madre.

I primi anni di matrimonio furono duri davvero. Vivevamo in case in affitto, contavamo ogni euro. Io, diplomata in sartoria, facevo turni infiniti in fabbrica e la notte rammendavo abiti e sistemavo cerniere per i vicini. Filippo prendeva ogni lavoro trovasse: autista, tecnico di computer.

Dei suoi parenti, nessun vero aiuto, anche se la famiglia Moretti non era certo povera il padre, ora scomparso, aveva lasciato contatti, un bellappartamento in centro e una piccola villa a Riccione. Ornella, intanto, si era sposata con un imprenditore, ma era sempre la prima a criticare e la prima a ostentare.

Una volta, quando il nostro frigorifero si ruppe e dovemmo appendere il cibo fuori dalla finestra, Filippo chiamò la madre per chiedere un prestito, solo fino allo stipendio.

Niente soldi, rispose Assunta senza nemmeno lasciarlo finire. E anche se li avessi, ci penserei: siete solo due spendaccioni. Tua moglie sicuramente ha dilapidato tutto in sciocchezze. Che impari a gestire una casa! Ai miei tempi facevo il pane con nulla.

Quella sera giurai a me stessa che mai, per nessun motivo, avremmo chiesto più un centesimo a quella famiglia.

Gli anni passarono, le ferite si smussarono, ma non le delusioni. Lavorai come una dannata. La bravura e la tenacia pagarono: prima presi in affitto un minuscolo laboratorio di sartoria in un centro commerciale. Le clienti tornarono: i miei punti erano diritti come la linea della cupola del Brunelleschi, il taglio impeccabile. Il passaparola funzionò. Volevano solo Caterina.

Dopo tre anni aprii la mia piccola sartoria. Filippo, visto il successo, lasciò finalmente il lavoro che odiava e si occupò della parte amministrativa: acquisti, conti, forniture. Siamo diventati una squadra. Una vera squadra, unita da obiettivi comuni.

Cinque anni dopo, la senza dote Caterina Bianchi aveva una rete di atelier che disegnavano tessuti pregiati per le case milanesi. Con Filippo avevamo comprato una grande casa in un nuovo quartiere residenziale, una buona macchina e persino un rustico tutto nostro, vicino al lago di Garda.

I rapporti con la famiglia di Filippo erano ridotti al minimo: telefonate formali per le feste, visite di cortesia una volta allanno. Assunta invecchiava, diventando ancora più acida. Ornella aveva divorziato e ora viveva di nuovo dalla madre, eppure non aveva perso la sua aria di superiorità. Vivevano con ciò che restava dei risparmi, lamentandosi dellingiustizia della vita.

I nostri successi, loro li ignoravano con cura. Quando Filippo arrivò un giorno con lauto nuova, Ornella commentò perfida:

Sicuro lavete presa a rate per ventanni? Ormai nessuno paga più nulla sullunghia.

Io sorridevo. Non sentivo più il bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Sapevo bene quanto valeva ogni euro guadagnato.

Un autunno, una telefonata cambiò il corso dei miei pensieri. Sul display: Suocera Assunta. Era strano, di solito chiamava solo Filippo.

Pronto, Caterina? la voce melliflua, talmente zuccherata da farmi quasi male ai denti. Cara, come state?

Buongiorno, signora Assunta. Bene, grazie. Filippo è al lavoro, la richiamerà quando rientra.

No, Caterina, cercavo te, cara. Con Ornella pensavamo che sarebbe bello passare a trovarvi, vedere casa vostra. Abbiamo sentito che avete finito i lavori?

Mi insospettii. Che onore improvviso. Ma leducazione non mi permise di negare.

Ma certo, venite pure. Sabato a pranzo va bene?

Perfetto, perfetto! A presto, figlioli!

Sabato apparecchiai la tavola con cura. Non per ostentazione, solo perché era la nostra abitudine condividere un buon pasto. Arrosto, insalate, crostata di mirtilli cucinare mi rilassava.

Arrivarono puntualissime. Assunta col bastone e Ornella in un abito troppo stretto e sgargiante. Entrarono e rimasero a bocca aperta: la carta da parati, il pavimento di rovere, i mobili italiani, i quadri sulle pareti. Ma non erano occhi ammirati, erano quelli di chi valuta cosa si può portare via dal banco dei pegni.

Caspita, mormorò Ornella. Qui vi siete sistemati bene…

Venite, lavatevi le mani, le invitò Filippo, aiutando la madre col cappotto.

Allinizio, a tavola, il dialogo fu imbarazzato. Suocera e cognata mangiavano con gusto, senza però rinunciare alle frecciatine camuffate.

Molto buono, Caterina cara, la carne si scioglie in bocca. Costosa però, eh? Noi con la pensione non ci permettiamo certe cose, siete pieni di soldi ormai voi…

Mamma, per favore, sbottò Filippo.

Ma io dico solo la verità! ribatté lei con teatralità. Sono felice per voi, mio figlio ha trovato il calore, la pancia piena. E tu, Caterina, sei proprio diventata in gamba.

Dopo il dolce, latmosfera si fece più morbida, quasi sonnolenta. Assunta guardò la figlia, poi tornò su di me.

Grazie per lospitalità figlioli. Avete una casa bellissima. Ma siamo venute anche per unaltra ragione. Una questione di famiglia.

Mi irrigidii. Era il momento tanto atteso.

Con Ornella abbiamo deciso di rimettere a posto la vecchia casa di campagna a Riccione, proseguì la suocera, tamponandosi le labbra con il tovagliolo. Ormai cade a pezzi: il tetto perde, i pavimenti sono marciti. Ma laria della campagna mi manca, e Ornella ha bisogno di riposo per i nervi.

E quindi? chiese Filippo, cominciando a capire.

Abbiamo deciso di costruire una casa tutta nuova! intervenne Ornella. Moderna, calda, due piani, veranda, finestre panoramiche Una meraviglia!

Ottima idea, risposi.

Sì, ma ormai tutto costa caro. La ditta che abbiamo trovato chiede centocinquantamila euro. Come possiamo fare? Solo noi due donne sole… la voce di Assunta divenne tremante.

Seguì un silenzio pesante.

E quindi iniziò Filippo.

Volevamo chiedervi un aiuto, lo interruppe la madre, fissandomi. Voi adesso potete permettervelo. Per voi centocinquantamila euro sono una passeggiata. Per noi sarebbero una salvezza. Potremmo invitare anche voi! Destate, coi bambini, sarebbe il nido di famiglia!

Sorseggiai il tè ormai tiepido. Mi veniva da ridere. Nido di famiglia. Quello stesso posto dove io, tanti anni prima, non avevo mai messo piede, per non portare il fango in casa.

Vorreste un prestito? chiesi pacata. Per quanto tempo?

Assunta e Ornella si scambiarono uno sguardo.

Ma Caterina, che prestito! si lamentò la suocera. Siamo parenti! Come faremmo a ridarti i soldi, noi solo con la pensione e Ornella senza lavoro? Pensavamo tra di noi. Non vi mancheranno! Stai aprendo il terzo negozio A che vi servono così tanti soldi? Non li porti nella tomba. Ecco, sarebbe una buona azione, aiutare la madre.

Cioè, volete che vi regaliamo questi centocinquantamila euro per la vostra nuova casa di campagna? la voce di Filippo si fece dura.

Ma che regalo, si offende Ornella. È un investimento! Dopo, la casa sarà vostra, per i vostri figli. Quando mamma non ci sarà più

Vivete a lungo, signora Assunta, risposi. Mettiamola chiara: chiedete una grossa somma, senza restituirla, per la vostra comodità.

Anche per la vostra! ribatte la suocera.

Mi alzai e andai alla finestra. Fuori, la città scorreva veloce, le foglie erano gialle come quelle lenzuola che avevo portato tanto tempo prima. Mi voltai a guardarle.

Ricordo il giorno del matrimonio dissi . Ricordo come avete guardato le mie poche cose, come mi avete chiamata senza dote. Ricordo che dicevate che avrei rovinato la vita di vostro figlio.

Ma chi ricorda il passato gesticolava la suocera, gli occhi sfuggenti. Allora volevo solo il bene di Filippo. Eri giovane, inesperta. Ora sei diventata una signora.

Lo sono diventata non grazie a voi continuai ma nonostante voi. Tutto quello che abbiamo, io e Filippo, lo abbiamo costruito insieme. Lavoravamo venti ore al giorno, niente vacanze per anni. Dove eravate voi, famiglia, quando avevamo bisogno anche solo di mille euro per arrivare allo stipendio?

Non li avevamo! protestò Ornella.

Li avevi, Ornella. Proprio quel mese ti comprasti il visone nuovo. E ora venite a mangiare alla mia tavola e pretendete che la senza dote vi paghi una bella vita.

Noi non pretendiamo, chiediamo! la voce di Assunta si fece stridula. Ma come sei rancorosa! E cristiana ti chiami! Lascerai tua madre senza tetto?

Avete una splendida casa con tre camere intervenne Filippo. Vivete lì. La casa di campagna è un lusso.

Sei solo un burattino nelle sue mani! gridò la madre. Ti ha plagiato! Lavevo detto che era una serpe! E ora io devo marcire mentre lei si fa bella con i nostri soldi? Siate maledetti col vostro denaro!

Mamma, basta. Non vi daremo un euro. Né in prestito né in regalo. Se volete la casa nuova, vendete lappartamento, prendete un mutuo, vivete secondo ciò che potete.

Ah sì? anche Ornella balzò in piedi, rovesciando la tazza di tè sulla tovaglia bianca. Tenetevelo il vostro denaro! Ma il mondo è pieno di brave persone! Vedrete, tornerete voi a chiedere aiuto, quando resterete senza nulla! Dio vede e la giustizia arriverà!

Fuori, sussurrai.

Cosa? sindignò la suocera.

Fuori da casa mia. E che non vi riveda più qui. Mai più.

Assunta ansimava, sconvolta. Non si aspettava che io reagissi. Pensava che ci saremmo finalmente comprati il suo riconoscimento. Ma aveva sbagliato tutto.

Andiamo, mamma, fece Ornella, prendendola sottobraccio. Qua dentro si respira marciume.

Se ne andarono sbattendo i piedi e continuando a borbottare insulti. Filippo consegnò loro il cappotto in silenzio. Non le fermò, non si scusò. Guardava solo due donne che un tempo chiamava famiglia, ora diventate estranee.

Chiusa la porta, il silenzio avvolse la casa.

Tirai via la tovaglia macchiata, la gettai nel cesto e andai a sedermi sul divano con il volto tra le mani. Nessuna lacrima, nessuna rabbia. Solo una grande stanchezza, e uno strano senso di sollievo, come se finalmente si fosse rotto un grande ascesso.

Filippo sedette accanto a me, mi abbracciò.

Perdonami, sussurrò.

Di cosa? lo guardai.

Per aver permesso tutto questo. Perché loro sono così. Mi vergogno.

Non devi. Non scegli la famiglia in cui nasci. E oggi ci hai protetti. Questo è tutto.

Sai, pensavo davvero che si fossero affezionate… Sciocco che sono?

No, Filippo. Sei un uomo buono. Non sei tu lo sciocco.

Centocinquantamila euro… Che coraggio! Ma se li avessimo dati, secondo te avrebbero finalmente imparato ad amarci?

No, risposi decisa. Avrebbero solo continuato a pretendere. E a disprezzarci per questo. Per loro non saremo mai alla pari. Prima perché poveri, ora perché ricchi e taccagni.

Hai ragione, come sempre.

Filippo prese una buona bottiglia di vino, la stappò e la versò nei bicchieri.

Brindiamo, Caterina. A noi. A quello che abbiamo costruito. E a questa libertà.

Restammo nella nostra bella casa a guardar fuori che scendeva la sera. I telefoni spenti. Sapevamo che ora Assunta stava già chiamando tutti i parenti, piangendo e lamentandosi della nuora strega e del figlio ingrato che lavevano cacciata a mani vuote.

Non ci toccava più.

Un mese dopo, mi giunse voce che Ornella aveva convinto la madre a fare un prestito enorme, ipotecando la casa, per iniziare i lavori in campagna. Assunsero una squadra di operai che, preso lanticipo, sparì lasciando solo una buca nel terreno. Ora le due erano in mezzo ai debiti e ai tribunali. Qualche volta tentarono di chiamare Filippo, ma lui cambiò numero.

Io, nel mio atelier, accarezzando una stoffa di seta fresca, sorridevo. La vita, ricordavo, rimette sempre a posto tutto: tutti raccolgono ciò che seminano. La senza dote aveva costruito un impero e una casa piena di amore. Chi si credeva nobile per nascita era rimasto senza nulla, solo in compagnia dellinvidia.

E capii finalmente: la vera dote non sono lenzuola o il denaro dei genitori. La dote è carattere, volontà, capacità di voler bene. E quella, sì, io ne avevo davvero tanta.

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