I parenti pretendevano la mia camera per le festee se ne sono tornati a casa a mani vuote
E dove lo metto questo recipiente di insalata russa? Nel frigo non cè spazio, è stracolmo delle tue… come si chiamano? Carpacci e avocado, che già solo pronunciarli mi viene la gastrite, borbottò zia Adele, tentando di piazzare la gigantesca pentola di ceramica sul ripiano più basso, spingendo via i miei ordinati contenitori.
Giuliana, che stava rimestando il ragù di funghi davanti ai fornelli, trattenne il respiro e contò fino a dieci. Era solo il prologo: i parenti erano arrivati da appena venti minuti e sembrava che in casa si fosse installata una rumorosa tribù da fiera di paese, intenta a riscrivere la costituzione domestica.
Zia Adele, se la mettete sul balcone va bene, oggi cè un bel gelo, cè il vetro, insomma, non succede nulla allinsalata, disse Giuliana con tutta la dolcezza possibile, tentando di non alzare la voce. E poi nel frigo ho tutte le preparazioni per i contorni, che non si possono congelare.
Sul balcone? sbuffò la zia, una donna massiccia col caschetto tinto e una vestaglia floreale portata apposta da Parma per stare comoda. Ma cè la polvere della città! E poi non va bene mettere il mangiare per terra. Vabbè, tolgo le tue erbette, che tanto non le mangia nessuno. Gli uomini vogliono la carne, mica il fieno.
Giuliana lanciò unocchiata supplichevole a suo marito, Alessandro: alto, calmo, impegnato a tagliare il pane al tavolo della cucina fingendo di essere trasparente. Conosceva troppo bene gli attacchi di Adele e le peripezie della cugina Francesca, che proprio adesso stava ispezionando il bagno, commentando a gran voce la qualità delle piastrelle.
Ale, puoi aiutare la zia a portare linsalata russa in balcone? Ho liberato un mobiletto apposta, lho pure pulito, niente polvere, ordinò Giuliana con voce ferma.
Alessandro si alzò sottomesso, prese la pentola dalla zia recalcitrante e scomparve in corridoio. Adele, liberata dal fardello, si rivolse subito a Giuliana.
Ma che faccetta pallida hai, Giuliana? Starai mica di nuovo a dieta? Sei solo ossa e pelle. Mica come la mia Francesca: sana e robusta, la vedi che bel colorito? Tu invece diventi sempre più trasparente. E questo vostro arredamento… sembra una clinica! Tutto bianco e grigio, che tristezza. Ma delle belle carte da parati dorate no? Ora si trovano, fanno proprio chic.
A noi piace la semplicità, zia, rispose Giuliana, assaggiando il ragù. Ognuno ha i suoi gusti.
In quel momento in cucina sbucò Francesca, di tre anni più grande di Giuliana ma con la vitalità didascalica di chi sente il dovere di insegnare la vita ai più giovani. Dietro di lei sgambettavano i suoi due figli di cinque e sei anni, già con le mani incrostate di crema al cioccolato.
Giuliana, ma tu hai solo la doccia in bagno? domandò Francesca delusa, accomodandosi e incrociando le gambe. Pensavo ci fosse almeno la vasca. Come faccio a lavare i bambini stasera? Sono abituati a sguazzare.
Francesca, abbiamo ristrutturato pensando a noi: preferiamo la doccia. Tanto i tuoi figli sono grandi, mica neonati, anche loro la doccia possono farla, ribatté Giuliana, sempre più tesissima.
La visita era stata pianificata da mesi, ma Giuliana sperava fino allultimo in un ripensamento dei parenti di Reggio Emilia. Adele e Francesca avevano deciso di venire a Milano per le feste, per vedere la famiglia… e fare un giro tra le luci della città. Giuliana, cresciuta a pane e ospitalità, non aveva saputo dire di no, anche se ricordava bene lultima invasione: unintera settimana a scrostare la casa e ritrovare la salute mentale.
Allepoca vivevano in un bilocale con linoleum da guerra fredda. Oggi invece, lei e Alessandro avevano finalmente una bella casa con tre stanze appena ristrutturata da un costoso architetto. Ogni dettaglio era stato scelto con cura, ogni centimetro conquistato a forza di litigi con i muratori.
Ma la vera perla era la camera da letto, zona proibita, rifugio sacro di tranquillità: pareti blu notte, tendoni oscuranti, letto matrimoniale con materasso ortopedico da Fata Morgana, e tappeto soffice dove affondare i piedi. Giuliana e Alessandro erano sempre stati chiari: niente ospiti in camera, porta chiusa. Per i visitatori: il soggiorno con divano-letto e, in casi estremi, il piccolo studio di Alessandro con poltrona reclinabile.
Mamma, ho sete! piagnucolò il figlio più piccolo di Francesca, strattonandole la manica.
Vai da zia Giuliana per il succo, dai! lo liquidò Francesca. Giuliana, dai loro qualcosa, appena arrivati sono già disperati.
Giuliana aprì il frigo e versò succo di mela in due bicchieri.
Occhio, non fate gocce per terra! Cè il parquet vero, non quello finto.
Ma dai, non farti venire le crisi per il parquet, sbottò Adele le cose devono servire le persone, non il contrario. Sono bambini! Se sporcano, si pulisce. Giuliana, sei troppo nervosa da quando vivi a Milano.
Alessandro tornò dal balcone e, intuendo latmosfera, suggerì:
Che ne dite se iniziamo a mangiare qualcosa? Sono già le cinque, tra poco bisogna salutare lanno vecchio.
La cena partì caotica. I bambini guizzavano rubando bocconi di salame e pecorino; Francesca chiacchierava con le amiche al telefono, raccontando di viaggi epici, e Adele faceva la critica gastronomica con poco garbo.
Insalata di gamberi? disse torcendo il naso Boh, non la capisco. La vera roba è il vitello tonnato. Questo è solo aria e plastica. Giuliana, potevi almeno fare una bella pasta col ragù, altro che purè allolio di tartufo… sembra già andato a male col profumo che ha.
È una prelibatezza, mamma, intervenne Francesca; però anchio preferisco la roba rustica. Giuliana, passami i funghi: li hai fatti tu o presi al supermercato?
Al supermercato, dai contadini, rispose Giuliana.
Eh, ovvio, troppo faticoso farli da sola, sentenziò Adele. Io invece ho portato il mio vasetto, adesso lo apro e vi faccio sentire cosa sono i veri funghi.
Giuliana masticava in silenzio, fissando il piatto. Alessandro, sotto al tavolo, le strinse la mano in segno di solidarietà. Resisti, sono solo tre giorni, dicevano i suoi occhi.
Quando si fece sera, svuotata la prima bottiglia di prosecco e i bambini finalmente sedati dai tablet, il discorso virò sul pernottamento.
Oh, sono distrutta dal viaggio, la schiena non ce la fa più… sospirò Adele massaggiandosi le reni. Il treno sembrava un carro bestiame, non ho più letà, mi serve un letto vero, altro che il divano.
Infatti, mamma deve riposare! rincarò Francesca. Giuliana, dove ci avete sistemati?
Giuliana si risollevò, pronta.
Abbiamo preparato il soggiorno: il divano si apre, è largo, due adulti stanno comodi. Francesca e i bambini possono usare la poltrona nello studio, anchessa si trasforma in letto. Se serve, abbiamo anche un materasso gonfiabile, nuovo di zecca, lo mettiamo vicino.
Silenzio. Adele e Francesca la guardarono come se avesse bestemmiato.
Scusa… il divano? ripeté Adele fissando la nipote come se avesse scelto la via dellanarchia. Giuliana, vuoi scherzare? Con la mia sciatica! Sul divano non mi alzo più domattina, ho bisogno di una vera camera, tutta per me.
Zia Adele, è un divano ortopedico, labbiamo scelto apposta, è rigido, niente giunte, tentò Giuliana di argomentare.
Un divano resta un divano! Tu puoi dormirci, io sono anziana. Pensavo ci avreste ceduto la vostra camera. Ho sentito dire che avete un materasso magico.
Giuliana sbiancò. Aveva previsto richiestine e lamenti, ma una vera e propria invasione era troppo.
La camera matrimoniale? intervenne Alessandro con aria accigliata. Signora Adele, è la nostra stanza. Ci dormiamo noi.
E allora? replicò pacata Francesca. Siete giovani! Due notti sul divano non vi fanno niente. A mamma serve un vero letto, e io coi bambini è meglio dormire con lei. Così se si svegliano, nessuno disturba.
Un attimo, sentì Giuliana il sangue salire alla testa. Insomma, volete che io e Alessandro lasciamo la nostra camera e vi diamo il letto, mentre noi stiamo in salotto?
Ma che tragedia, si indignò Adele, gesticolando. Lasciare, cedere. È solo per le feste! Gli ospiti hanno diritto al meglio. Mia madre così mi ha insegnato, e mia nonna pure. Ma tu sei diventata troppo cittadina, ti sei scordata le tradizioni.
Zia Adele, la tradizione è accogliere e sfamare, ribatté Giuliana ma il letto è una cosa personale, come lo spazzolino. Noi ci dormiamo, non possiamo cederlo, mi spiace ma è fuori discussione.
Francesca sbatté il bicchiere sul tavolo, rumorosamente.
Giuliana, sei seria? Ti dispiace dare il letto a tua zia e ai cuginetti? Fermando la nostra carovana da trecento chilometri coi regali, ci sbatti sul divano come i randagi!
Non è mica come i randagi, rise Alessandro. Guarda, quel divano costa duemila euro, ci dormo io quando guardo la partita.
Del prezzo non mi importa! strillò Adele. È una questione di rispetto! Tua madre, pace allanima sua, si vergognerebbe di questa accoglienza. Sei solo egoista! Proprio come tuo padre!
L’accenno alla mamma fu un colpo basso. La madre di Giuliana, donna buona come il pane, aveva sempre sopportato le scenate di Adele, mollandole soldi e babysitteraggio in abbondanza. Giuliana ricordava quelle visite come chicchi di caffè amaro.
La mamma lasciatela fuori, disse Giuliana a voce bassa e tagliente. Era una santa che avete sempre sfruttato. Io non sono come lei. Io conosco i miei confini. La camera è chiusa, punto. Volete stare comodi? Cè lhotel, posso anche aiutarvi con una prenotazione.
Lalbergo?! Francesca quasi tossì. Ci sbatti fuori? In albergo? Pagando?! Mamma, senti?
Sento, sento! grugnì Adele massaggiandosi il cuore come una diva napoletana. Mi sento male… La pressione mi sale! Dammi dellacqua subito!
Francesca si scapicollò per le medicine. I bambini, fiutando il caos, stavano in silenzio, uscendo dal ruolo di tornado.
Allora, dichiarò Francesca da stratega, o dormiamo in camera vostra, o ce ne andiamo subito. Non vedrete più la nostra ombra, e diremo a tutta la famiglia che razza di milanesi siete diventati. Scegli tu.
Giuliana scambiò unocchiata con Alessandro. Lui, impassibile ma solidale, aveva archiviato la pazienza. E non per colpa della camera, ma del clima ormai irrespirabile.
Scelta strana, rispose Giuliana alzandosi. Io vi offro accoglienza, la tavola piena, il buon vino e letti comodi. Voi chiedete la mia stanza, come se foste i re dItalia. Se vi sta bene il divano, siete i benvenuti. Se pensate che conti solo la camera, allora qui non fa per voi.
Allora basta! gridò Adele, dimenticando magicamente la sciatica. Francesca, prendi i bambini! Meglio dormire in stazione che in questa casa. Adesso andiamo da Rosina, ché lei pure se sta in una stanza con quattro gatti, almeno è di cuore! Questi qui si tengano pure il loro materasso doro!
Prese il via una frenetica raccolta di bagagli. Francesca, fulminando Giuliana a ogni passaggio, buttava roba in valigia a casaccio. Adele, camminando su e giù come una villeggiante, continuava col rosario delle lamentele.
Restituiteci i regali! si indignò Adele, ferma sulluscio. I tovaglioli di lino non li avete meritati! A Rosina li porto.
Giuliana, senza fiatare, andò nella camera, prese la confezione (ruvida e color topo) e gliela porse.
E pure i funghi, mi raccomando.
E ci prendiamo anche le caramelle dei bambini! urlò Francesca, strappando il sacchetto.
Alessandro assisteva a tutto appoggiato alla porta, tra limbarazzo e la surreale incredulità.
Dal circo alluscita non passò nemmeno un quarto dora, mentre Adele continuava il suo monologo di tragiche profezie: Vi resterete soli, nessuno vi porterà nemmeno una minestra calda!.
Avete chiamato il taxi? chiese Alessandro, vedendo la farsa allepilogo.
Non ci serve il vostro taxi, lo chiamiamo noi! ringhiò Francesca digitando come una serial killer sul cellulare. Mamma, si va! Cinque minuti ed è sotto. Aspettiamo fuori, ché qui dentro si respira solo astio.
Sparirono rumorosamente tra le scale. Adele buttò la nuova, costosissima porta con tale violenza che dal soffitto caddero due grani di stucco.
Finalmente il silenzio. Solo il ronzio del frigo e il ticchettio delle pendole. Sul tavolo: insalata di gamberi superstite, tovaglioli dispersi e macchie di succo sul coprimacchia.
Giuliana si sedette e si prese la testa tra le mani. Non piangeva: rideva, tremante e liberata.
Alessandro la abbracciò e le baciò la fronte.
Basta così, piccola. Hanno lasciato la scena.
Giuliana alzò la testa. Le lacrime non ceranosolo una sonora risata.
Ale, hai sentito? Meglio la stazione che qui! Ma questa è la vera gioia!
Ah, la felicità ridacchiò Alessandro. Te ne sei accorta dellinsalata russa? È rimasta sul balcone!
Giuliana scoppiò a ridere.
Non ci posso credere! Hanno lasciato il loro tesoro. Pensa a Rosina: che gran bel Capodanno si ritrova, con i nostri ospiti e il marito alcolizzato in dodici metri quadri!
Son problemi loro, Alessandro brindò col prosecco. Mi sono trattenuto solo quando ha tirato fuori la tua mamma. Sei stata forte.
Sono solo follemente innamorata della nostra camera, confessò Giuliana, bevendo dal bicchiere di lui. E di te. E della tranquillità. Secondo me sarà il Capodanno più bello di sempre. Noi due, cibo da caserma, e nessuno che mi sfinisce con la salsa sbagliata.
Iniziarono a sparecchiare. Giuliana raccolse le stoviglie, Alessandro le caricò in lavastoviglie. Laria di casa si purificò; sparì quella nuvola appiccicosa di risentimento e pretese.
Giuliana si affacciò alla finestra. Davanti, la neve cadeva grossa coprendo le tracce del taxi. La città brillava. Laggiù, in qualche angolo, viaggiavano i suoi parenti, portandosi dietro tutta la loro rabbia e insoddisfazione. Giuliana provò persino tenerezza per loro. Vivere così devessere faticosissimo, più che dormire su un divano.
Ale, lo chiamò. Mettiamo la musica? Accendiamo le candele? È festa, no?
Certo, rispose lui dalla cucina. E tra poco è pronta la portata principale. Quellanatra che non hanno voluto nemmeno assaggiare.
Unora dopo erano seduti al tavolo apparecchiato a nuovo. Candele accese, jazz soffuso. Lanatra alle mele era un capolavoro: dorata e succulenta.
Alla nostra casa, brindò Alessandro. Che sia sempre piena solo di chi ci rispetta.
E alle confini, aggiunse Giuliana, toccando il bicchiere. Che ora abbiamo imparato a difendere.
Più tardi, nel letto del contendere, Giuliana assaporava una pace totale. Silenzio, lenzuola fresche di lavanda e niente profumi estranei. Immaginava che i parenti, forse, bivaccavano dalla Rosina o in stazione, maledicendo la ricca milanese. Ma il pensiero non dava rimorsi.
Capì una cosa fondamentale: non si può essere perfetti per tutti, specie se vuol dire calpestarsi. E se la serenità costa un po di rancore da parte dei parenti invadenti, ben venga il prezzo.
Al mattino, il cellulare si intasò di messaggi, i parenti informati dalla radio-gossip: Giuliana ha buttato fuori la povera Adele nella neve!. Lei non li lesse, non rispose. Modo aereo, si stiracchiò e sorrise al nuovo giorno.
E quella insalata russa, Giuliana e Alessandro la regalarono ai cani del quartiere. Loro sì, tanto riconoscenti e per nulla critici sul sale o la consistenza. Gli animali sanno apprezzare le cose buone. Molto più delle persone di famiglia.






