I sogni volano nel cielo…

Le gru volano nel cielo azzurro…

Giulia si svegliò e si stiracchiò con un sospiro di piacere. Poi si chiese che giorno fosse. Girò la testa per guardare l’ora e il suo sguardo cadde sul vestito bianco appeso alla porta dell’armadio. Era troppo lungo, per evitare che si sgualcisse l’aveva lasciato fuori. I ricordi la travolsero all’improvviso, come una valanga, lasciandola senza fiato.

Quando lo aveva provato in negozio, per un attimo le era parso di fare la cosa giusta. Emanuele non c’era più. E Filippo, invece, era lì, vivo e premuroso, di successo e bello. Non c’era più niente da fare. Tra poche ore avrebbe indossato quel vestito e sarebbe salita sulla macchina nuziale diretta al municipio.

Giulia rabbrividì al pensiero. Distolse lo sguardo dal vestito, simbolo del suo tradimento.

Il giorno prima l’aveva detto chiaramente alla madre. Pallida, consumata dalla chemio e dagli interventi, sua madre la fissava con occhi scavati.

“Lo capisco, tesoro. Ma Emanuele non c’è più.”

“È disperso, non morto!” rispose seccamente Giulia. “Potrebbe essere prigioniero… ci sono gli scambi di prigionieri, no?”

“Giulietta, e anche se tornasse, in che stato sarebbe? Guarda il telegiornale. Se dovesse tornare senza ferite, la mente sarebbe comunque a pezzi. Perché vuoi farti questo? Hai solo ventiquattro anni. La vita è appena iniziata. E poi, vi siete frequentati per così poco…”

“Mamma, gli ho promesso che l’avrei aspettato. Sposandomi, lo tradirei. E se tornasse? Come potrei guardarlo negli occhi?” Giulia ormai urlava, soffocando le lacrime.

“Zitta, non gridare. Anche lui ti aveva promesso di tornare. La guerra è così: facile fare promesse, difficile mantenerle. Se fosse vivo, non avrebbe mandato almeno un messaggio?” La madre la strinse a sé.

Giulia appoggiò la testa sulla sua spalla e sentì il respiro affannoso. Nei polmoni le sembrava di sentire un fruscio di carta.

«Ha ragione. Filippo ha fatto così tanto per noi. Ha sistemato mamma nella migliore clinica di Milano, ci ha dato i soldi per le cure. L’ha salvata, letteralmente. Sta ancora facendo la chemio, ma c’è speranza. E se dovesse star male di nuovo? Non abbiamo più soldi, Filippo è l’unica salvezza. Non posso rifiutare… È mia madre, sogna dei nipoti… E io sono solo un’egoista che pensa a se stessa…»

Si asciugò le lacrime.

“Tutto andrà bene, mamma. Non preoccuparti.”

La madre sospirava, ogni tanto lanciava occhiate furtive a Giulia e, pensando di non essere vista, la benediceva con un segno della croce.

“Non fare la sciocca. Uno come Filippo va tenuto stretto con le unghie e con i denti,” la sgridava l’amica Michela, senza nascondere la sua invidia.

“Allora tienilo tu. Sei più bella di me.” Michela scosse la testa e fece un gesto come per dire: «Sei pazza».

“Gli devo tutto, capisci?” esclamò Giulia. “E gli dovrò sempre tutto. È come una prigione volontaria. Lui potrà fare quello che vuole, io non potrò neanche aprire bocca. Perché gli de-vo tut-to.” Pronunciò le parole scandendole. “Non è una vita, è una cella.”

“Scemotta. Vivi un po’ insieme, se non ti piace poi divorzi. Che problema c’è?” rispose Michela con noncuranza.

Quelle parole avevano deciso tutto. Ma più si avvicinava il giorno del matrimonio, più il cuore di Giulia si faceva pesante. «Sì, come se poi mi lasciasse andare. Ha investito un capitale in me e in mamma», pensava con angoscia. «E dove scapperei? Non posso abbandonare mamma. La ucciderebbe. Sta appena riprendendo peso, ricomincia a mangiare. È una trappola… Se solo ricevessi una parola, un “sono vivo”, cancellerei tutto…»

Filippo diceva di amarla, non insisteva per l’intimità, anche se un paio di volte Giulia era riuscita a stento a sfuggire al suo desiderio. Il ristorante era già prenotato, gli ospiti importanti invitati. Ci sarebbe stato anche il vicesindaco. Non voleva umiliare Filippo, farlo passare per lo sposo abbandonato. Non aveva fatto nulla di male, aveva aiutato sua madre…

La madre entrò nella stanza.

“Non sei ancora pronta? Tra dieci minuti arrivano per farti l’acconciatura e il trucco. Alzati e vai a farti la doccia. La colazione è in tavola.”

Giulia saltò giù dal letto e corse in bagno. La domanda «cosa faccio?» rimase senza risposta, sospesa nell’aria come una corrente fredda.

Si lavò in fretta, si sedette a tavola con i capelli ancora bagnati. Per non ferire la madre, bevve un sorso di caffè e addentò un panino. Il boccone le restò in gola.

“Basta, mamma, non ce la faccio. Mi sento male.” Spostò la tazza.

“Anch’io alla vigilia del mio matrimonio con tuo padre non mangiai nulla, ero nervosa. Poi bevvi dello spumante e temetti di fare una figuraccia davanti a tutti.” La madre rise, poi fece una smorfia.

“Cosa c’è?” si allarmò Giulia.

“Mi tirano i punti.”

In quel momento suonò il campanello.

“Vado io,” disse la madre uscendo, mentre il cuore di Giulia batteva come un uccello impazzito.

Iniziò il caos per l’acconciatura e il trucco. A Giulia non importava come sarebbe stata. Ma quando finalmente si vide allo specchio, rimase senza fiato. Davanti a lei c’era una diva hollywoodiana.

Aveva avvertito: niente acconciature esagerate, niente torri in testa, doveva sembrare naturale. E aveva avuto ragione. La madre si strinse le mani al petto, gli occhi lucidi.

Dopo che la truccatrice se ne fu andata, Michela la aiutò a indossare il vestito.

“È troppo presto,” si oppose Giulia.

“Non è presto. Potrebbero esserci aggiustamenti da fare. Tua madre dice che non mangi nulla.”

“Eccoti anche tu,” sospirò rassegnata.

Suonarono di nuovo.

“Tua madre apre?” chiese Michela, allacciandole il vestito dietro.

Giulia scrollò le spalle.

“Non muoverti!” la rimproverò Michela.

Il campanello ripeté, e Michela corse ad aprire, lasciando Giulia con la schiena scoperta. Giulia tese l’orecchio. Udì un trambusto dietro la porta e la voce di Michela:

“Non puoi, porta sfortuna!”

“Sono arrivato prima proprio per questo. È il mio matrimonio, voglio essere sicuro che la sposa sia perfetta,” insisteva la voce di Filippo.

“Perfettissima, credimi. Non ti faccio entrare.” La voce di Michela era proprio dietro la porta, probabilmente bloccava l’ingresso con il corpo.

Il vestito di seta e nylon scivolava dalle spalle. Giulia aggiustava di continuo le sottili bretelle. All’improvviso, dietro la porta, tutto tacque.

Attese un attimo, sollevò la gonna per non pestarla e aprì la porta. Non c’era nessuno. Scalza, uscì silenziosamente nel corridoio. Solo il fruscio del vestito accompagnava i suoi passi. SbirGiulia sorrise a quel pensiero, mentre il vento le accarezzava i capelli e il sole splendeva su un nuovo inizio.

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