Diario di Capodanno
Durante le feste, i miei parenti premevano per dormire nella nostra stanza matrimoniale, e alla fine se ne sono andati a mani vuote.
Dove posso mettere questa teglia di bollito misto? Il frigo è pieno di quelle tue… come si chiamano… carpacci e avocado, che parole strane, brontolava zia Patrizia, mentre tentava di incastrare una capiente zuppiera smaltata sul ripiano basso, spingendo di lato le mie ciotoline ben ordinate.
Io, Giulia, stavo girando il sugo per gli arancini mentre contavo mentalmente fino a dieci. Era solo linizio. I parenti erano entrati da venti minuti, e già sembrava che tra le mura di casa mia si fosse trasferito un intero mercato di Palermo, deciso a rivoluzionare ogni abitudine.
Zia Patrizia, la può mettere in terrazza, è chiusa e con questo freddo non succede nulla al bollito. Nel frigo ho i preparativi per le insalate, non si possono congelare, cercai di rispondere nel modo più gentile possibile.
In terrazza?! sbuffò lei, corpulenta e con una permanente esagerata, nel suo grembiule fiorato portato apposta da casa. E dove passa la polvere della città? Mica si tengono i cibi per terra! Vabbè, tolgo un po delle tue ciotole di erba, tanto nessuno le mangia. Gli uomini hanno bisogno di carne, altro che insalate!
Lanciai uno sguardo supplichevole a Davide, mio marito, alto, calmo, che stava tagliando pane e cercando di mimetizzarsi. Conosceva la zia e mia cugina Valeria, che in quel momento stava ispezionando il bagno commentando sonoramente le mattonelle.
Davide, puoi aiutare la zia a portare il bollito in terrazza? Ho messo una mensolina pulita apposta, niente polvere, dissi decisa.
Lui obbedì, prese il pesante recipiente dalle mani di lei e sparì nel corridoio. Privata del carico, zia Patrizia si concentrò su di me.
Ma sei pallida, Giulia! Stai ancora a dieta? Solo ossa. Valeria invece, guarda che colorito! Tu ti stai seccando. E questo arredamento qui sembra un ospedale, tutto bianco e grigio, che tristezza! Perché non mettete carta da parati dorata? Adesso le fanno bellissime, sembrano ricche.
A noi piace il minimalismo, zia, replicai provando il sugo. I gusti sono gusti.
In quel momento apparve Valeria, tre anni più grande di me ma sempre pronta a trattarmi come una ragazzina da correggere. Dietro di lei i suoi due bambini, uno di cinque e laltro di sei, già con le mani piene di cioccolata.
Giulia, ma nel bagno cè solo la doccia? domandò delusa sedendosi a gambe incrociate. Come faccio a lavare i bambini, sono abituati a giocare nella vasca.
Abbiamo scelto la doccia perché ci piace. I tuoi figli sono grandi ormai, si lavano senza problemi sotto il getto, dissi, sentendo montare lirritazione.
Avevano chiesto di passare le feste con noi a Roma, così ci vediamo almeno una volta e facciamo i turisti, dicevano. E io, ben educata allaccoglienza made in Italy, non potevo rifiutare, benché ricordassi ancora lultimo loro soggiorno: ci volle una settimana a ripulire e ristabilire la tranquillità.
Questa volta, però, era diverso. Avevamo appena sistemato la nostra nuova casa, finalmente spaziosa, con tre stanze e un restauro costoso, ogni angolo pensato insieme a Davide. In particolare la camera da letto: il nostro tempio personale, pareti blu notte, tende spesse, letto enorme con materasso ortopedico (prezzato come una Smart usata) e una moquette morbidissima. Stanza rigorosamente off-limits per chiunque non fossimo noi. Gli ospiti avevano il soggiorno, con divano letto e, se serviva, la poltrona nella stanza di Davide.
Mamma, mi viene sete! piagnucolava il più piccolo, strattonando Valeria.
Vai a chiedere a tua zia qualcosa da bere, disse lei indifferente. Giulia, dagli un succo, per favore.
Presi dal frigo un brick di succo di mela e versai nei bicchieri.
Attenti a non versare a terra, cè il parquet vero qua, avvisai.
Dai, non stare a preoccuparti sempre dei mobili, rise zia Patrizia. Ma dai, le cose servono alle persone, non il contrario. I bambini sono bambini, capiranno. Che poi, Giulia, stai diventando nervosa da cittadina romana!
Davide rientrò, percependo il nervosismo, e propose:
Che ne dite se iniziamo a mettere a tavola? È quasi ora, manca poco alla fine dellanno.
Il pranzo fu caotico. I bambini correvano mangiando salame e formaggio, Valeria raccontava le peripezie del viaggio via WhatsApp, Patrizia criticava ciascun antipasto.
Linsalata di gamberi? sollevò col forchettone un gambero, guardandolo dubbiosa. Non capisco queste cose. La vera insalata è quella di mare. Questo è un misto di erbe e gomma. Giulia, almeno le patate lesse con prezzemolo potevi farle, altro che purè col tartufo… che odore, sembra andato a male.
È una prelibatezza, mamma, ribatté svogliata Valeria, lasciando il telefono. Ma pure io preferisco il cibo semplice. Giulia, passa i funghi. Sono fatti da te o comprati?
Comprati al mercato, sono bio, risposi.
Ovviamente, le mani non vuoi sporcartele, constatò la zia. Io invece ho portato la mia conserva, ve la apro ora, così assaggiate i funghi veri.
Mangiai in silenzio, fissando il piatto. Davide mi strinse la mano sotto il tavolo. Resisti, solo tre giorni, leggevo nel suo sguardo.
Verso le otto di sera, finita la bottiglia di spumante e con i bambini incollati ai tablet, si parlò del pernottamento.
Che mal di schiena… il viaggio è stato un massacro, si lamentò la zia. Ho bisogno di sdraiarmi, ma comoda.
Sì, serve un letto vero a mamma, aggiunse Valeria. Giulia, dove hai sistemato per noi?
Mi preparai. Avevo già predisposto tutto.
Ho preparato il divano letto in salotto, è largo e comodo, due adulti ci stanno benissimo. Per te e i bambini cè la poltrona nella stanza di Davide, diventa un letto spazioso. Se serve, ho anche il materasso gonfiabile.
Un silenzio gravò sulla stanza. Zia Patrizia smise di masticare, Valeria sollevò le sopracciglia.
Il divano? domandò incredula la zia. Giulia, stai scherzando? La mia schiena non lo regge, domani mi trovate morta! Ho bisogno di un letto vero, comodo.
Zia, il divano è ortopedico, lo abbiamo scelto proprio per gli ospiti anziani, provai a spiegare.
Il divano è il divano! interruppe. Va bene per i giovani. Io sono una signora con problemi, pensavo che ci dessi la vostra camera matrimoniale. Il materasso là dentro sarà favoloso!
Rimasi interdetta. Mi aspettavo lamentele, non uninvasione così diretta della nostra privacy.
Camera matrimoniale? chiese Davide, aggrottando le sopracciglia. Zia Patrizia, quella è la nostra stanza, noi dormiamo lì.
E allora? ribatté Valeria. Siete giovani, vi fate due notti sul divano, tanto siete robusti. Mamma invece ha bisogno di stare comoda. Anche io coi bambini, stare tutti insieme è meglio.
Aspettate, sentii il sangue salirmi. Volete che io e Davide lasciamo la nostra camera e vi diamo il nostro letto, mentre noi dormiamo in soggiorno?
Giulia, ma perché la fai tanto lunga? sbuffò zia Patrizia. È solo per le feste. I veri ospiti ricevono il meglio. Così ci hanno insegnato: accogliere la famiglia con generosità. Tu, invece, ti sei romanizzata, hai dimenticato le tradizioni.
Zia Patrizia, la tradizione è accogliere e fare stare bene, dissi ferma. Ma il letto è come lo spazzolino: intimo. Noi dormiamo lì. Non è possibile cederlo. Scusate, ma non se ne parla.
Valeria posò il bicchiere con un gesto secco.
Giulia, sei seria? Ti fa fatica dare il letto a zia e ai cugini? Abbiamo fatto trecento chilometri, portato regali, e ci metti sul divano come animali?
Come animali? sbottò Davide. Quel divano costa duemila euro, fidati che è comodissimo. Ci dormo pure quando guardo il calcio.
Non mi interessa quanto costa! strillò la zia. È questione di rispetto! Tua madre, pace allanima sua, si sarebbe vergognata di ospitare la famiglia così. Sei diventata egoista, tutta tuo padre!
La stoccata era pesante. Mia madre, dolce e arrendevole, aveva sempre assecondato la sorella, lasciandole la meglio e subendo le critiche. Ricordo i loro soggiorni: la zia veniva, prendeva tutto, giudicava, e lasciava mia madre stremata.
Non tirate in ballo mamma, dissi piano ma ferma. Era una santa e voi ve ne siete approfittati. Io non sono lei. I miei limiti li conosco. Camera chiusa. Chi non gradisce il divano, cè lhotel, posso prenotare.
Hotel?! Valeria si schiantò. Ci mandi in albergo, fuori casa, spendendo soldi? Mamma, hai capito?
Ho capito eccome la zia si lasciò cadere sulla sedia fingendo di star male. Acqua! Subito!
Valeria si precipitò con le sue pillole. I bambini, fiutando la tensione, restarono zitti a guardare.
Allora, annunciò Valeria. O ci dai la camera matrimoniale, o ce ne andiamo subito. Non metteremo piede qui, e racconteremo a tutta la famiglia che razza di persona sei, Giulia. Scegli tu.
Guardai Davide. Faccia di pietra, solidarietà totale. Ne aveva abbastanza anche lui. Di invadenza, di arroganza.
Che scelta, Valeria, risposi calma. Ho offerto accoglienza, ottima cena, letti comodi. Voi pretendete il nostro spazio più intimo e volete dettare legge. Se tenete più al materasso che alla compagnia, forse davvero è tempo di separarci.
Ah sì?! la zia balzò in piedi scordandosi il mal di schiena. Prendi le cose, Valeria! Vestite i bambini! Ce ne andiamo subito! Meglio in stazione che in questa casa.
Mamma, ci sono pochi treni ora! balbettò Valeria, sorpresa che il mio rifiuto non vacillasse.
Prendiamo il taxi! Da zia Gina, allaltro capo della città! Sarà povera, ma col cuore grande. Qui invece si soffoca di egoismo.
Si scatenò il caos: Valeria zitta e feroce, la zia a girare per casa lamentandosi ed elencando torti subiti.
Ridatemi i regali! gridò la zia allingresso. Avevo portato degli asciugamani di lino, non li meritate. Li darò a Gina.
Andai in camera, presi il pacco degli asciugamani (ruvidi e inutili), lo portai allingresso.
Ecco, e non dimenticate anche la conserva di funghi.
Prendiamo tutto! ringhiò Valeria. E pure le caramelle per i bambini!
Davide osservava taciturno, appoggiato alla porta, imbarazzato dal comportamento dei grandi. Un quarto dora di impacchettamento, la zia infangando vecchie storie e vaticinando la nostra solitudine.
Il taxi viene? chiese Davide.
Non abbiamo bisogno di voi! Valeria ordinò il taxi dallo smartphone. Mamma, scendiamo, si respira meglio fuori da questa aria di cattiveria.
Uscirono sbattendo la porta con tale forza che cadde un po di intonaco dal soffitto. Ci fu un silenzio irreale. Sentivo solo il frigo e il ticchettio dellorologio. Sul tavolo restava il mio antipasto di gamberi, tovaglioli sparsi e macchie di succo sulla tovaglia.
Mi sedetti tremando, con la testa tra le mani.
Davide mi abbracciò e mi baciò sulla testa.
È finita, Giulia, calma. Sono andati.
Alzai lo sguardo. Non stavo piangendo ridevo. Una risata nervosa, di sollievo.
Davide, hai sentito? Meglio la stazione che da voi! Non potevo chiedere di meglio!
È una fortuna, disse sorridendo anche lui. Però hanno dimenticato il bollito, è rimasto in terrazza!
Scoppiai a ridere. Il piatto forte, lasciato indietro.
La zia Gina vive in una stanza di dodici metri con il marito che beve, immagino lentusiasmo quando arriveranno col bollito e i bambini!
Non è più affar nostro, filosofò Davide, versandosi un po di spumante. Quando hanno nominato tua mamma, ho quasi perso la pazienza. Sei stata bravissima. Coraggiosa.
È che adoro la nostra camera, confessai, bevendo dal suo bicchiere. E te. È stato il nostro vero Capodanno: noi due, una cena per dieci e nessuno a lamentarsi del menù.
Cominciammo a sparecchiare, pulendo piatti e bicchieri. Laria sembrava finalmente leggera. Sparita la nuvola densa di rancore e critiche.
Mi misi alla finestra. Fuori, Roma vestita di luce e neve bagnata, i taxi che portano lontano i parenti amareggiati. Per un attimo sentii pietà per loro. Vivere con il rancore devessere peggio che dormire su un divano.
Davide, dissi. Mettiamo un po di musica? Accendiamo le candele. È festa.
Subito, rispose dalla cucina. Tra poco lanatra sarà pronta. Quella che nessuno ha voluto assaggiare.
Unora dopo stavamo cenando nel silenzio rischiarato dalle candele e dal jazz. Lanatra alle mele era strepitosa, con la crosta dorata e il profumo dolce.
Alla nostra casa, sollevò il calice Davide. Che sia sempre aperta solo per chi ci rispetta.
E ai limiti, aggiunsi. Finalmente imparati.
Tardi, nel profumo di lenzuola fresche e lavanda, sdraiata sul famigerato materasso, capii quanto mi sentivo bene. Silenzio, freschezza, nessun odore estraneo. Pensai ai cugini probabilmente accampati da Gina o in stazione, a lottare con la rabbia. Però non provai nessun rimorso.
La lezione era chiara: non si può piacere a tutti, soprattutto se si perde se stessi. Se la tranquillità costa lira dei parenti invadenti, è il prezzo più giusto.
La mattina dopo il telefono era intasato di messaggi. Tutta la famiglia già stava commentando la cacciata della povera zia malata in mezzo al gelo. Non lessi nulla. Misi il cellulare in modalità aereo, mi stiracchiai e sorrisi al nuovo giorno.
Quel bollito, poi, lo portammo ai cani randagi sotto casa. Loro erano contentissimi e non si lamentarono né del sale, né della consistenza. Gli animali, in fondo, sanno apprezzare il buon cuore più degli uomini.




