Ieri i genitori di mia moglie hanno deciso, senza chiedermi niente, di trasferirsi da noi quando saranno anziani.
Marco, senti che ti sto dicendo? La tua mamma mi ha appena telefonato: hanno già messo in vendita la casa! Vendono la casa, Marco! E tra un mese vogliono stare qui! Alessandra stringeva il telefono così forte da far diventare bianche le nocche, la voce si trasformava in un urlo che non riusciva a trattenere.
Io, sdraiato sul divano con il tablet in mano, alzai gli occhi con nonchalance.
Alessandra, calmati un attimo. Non è domani. Un mese è tanto. E poi non ci vanno a vivere nella nostra monolocale, solo in città, nella nostra zona.
In qualche zona?! Alessandra cominciò a girare per la stanza, inciampando nei giocattoli sparsi del nostro figlio Arturo. Maria ha detto: Allinizio ci sistemeremo da voi finché troviamo qualcosa. Allinizio! Sai quanto può durare? Un anno? Due? Abbiamo quaranta metri quadri, Marco! Quaranta! Siamo io, Arturo e altri due pensionati con le loro abitudini, i loro malanni e le loro valigie!
Misi da parte il tablet e mi strofinai il naso. Sembrava un volto di chi è interrotto dalla più grande delle questioni per una sciocchezza da apocalisse.
Non li butto fuori per strada. Sono anziani, cosa hanno di difficile in campagna? Una casa grande, il giardino, la neve da spalare. Papà si è rotta la schiena lanno scorso, mamma ha la pressione alta. Hanno bisogno di cure. E noi siamo qui, al loro fianco.
Cure? Alessandra, tua madre ha sessantacinque anni, ancora lavora al consiglio comunale e ara lorto come una trattoria. Papà ha settantanni, va a pescare a venti chilometri a piedi. Che cure? Hanno solo deciso che si sono annoiati e vogliono essere più vicini ai figli. E poi hanno dimenticato di chiedere a noi!
Basta con listeria, Alessandra. Sono i miei genitori. Devo aiutarli. Troveremo una soluzione. Magari gli affittiamo una stanza per cominciare.
Con quali soldi? Paghiamo il mutuo, la scuola di Arturo, il finanziamento per lauto. Dalla busta paga ne rimangono tre mila euro. Che appartamento potremmo affittare?
Se vendono la casa, arriveranno i soldi
Casa in un paesino sperduto a trecento chilometri da qui? A che prezzo la venderanno? Un milione di euro? Con quella cifra in città possiamo comprare solo un garage o un capannone in periferia. Capisci che vogliono stare con noi per sempre?
Alessandra si lasciò cadere sul divano, guardando la catastrofe scorrere al rallentatore. Maria, donna autoritaria, rumorosa, che ama comandare e dare lezioni di vita. Giuseppe, uomo silenzioso ma testardo, che fuma Uva e alza il volume della TV perché ha ludito fioco. E tutta quella felicità nella loro piccola, sudata stanza, dove lunico angolino di pace per Alessandra era il bagno, quello condiviso.
Non li farò vivere con noi, disse con voce ferma. Vieni a trovarci, sì. Per una settimana, va bene. Ma vivere, no.
Io la guardai con disapprovazione.
Sei crudele, Alessandra. È la famiglia.
È la mia famiglia. Io, te e Arturo. E la proteggerò.
Passò un mese. Un mese dinferno e di attesa. Alessandra cercava di farmi ragionare, proponeva soluzioni: che i genitori vendessero prima la casa, depositassero i soldi in banca, venissero a fare un sopralluogo, affittassero un appartamento. Io la respingevo: Mia madre ha già un acquirente, ha dato il deposito.
Maria chiamava ogni giorno.
Alessandrina, sto sistemando i barattoli di sottaceti, cetriolini, pomodorini, pelati. Li porto tutti a voi! Arturo adora i cetriolini di nonna, vero? Ho anche tirato fuori la coperta di piume, la metteremo sul divano, altrimenti sarà freddo. E il tappeto rosso, te lo ricordi? Il pavimento è a lamiera, freddo, non è buono per il bambino. Mettiamo il tappeto, sarà una chicca!
Alessandra sentiva i suoi capelli diventare grigi. Il tappeto. La coperta. Il nostro minimalismo scandinavo.
Maria, non serve il tappeto. Abbiamo riscaldamento a pavimento. E non abbiamo spazio per tutti questi sottaceti.
Troveremo posto! Lo mettiamo sul balcone! Il tappeto è per laccoglienza, tu, giovane, non capisci.
Il giorno X arrivò di sabato. Io, dalla mattina, ero in fibrillazione, spostavo mobili cercando di creare un po di spazio. Arturo fu affidato alla mamma di Alessandra, perché non ostacolasse i miei passi.
A mezzogiorno un furgone Gazelle si fermò davanti al nostro condominio. Ne scesero Giuseppe, con il bastone in mano, ancora robusto, e Maria, che dirigeva i traslocatori come un generale in parata.
Attento al servizio! Non romperci nulla! Non rovesciare la scatola delle piantine!
Alessandra guardava fuori dalla finestra e contava le scatole. Dieci, venti, trenta sacchi, nodi, un vecchio lampadario, sciami di sci, e, ovviamente, il tappeto rosso arrotolato a tubo.
Marco, dove mettiamo tutto questo? sussurrò.
Ne parleremo borbottai, uscendo a salutare i genitori.
Le due ore successive furono un disastro naturale. Lingresso era intasato, le scatole ovunque: corridoio, cucina, salotto. Maria, senza togliersi le scarpe, girava per casa dando ordini.
Questo armadio deve spostarsi. Metti qui la mia credenza. È antica, di quercia, non come i vostri mobili in truciolato. Giuseppe, porta la credenza!
Maria, che credenza? implorò Alessandra. Non abbiamo spazio!
La trovi! sbottò la suocera. Non la buttiamo al bidone.
A sera lappartamento sembrava un magazzino. Nella stanza che Alessandra aveva diviso con tanto amore in camera da letto e stanza dei giochi, ora regnava il caos. Il divano dei miei genitori, sì, hanno portato anche il loro divano, finì in un angolo, bloccando la finestra. La TV di Giuseppe fu piazzata su un tavolino, coprendo metà del plasma di Alessandra e mio.
Ora sì che possiamo vivere osservò Maria, asciugandosi il sudore dalla fronte. È stretto, ma in stretta convivenza non cè rancore. Alessandrina, accendi il bollitore, siamo affamati.
La cena fu tesa. Giuseppe bevve il tè con voce alta, Maria criticava la zuppa di Alessandra (troppo liquida, la faccio a base di ossa). Io rimanevo a tavola senza alzare lo sguardo.
Allora, cari, iniziò la suocera, spostando la tazza vuota. Abbiamo venduto la casa, i soldi sono sul libretto. Però non compriamo ancora niente. I prezzi sono folli, gli agenti sono truffatori. Rimaniamo qui, osserviamo il quartiere, magari scegliamo una casetta. Che ne dite?
Era una domanda retorica. Alessandra aprì la bocca per dire no, ma io la precedetti:
Certo, mamma. Restate finché volete.
Alessandra mi colpì con il piede sotto il tavolo, ma non mi mossi.
Iniziarono i giorni di lavoro. Giorni infernali.
Alle sei di mattina Giuseppe si alzava, andava in bagno, poi in cucina, accendeva la radio Canzoni dItalia e accendeva una sigaretta al balcone, nonostante le mille volte che Alessandra gli aveva chiesto di non fumare dentro.
Giuseppe, per favore, fuma al piano di sopra! implorava Alessandra, tossendo.
Figlia, fa freddo là fuori, cè corrente rispondeva, sbattendo il ciglio.
Alle sette Maria si metteva in cucina a far scoppiare pentole. Decise di occuparsi della colazione, sostenendo che Alessandra faceva morire luomo di fame.
Porridge allacqua non è cibo! proclamava, mescolando pancetta e uova. Marco ha bisogno di energia, lavora tutto il giorno.
Il profumo del lardo impregnava vestiti, capelli, tende. Alessandra, che seguiva unalimentazione sana, guardava con orrore le macchie di grasso sul piano cottura.
La sera, al nostro ritorno, ci aspettava il debrief.
Alessandra, perché non stiri la biancheria? li accolse la suocera alla porta. Ho visto le lenzuola stropicciate nellarmadio. Ho stirato tutto.
Grazie, Maria, ma non rovistare nei miei armadi rispose Alessandra, trattenendo le lacrime.
Voglio solo aiutare! Sei ingrata!
Anche Arturo subì la pressione. La nonna gli dava caramelle (il nipote vuole dolci!), nonostante la sua allergia, lo lasciava guardare i cartoni fino a mezzanotte e cancellava le punizioni dei genitori.
Non sgridarlo! urlava quando Alessandra cercava di rimproverare il figlio per il blocchi sparsi. È piccolo! La nonna lo sistemerà.
Il rispetto per i genitori cominciava a sgretolarsi. Arturo capì subito chi comandava la casa e correva a lamentarsi con la nonna per ogni minima cosa.
Dopo due settimane Alessandra era sul punto di crollare. Io cercavo di restare più a lungo al lavoro, così i genitori sarebbero arrivati già addormentati.
Marco, non possiamo continuare così disse una mattina di sabato, chiusi nella sola stanza da bagno dove potevamo parlare senza testimoni. Non cercano un appartamento. Non guardano gli annunci. Si sono sistemati. Hai visto? La tua mamma ha spostato i miei fiori nei suoi vasi!
Calmati, Alessandra. Ne parlerò nel weekend.
Hai promesso una settimana fa! Marco, o se vanno via, o prendo Arturo e vado da mia madre. Scegli.
Il mio viso impallidì. Non amo gli ultimatum, ma capivo che non stava scherzando.
La discussione avvenne domenica a pranzo.
Mamma, papà cominciai, agitandomi con il tovagliolo. Abbiamo pensato forse è il caso di cominciare a cercare un appartamento. I prezzi salgono, leuro perde valore. È stretto per tutti noi.
Maria rimase immobile con il cucchiaio in bocca. Giuseppe abbassò il volume della radio.
Stretto? chiese la suocera, la voce tremante. Vi stiamo disturbando? I genitori disturbano? Stiamo facendo del nostro meglio! Cucino, pulisco, faccio da nonna! E voi ci cacciate via?
Nessuno vi caccia, mamma. Solo che ognuno ha bisogno del proprio spazio. Volevate unabitazione indipendente, ricordate?
Volevamo ma perché spendere soldi? Siamo vecchi, non ci serve molto. I soldi serviranno a voi. Possiamo lasciare leredità! Possiamo vivere insieme. In molte case popolari la gente non si lamenta. E noi siamo una famiglia!
No scoppiò Alessandra. Non vivremo tutti insieme. È impossibile. Abbiamo orari diversi, abitudini diverse. Non posso dormire con la TV accesa, non posso respirare il fumo di sigaretta. Voglio la mia cucina.
Maria sbatté le mani.
Ecco! Non piacciamo più alla nuora! Non fumiamo così, non respiriamo così! Marco, senti? La tua moglie sta cacciando i genitori!
Mamma, Alessandra ha ragione dissi a bassa voce. Vi vogliamo bene, ma dobbiamo stare separati. Domani vediamo le opzioni. Ho un agente immobiliare.
Maria lanciò il cucchiaio sul piatto, facendo schizzare la zuppa sul tovagliolo.
Ingrati! Abbiamo venduto la casa, abbiamo lasciato tutto per stare vicino! E voi Kolja, porta tutto! Ce ne andiamo!
Dove? chiese Giuseppe, sorpreso. Di notte?
Andiamo in hotel! O alla stazione! Se i figli non ci vogliono più!
Il dramma era al culmine. Maria prese la valeriana, si prese il cuore, riempì le valigie, piangeva. Io correvo in giro a convincere, a scusarmi. Alessandra rimaneva in un angolo a guardare il circo. Sapeva che se avesse ceduto, loro sarebbero rimasti per sempre.
Maria la chiamai quando la tempesta si placò. Nessuno andrà alla stazione. Affitteremo subito un appartamento vicino a noi. Sarete nostri ospiti, ma vivrete da soli. È lunica soluzione.
Non ci consideri persone! gridò la suocera. Siete estranei!
Alla fine, verso sera, trovammo una bilocale libero nel palazzo accanto al nostro. I proprietari accettarono di affittarlo per qualche mese.
Il trasloco avvenne il giorno seguente. Maria partì con laria di una martire condotta al patibolo.
Vi lasciamo nel paradiso sputò mentre usciva. Vivete, godetevi. Quando sarete vecchi, non lamentatevi se Arturo vi caccerà fuori.
La porta si chiuse. Alessandra si appoggiò al muro e scivolò a terra. Lappartamento era silenzioso, incredibilmente silenzioso. Il televisore spento, nessun odore di lardo, nessun rumore di ciabatte.
Scusa, dissi, sedendomi accanto a lei. Sono stato un idiota. Avrei dovuto insistere subito.
Avrei dovuto, rispose. Ma limportante è che ce labbiamo fatta.
La storia non si fermò lì.
Una settimana dopo Maria chiamò.
Marco, abbiamo trovato un appartamento in zona, ma più vecchio. Una tripletta.
Tripletta? mi stupii. Non vi serve proprio una tripletta? Una casa popolare è costosa, difficile da mantenere. Prendete la bilocale, vi basta.
No, vogliamo la tripletta. Abbiamo i soldi della vendita e del terreno. Abbiamo già dato il deposito.
Fatto, è vostra decisione. Congratulazioni.
Alessandra espirò. Pareva che il problema fosse risolto: i genitori avrebbero comprato una casa, avrebbero vissuto la loro vita e sarebbero venuti a trovarci solo per le feste.
Ma non conoscevo bene Maria.
I lavori nella nuova tripletta si prolungarono. I genitori continuavano a vivere nellappartamento in affitto, ma ogni giorno venivano da noi per fare una doccia (lacqua del rubinetto era debole), per lavare (la lavatrice è vecchia) o semplicemente per stare, perché si sentivano soli.
Alessandra sopportava. Alla fine, era solo temporaneo.
Tre mesi dopo i lavori finirono. Nuovo inizio. Alessandra e io portammoFinalmente, guardandoci negli occhi, capimmo che la nostra famiglia, pur diversa, era sopravvissuta alla tempesta e poteva ricominciare a vivere serenamente nella propria casa.






