Allora, abbiamo pensato che la vostra casa in campagna non può restare inutilizzata. Noi ci andremo con i bambini per le vacanze di Natale. Aria pulita, collinetta per le slitte vicina, ci scaldiamo la stufa. Tanto, Martina, tu sei sempre al lavoro, e Stefano ha bisogno di riposo, ma non vuole venire, dice che vuole solo dormire. Quindi su, dacci le chiavi, domani mattina passiamo a prenderle.
Silvia, la cognata di Martina, urlava nel telefono con una sicurezza che la costrinse ad allontanare il cellulare dallorecchio. Era ferma in cucina, le mani occupate a strofinare un piatto appena lavato, cercando di elaborare ciò che aveva sentito. Linvadenza dei parenti di suo marito era ormai proverbiale, ma quellarroganza la lasciò senza fiato.
Aspetta, Silvia mormorò Martina, sforzandosi di non tremare per la rabbia che le saliva dentro . Come avete deciso? Con chi? La casa in campagna non è un agriturismo. È la NOSTRA casa. E poi, anche noi pensavamo di andarci.
Ma dai, smettila! sbuffò Silvia, ed era chiaro che stesse mangiando qualcosa. Stavate lì a casa vostra a guardare la televisione, lha detto Stefano a sua madre! La casa ha spazio, sono due piani. Non ci diamo fastidio, se proprio arrivate. Meglio di no, però: la nostra compagnia è rumorosa, Gino porta amici, facciamo grigliate, musica Tu con i tuoi libri ti annoieresti.
Martina sentì il sangue salire alle guance. Vedeva già la scena: Gino, il marito di Silvia, amante dei neomelodici e delle grappe, i loro due figli adolescenti senza freni, e la sua povera casa dove aveva messo tutta se stessa e i suoi risparmi negli ultimi cinque anni devastata.
No, Silvia disse Martina con fermezza. Le chiavi non le do. La casa va preparata per linverno; il riscaldamento è delicato, lo scarico capriccioso e non voglio che lì ci venga gente che non ha rispetto.
Gente estranea? gridò la cognata, smettendo di masticare. Sono la sorella di tuo marito, i suoi nipoti! Guarda come sei diventata fredda col tuo lavoro dufficio. Ora chiamo la mamma e le spiego come tratti la famiglia!
I toni secchi dei bip scossero la calma della cucina. Martina poggiò piano il telefono sul tavolo, le mani tremanti. Sapeva che era solo linizio. Presto sarebbe arrivata lartiglieria pesante, sua suocera Giovanna, per lassedio finale.
Stefano entrò poco dopo con unespressione colpevole, sperando di evitare il peggio standosene in salotto.
Martì, insomma sei stata un po dura tentò, cercando di abbracciarla per le spalle. Silvia è una rompiscatole, ma siamo sempre famiglia. Si offendono.
Martina tolse la mano di lui, guardandolo stanca ma decisa.
Te lo ricordi maggio scorso? chiese lei a bassa voce.
Stefano si morse il labbro, ogni parola faceva quasi male.
Sì è vero
Sì, è vero? alzò la voce lei. Sono venuti per due giorni a fare la grigliata: risultato? Il melo piantato da papà spezzato, la moquette bruciata dalle braci, la cucina un porcile e Silvia che mi dice ho il gel alle unghie, e la lavastoviglie mai accesa, solo piena di cibo marcito! Il vaso a pezzi? Le peonie schiacciate?
Vabbè sono ragazzi borbottò Stefano, fissando il pavimento.
Ragazzi? Tuo nipote ha quindici anni! Tua nipote tredici! Non sono bambini! E tu vuoi che ci stiano da soli? Per una settimana, dinverno?
Ma Gino ha detto che staranno attenti
Gino guarda solo che non manchi la grappa! Martina si voltò verso la finestra. No, Stefano. Ho detto di no. È casa mia. È anche tua, ma i soldi per il restauro erano miei, venuti dalla vendita dellappartamento di nonna. Ogni mattone lho scelto io. Non la lascio a chi non ci tiene.
La serata passò in silenzio teso. Stefano tentò la televisione, poi spense e sparì in camera. Martina rimase in cucina, il tè freddo nella tazza, ricordando come avevano costruito quella casa.
Non era una semplice villetta. Era un sogno. Tre anni per ristrutturarla: risparmio su tutto, niente vacanze, niente vestiti. Aveva carteggiato le travi, verniciato pareti, cucito tende, scelto le piastrelle del camino. Lì, respirava lanima dopo il caos della città. Per i parenti, invece, era solo una casa gratis con tutti i comfort.
Il sabato mattina suonò il campanello. Martina guardò dallo spioncino e sospirò. Era Giovanna, la suocera: cappello di pelliccia, rossetto acceso, una borsa da cui spuntava la coda di un merluzzo congelato.
Apri, Martina! Dobbiamo parlare! ruggì la suocera.
Martina aprì. Giovanna entrò come unammiraglia, invadendo lingresso. Stefano uscì dalla stanza, tra il mesto e lo speranzoso:
Mamma! Ma che ci fai qui?
Ora serve il permesso per vedere mio figlio? sbuffò, gettando il cappotto nelle sue mani. Prepara il tè. E della valeriana, mi sento male per colpa vostra.
In cucina, Giovanna si sedette da padrona. Martina portò silenziosa le tazze, un panettone a fette.
Allora, Martina, spiegami: cosa ti ha fatto Silvia? È sangue del sangue, sorella di tuo marito! Vi hanno chiesto le chiavi, mica vi rubano nulla. Loro hanno la casa a pezzi per i lavori, aria insalubre e la vostra resta vuota. Sei proprio tirchia?
Signora, rispose Martina, guardandola negli occhi non è un palazzo, è una casa da mantenere. Silvia ha i lavori da ANNI, e non è motivo per appropriarsi della nostra. E ricordo bene lultima volta Non va più via la puzza di fumo dalle tende, anche se ho pregato di non fumare dentro.
Per un po di fumo! sgranò Giovanna le mani. Apri la finestra! Pensi più alle cose che alle persone. Materialista! Abbiamo cresciuto Stefano generoso; tu lo fai diventare taccagno. In fondo la casa in campagna non la porti nella tomba!
Mamma, però Martina ha fatto tanti sacrifici per quella casa tentò Stefano.
Silenzio! lo fulminò. Cento volte meglio tua sorella a dormire per strada che questa freddezza! Sapete che volevano festeggiare il compleanno di Gino, fanno quarantacinque anni! Hanno già invitato ospiti e comprato la carne. E ora? Li fai fare brutta figura?
Non è colpa mia se invitano gente nella NOSTRA casa senza chiedere tagliò corto Martina. Questo si chiama maleducazione.
Giovanna divenne paonazza. Nessuno la contraddiceva mai, se non questa forestiera.
Maleducazione?! urlò, mano al petto. Io che ti ho presa come una figlia! Stefano, senti come mi parla tua moglie? Se non date le chiavi a Silvia domani, io questa casa la maledico! Non ci metterò mai più piede!
Tanto non ci venite mai per lavorare lorto, signora sbottò Martina.
Serpe! urlò Giovanna, rovesciando una sedia. Stefano, dammi le chiavi! Le do io a Silvia. Chi comanda qui?
Stefano guardò la moglie, poi la madre. Era in trappola. Aveva paura della madre, ma amava Martina, e la casa gli era cara. Ricordava bene quanto era stato umiliato a ricostruire il portico dopo che Gino lo aveva sfasciato portando dentro il barbecue sotto la pioggia.
Mamma, le chiavi ce le ha Martina. E poi magari andiamo noi, direttamente.
Smettila di mentire! tuonò Giovanna. Allora sia chiaro: domani Silvia viene qui presto. Le chiavi devono stare sul tavolo. E scrivi le istruzioni per la stufa. Altrimenti, Stefano, non sei più mio figlio. E tu puntò il dito su Martina ti ricorderai di questo giorno. LItalia è piccola.
La suocera uscì, sbattendo la porta. Il silenzio calò, solo gli orologi scandivano il tempo.
Non le darai, vero? chiese Stefano, piano, mezzora dopo.
No. E domani si parte ribatté Martina. Se non ci andiamo noi, loro entrano a forza. Tua sorella è capace di scavalcare, se la prende come una questione sua. Se invece ci trovano, niente da fare.
Ma così sarà guerra
Difendiamo il nostro confine, Stefano. Prepara le valigie.
Partirono allalba, quando Roma era ancora addormentata sotto le luci natalizie. Stefano era nervoso, controllava il cellulare, che Martina aveva messo in modalità silenziosa.
La strada fino al casale, fra le colline umbre, richiese unora e mezzo. Arrivati, il borgo era sommerso da una coltre di neve. Il loro casale, di pietra chiara, sembrava una casa presepe. Martina si sentì finalmente al sicuro.
Accesero la stufa, scaldarono il pavimento. Martina tirò fuori le decorazioni natalizie. Allora di pranzo, casa profumava di pino e mandarini. Stefano spalava la neve nel cortile, contento di quel silenzio, anche se non lavrebbe mai confessato.
Ma il temporale arrivò alle tre del pomeriggio.
Un clacson insistente davanti al cancello. Martina guardò fuori: due auto. Una, il vecchio SUV di Gino, laltra sconosciuta. Ne uscirono Silvia col piumino rosso, Gino la giacca aperta, i ragazzi, una coppia mai vista con un enorme cane lupo, e Giovanna come un generale.
Stefano si immobilizzò, la pala in mano.
Su, aprite, siete ospiti! urlò Gino, la sua voce riecheggiò tra le case.
Martina indossò il cappotto e uscì. Stefano era paralizzato al cancello.
Dai, Stefano, apri che gela! fischiò Silvia, scuotendo la maniglia. Martina, ci hai fatto una sorpresa! Insieme sarà più bello!
Martina gli mise una mano sulla spalla e, forte, disse:
Buongiorno. Noi non aspettavamo nessuno.
Ma piantala fece Gino. Dai, abbiamo portato carne, casse di vino! Guarda, Tullio e la moglie sono venuti, il cane è buono, non morde. Stefano, apri!
Il cane? sibilò Martina, vedendo il lupo alzare la zampa sulla sua tuia, ben riparata contro il gelo. Togliete subito il cane dalle mie piante!
È una pianta! rise Silvia. Dai, aprite! I ragazzi devono andare in bagno!
Bagno cè al distributore, cinque chilometri, scandì Martina. Vi ho avvisato ieri: la casa è occupata. Siamo qui per riposarci. Non cè posto per dieci persone e un cane.
Il silenzio calò. I parenti cercavano di digerire le parole. Erano convinti che, piombando lì, e con la madre, nessuno avrebbe osato mandarli via. Era la loro strategia: mettere davanti al fatto compiuto.
Non ci fai entrare? la voce di Giovanna tremava di rabbia. Tua suocera vuoi farla gelare fuori? Stefano! Dillo tu!
Stefano guardò la moglie. Nei suoi occhi cera una richiesta daiuto.
Martina oramai sono arrivati non possiamo
Senti, Stefano, scuoteva la testa lei, ferma. Se apri il cancello, tra unora avremo solo confusione. Il cane in giro, i ragazzi fanno casino, Silvia mi dà ordini in cucina, Gino fuma ovunque. Addio vacanze! È questo che vuoi? Preferisci loro, o vuoi passare il Capodanno con me? Decide, adesso.
Fuori, Gino scalciava una ruota, Silvia urlava, i ragazzi lanciavano neve alle finestre, Giovanna recitava la tragedia greca.
Allimprovviso, Stefano ricordò il lavoro per sistemare laltalena, la vergogna per i danni di Gino, il desiderio puro di pace.
Si fece avanti, al cancello, non urlò ma fu deciso:
Mamma. Silvia. Ha ragione Martina. Vi avevamo avvisato: niente chiavi, niente ospiti. Andate via.
Cosa?! urlarono tutti insieme.
Avete sentito. Anche questa casa è mia. E non voglio baraonda. Andatevene.
Ma guarda te Gino tentò di forzare il cancello.
Lascia stare, Gino, Stefano strinse la pala. Chiamo i carabinieri, qui cè la sorveglianza. Fate piano.
Siamo estranei, adesso?! ansimò Giovanna. Maledico questa casa! Siete due vipere! Non vi vorrò più vedere!
Andiamo via! urlò Silvia, tirando Gino. Sono matti! Andiamo nella casa di Tullio, almeno lì sono ospitali!
Sì, via, aggiunse Tullio, arrossendo dallimbarazzo. Ho la stufa a legna!
I motori partirono, le auto sgommavano nella neve. Silvia fece un gesto osceno dal finestrino. Giovanna in auto, pietrificata.
Dopo poco, il silenzio tornò. Solo una chiazza ai piedi della tuia testimoniava il passaggio del cane.
Stefano piantò la pala nella neve, si lasciò cadere sui gradini.
Mio Dio, che vergogna sussurrò. Mia madre
Martina si sedette vicina, lo abbracciò, la testa sulla sua spalla.
Non è vergogna, Stefano. È diventare adulti. Hai difeso la nostra famiglia. Non il loro clan che solo pretende, NOI.
Non mi perdonerà.
Lo farà. Quando avrà bisogno di qualcosa. Sono fatti così. Però ora sanno che qua cè un confine. E ti rispetteranno. Col tempo.
Ne sei sicura?
Lo so. E anche se non dovessero staremo meglio. Vieni dentro, che fa freddo. Preparo un vin brûlé.
Entrarono nella casa calda. Martina chiuse le tende, spegnendo fuori il mondo, le voci, il vento. La sera posarono davanti al camino, in silenzio: non era amarezza, ma alla fine, quiete vera.
Trascorsero tre giorni di tranquillità. Passeggiate nel bosco, una grigliata in due, sauna, libri. Il telefono taceva boicottaggio familiare.
Il tre gennaio, come Martina aveva previsto, arrivò un messaggio da Silvia. Nessuna scusa, solo una foto: una baracca, la stufa a legna, casse di vino e facce gonfie. Firma: Senza di voi ci divertiamo lo stesso! Godete, eh?
Martina guardò la foto, sorrise allimmagine sudicia di Gino e lanciò uno sguardo a Stefano addormentato, libro sul petto, pulito, sereno.
Non cè da invidiare proprio nulla, Silvia sussurrò, e cancellò il messaggio per non svegliare il marito.
Una settimana dopo, tornati a Roma, Giovanna telefonò. Voce scattosa, offesa, ma chiese a Stefano di accompagnarla dal medico. Della casa in campagna, nessun accenno. Il confine era stato stabilito. A volte cerano scaramucce, ma la fortezza resisteva.
Martina capì la cosa più importante: che qualche volta bisogna essere cattivi per gli altri, se serve a restare buoni con se stessi e proteggere chi ami. E le chiavi di casa, da allora, andarono dritte in cassaforte. Non si sa mai.






