Ieri mio fratello mi ha chiamato e mi ha chiesto di cedere la mia quota della villa di famiglia, spiegando che negli ultimi tre anni si era preso cura di nostro padre.

Michele rispose al telefono con il cuore ancora in subbuglio: era Marco, il fratello, che gli chiedeva di cancellargli la quota della casa colonica di Siena. Ho accudito papà negli ultimi tre anni, pagherò io, gli disse Marco, la voce serrata come un filo di ferro. Michele rimase immobile, il ricordo di quella pensione mensile che Giovanni, il padre, percepiva da anni, una pensione che serviva anche a far dare una botta di vita ai nipotini. Come poteva un uomo così anziano aver bisogno di soldi? E soprattutto su quella fattoria, dove il tempo sembrava fermarsi?

Era il 2004 quando Michele aveva iniziato luniversità a Firenze, lasciandosi alle spalle la casa dei genitori. Dopo la laurea, rimase in città, trovò un impiego stabile in una banca e sposò Francesca. Poco dopo, nacque al loro letto il piccolo Matteo, che riempì la casa di risa e speranze. Marco, nel frattempo, si era anchegli sposato con Elena, ma continuava a vivere sotto lo stesso tetto di Giovanni e Maria. Non cera nulla di negativo da dire sul fratello: era un uomo onesto, sua moglie una donna dolce e laboriosa. Per anni la loro convivenza fu serena, finché non arrivarono i due bambini, Giulia e Lorenzo, a colmare di nuovo la casa di voci e giochi.

Anche se tutti ormai erano indipendenti, le visite al casolare del nonno non mancavano. Il suocero, Pietro, regalò a Michele unutilitaria in dono di benedizione, e destate la famiglia si spostava spesso verso la costa tirrenica, dove il mare accarezzava le coste di Livorno. Lì, tra una nuotata e laltra, aiutavano i genitori di Michele nella sistemazione del giardino, nella potatura degli alberi di fico e nella manutenzione del pozzo. Roksana, la vicina di casa, era sempre vicina a Maria; tutti volevano dare una mano, nessuno si tirava indietro.

Tre anni fa la morsa del dolore strinse il cuore di Michele: Maria morì improvvisamente, e lui non poté più offrirle il sostegno di cui aveva bisogno. Nel frattempo, la crisi economica globale colpì lItalia, e Michele si trovò costretto a prendere turni extra per non perdere lappartamento, a malapena sopravvivendo con lo stipendio di banca ridotto. Il tempo per fare la spesa al mercato di San Lorenzo o per una passeggiata a Piazza del Campo divenne un lusso.

Un mese prima, Giovanni chiuse gli occhi per lultima volta. La famiglia, sconvolta, dovette organizzare il funerale, spartendo le spese tra Michele, Francesca, Marco ed Elena. Ogni euro fu contato con lattento sguardo di chi sapeva che il denaro ormai non aveva più il sapore della vita.

E ora, un giorno dinverno, Marco chiamò di nuovo. Puoi trasferirmi la tua quota della casa colonica?, ripeté, con quellunico argomento di sempre: ho curato papà. Michele rimase attonito. Il padre percepiva una pensione mensile di 900 euro, abbastanza da permettere anche qualche regalo ai nipoti. Che bisognoso potesse essere un uomo così? E su una fattoria, dove il valore è più di terra e di tradizione?

Marco accettò tutto senza protestare, e Michele non capì il vero senso della cura di cui il fratello parlava. I genitori non avevano mai detto che avrebbero lasciato lintera casa a Marco; Michele non voleva rovinare il legame fraterno, ma non trovava ragione di cedere ciò che gli spettava. Aveva un mutuo in corso, una rata da pagare, e il piccolo Matteo poteva ancora ricevere laiuto di nonno Giovanni, che non cè più.

Ora, nella tensione di un salotto illuminato solo da una lampada a olio, Michele si guarda allo specchio dei ricordi e non trova una risposta chiara. Ha detto a Marco che doveva parlare prima con Francesca. Come facciamo a non spezzare la famiglia? si chiese, mentre la pioggia batteva sul tetto di tegole rosse. Il futuro è un confine incerto, e la loro relazione pende su un filo sottile, pronto a spezzarsi al minimo soffio di vento.

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Ieri mio fratello mi ha chiamato e mi ha chiesto di cedere la mia quota della villa di famiglia, spiegando che negli ultimi tre anni si era preso cura di nostro padre.