Ieri: quando l’ospite di famiglia diventa una prova di forza – Tavola imbandita, critiche da “vero i…

Ieri

Dove lo stai mettendo quel centrotavola? Così copri tutto il tagliere! E sposta i bicchieri, fra poco arriva Alessandro, lo sai che ama avere spazio per agitare le mani quando parla.

Vittorio armeggiava nervoso tra i bicchieri di cristallo, rischiando ogni volta di far cadere le forchette. Donatella sospirò pesante, strofinandosi le mani sul grembiule. Era ai fornelli fin dalla mattina, le gambe di marmo e la schiena dolorante sotto le scapole come sempre. Ma non cera tempo per lamentarsi, perché quel giorno veniva il compare speciale: il fratello minore di suo marito, Alessandro.

Vitto, dai, rilassati, gli disse con tono calmo, cercando di non mostrarsi stanca. La tavola è perfetta. Dimmi piuttosto: il pane integrale lo hai comprato? La scorsa volta Alessandro si è lamentato che avevamo solo pane bianco, dice che così non può seguire la dieta!

Sì, sì, lho preso, pane toscano, quello col seme di finocchio come piace a lui! Vittorio corse verso la dispensa. Dona, la carne? Sei sicura che sia pronta? Lui mangia nei ristoranti stellati, lo sai che le tue polpette per lui non bastano.

Le labbra di Donatella si strinsero. Ovviamente, sapeva. Alessandro: quarantanni, scapolo dichiarato, artista secondo lui stesso, in realtà campa con lavori saltuari e con gli aiuti della mamma anziana; si credeva autentico intenditore di cibo. Ogni sua visita era un test che Donatella sapeva già di non poter superare.

Ho fatto larista al forno con salsa di miele e senape, rispose scandendo le parole. Carne fresca dal mercato, settecento euro al chilo. Se non gli piace nemmeno questo, io mi tiro fuori.

Ma perché fai così subito? si lamentò Vittorio. Non lo vedi da sei mesi, vuole stare in famiglia. Cerca di essere comprensiva, per favore? Sta attraversando un periodo difficile cerca se stesso.

Cerca i soldi, altro che se stesso, pensò Donatella, ma non disse nulla. Vittorio idolatrava il fratello minore e si offendeva per uno sguardo storto di chiunque nei suoi confronti.

Il campanello suonò preciso alle sette. Donatella si tolse il grembiule di fretta, sistemò i capelli davanti allo specchio dellingresso e disegnò un sorriso di circostanza. Vittorio già spalancava la porta, brillante come un caffettiera appena pulita.

Ale! Fratellino! Finalmente!

Alessandro era in piedi sulluscio. Bisogna ammetterlo, aveva presenza scenica: cappotto alla moda, la sciarpa gettata distrattamente sulla spalla, barba incolta che doveva sembrare virile. Allargò le braccia, permise a Vittorio di abbracciarlo ma rispose solo con una pacca sulla spalla.

Lo sguardo di Donatella cadde sulle sue mani. Vuote. Niente buste, niente scatole di pasticcini, nemmeno un fiore stanco. Era arrivato dopo sei mesi di assenza, con una tavola che straripava di ogni ben di Dio, e non aveva portato nulla. Nemmeno un cioccolatino per i bambini, che per fortuna erano dalla nonna quella sera.

Ciao, Donatella, le fece cenno, entrando senza togliersi le scarpe ma esaminando il corridoio. Avete cambiato carta da parati? Il colore è un po da ospedale. Vabbè, limportante è che piaccia a voi.

Benvenuto, Alessandro, rispose lei contenendosi. Vai a lavarti le mani, le pantofole sono nuove.

Ma va, le mie le ho dimenticate, e con quelle degli altri rischi il piede datleta, la liquidò. Vado con i calzini. Spero che il pavimento sia pulito?

Donatella sentì il fastidio salire come unonda. Aveva lavato il pavimento due volte per lui.

È pulito, Alessandro. Vieni, la tavola è pronta.

Si diressero in soggiorno. Era davvero un tableau festoso: tovaglia bianca, tovaglioli raffinati, tre tipi di insalate, tagliere di salumi e formaggi, uova di lompo, funghi sottolio che Donatella aveva raccolto e conservato lei stessa in autunno. Al centro, il piatto fumante.

Alessandro si lasciò andare sulla sedia come un regista annoiato, scrutando le vivande. Vittorio si affrettò ad aprire una bottiglia di grappa, comprata la sera prima apposta per il fratello, pregiata, invecchiata cinque anni.

Eh, brindiamo! proclamò Vittorio, riempiendo i bicchieri.

Alessandro afferrò il suo bicchiere, lo studiò in controluce, lo annusò.

Grappa friulana? storpiò la bocca. Mah. Di solito preferisco il cognac francese, ha un bouquet più raffinato. Questa odora di alcool puro. Vabbè, a caval donato

Bevve tutto dun fiato, senza gustare, e rivolse la forchetta verso il tagliere, scegliendo subito la fetta più costosa di prosciutto crudo.

Serviti pure, Alessandro, disse Donatella, porgendogli una insalatiera. Ecco, linsalata di gamberi e avocado, ricetta nuova.

Lospite impilò un gambero sulla forchetta, lo sollevò agli occhi come uno scrutatore di diamanti.

Erano surgelati questi gamberi, vero?

Ovviamente, non viviamo sul mare, rispose Donatella sorpresa. Presi al supermercato, sono imperiali.

Gommosa, decretò Alessandro, lasciando cadere il gambero nella ciotola. Dona, li hai cotti troppo. Il gambero si scotta in acqua solo due minuti. Così sono stoppacciosi. E anche lavocado mi pare acerbo. Croccante.

Vittorio, che aveva appena riempito il cucchiaio dinsalata, si fermò a mezzaria.

Ma dai, Ale, che è buonissima! Lho provata io, davvero ottima.

Vitto, bisogna educare il palato, esordì Alessandro serio. Se mangi sempre surrogato, non capirai mai la vera cucina. Laltro giorno ero alla presentazione di un ristorante, servivano ceviche di capesante Quella era texture! Qui almeno la maionese è fatta in casa?

Donatella si accalorò. La maionese era quella del supermercato. Non aveva avuto tempo di sbattere le uova a mano.

Di negozio, rispose secca.

Chiaro, sospirò Alessandro, come se avesse sentito una diagnosi fatale. Aceto, additivi, amido. Veleno puro. Vabbè, andiamo alla carne. Spero tu non labbia rovinata.

Donatella taciturna servì a lui una fetta larga e succosa di arista, con salsa e patate arrosto al rosmarino. Il profumo era tale da far venire lacquolina al solo respirare. Ma Alessandro non era una persona comune, era un raffinato.

Tagliò un boccone, masticò a lungo scrutando il soffitto. Donatella e Vittorio aspettavano il giudizio in silenzio. Lo sguardo di Vittorio era di speranza, quello di Donatella di esasperazione crescente.

Secca, sentenziò Alessandro. E la salsa il miele sovrasta tutto. Troppo dolce. La carne deve essere carne, Dona. Quella è quasi un dolce. E mi pare che tu labbia marinata poco. Le fibre non si sono sciolte. Andava lasciata nel kiwi o nellacqua frizzante almeno ventiquattro ore.

L’ho lasciata una notte, con spezie e senape, disse piano Donatella. Sempre è piaciuta a tutti.

Tutti dipende. Le tue colleghe forse sì, mangiano solo carote. Io sono obiettivo. Si può mangiare, ma senza piacere.

Spinse via il piatto quasi intatto e allungò la mano sui funghi.

Almeno i funghi sono dei vostri? O cinesi in scatola?

Raccolti da noi, strinse le labbra Donatella. Conservati da me, in autunno.

Alessandro infilò un fungo in bocca e si fece una smorfia.

Troppo aceto. Così ti mangi lo stomaco. E la salatura? Donatella, sei innamorata, per caso, sali tutto così? Rise compiaciuto. Vitto, attento alla pressione, con questa dieta non campi a lungo.

Vittorio rise nervoso cercando di stemperare la tensione.

Ma dai, Ale, i funghi sono ottimi! Sotto la grappa sono perfetti. Ne verso un altro giro?

Scolarono altri bicchieri. Alessandro si arrossò, si tolse la sciarpa, ma il cappotto non lo levò, come per dichiarare che era lì provvisoriamente.

Non cera caviale vero? chiese storcendo un panino. Questo è piccolo, troppi gusci. Lhai comprato in qualche offertona?

Alessandro, sono uova di lompo, sei mila euro al chilo, cedette Donatella. La voce tremava. Labbiamo comprata solo per te, una scatoletta. Noi non la mangiamo, risparmiamo.

Risparmiare sul cibo è una vergogna, filosofeggiò Alessandro, inghiottendo un altro panino con la pessima uova. Siamo ciò che mangiamo. Io, per esempio, non prendo mai mortadella da discount. Meglio digiunare. Ma voi riempite il frigo di schifezze in saldo, e poi vi lamentate che siete senza energie, che cavete la pelle grigia.

Donatella lanciò uno sguardo a suo marito. Vittorio abbassò gli occhi, mastica la carne in silenzio come se nulla stesse avvenendo. Il suo tacere faceva più male delle frecciate di Alessandro. Ancora una volta si nascondeva dietro il fratello prediletto.

Vitto, chiese Donatella, anche tu pensi che la carne sia secca?

Vittorio tossicchiò.

Ehm no, Donina, è buonissima. Davvero buonissima. Solo Alessandro ha il palato più fine.

Oh, più fine, Donatella posò la forchetta; il metallo rimbombò sul piatto come un colpo. Dunque il mio è grosso e rozzo. E ho le mani storte. E cucino veleno.

Dona, smettila di esagerare, si corrugò Alessandro. Ti sto solo dando consigli costruttivi, così cresci. Dovresti ringraziarmi. Sennò, ti sei abituata che Vittorio loda tutto, e ti lasci andare. La donna va migliorata sempre.

Ringraziarti? replicò Donatella. Vuoi che ti dica grazie?

Si alzò da tavola. La sedia stridette sul pavimento come chiodi su lavagna.

Dona, dove vai? domandò impaurito Vittorio. Non abbiamo finito!

Arrivo, rispose lei in modo strano. Porto il dolce. Alessandro adora i dolci.

Si rifugiò in cucina. Sul piano cera il suo capolavoro: millefoglie Napoleone, preparato la sera prima fino alle due, dodici strati sottilissimi, crema a base di tuorli freschi, vaniglia Guardò il dolce, poi il bidone vuoto dellimmondizia.

Le mani le tremavano. Anni di rabbia trattenuta tracimavano oltre i bordi come unalluvione mentale. Quante volte quelluomo era venuto a mangiare, bere, chiedere soldi senza restituire? Quante volte aveva criticato il loro arredamento, i suoi vestiti, persino i figli? E Vittorio sempre in silenzio, sempre a giustificare. È sensibile è artistico. E lei, Donatella, che era? Di ferro?

Non toccò il dolce. Prese solo un grande vassoio e tornò in sala.

Ecco il dolce? si illuminò Alessandro, allungando il collo. Non sarà panettone del supermercato, spero?

Donatella si avvicinò e iniziò, con metodo glaciale, a raccogliere i piatti. Per prima cosa tolse larista. Poi linsalata coi gamberi di gomma. Poi il tagliere.

Ehi, che fai? domandò Alessandro, vedendo sparire il panino da sotto il naso. Non ho finito!

Davvero vuoi continuare? si interrogò Donatella guardandolo negli occhi. Ma è tutto immangiabile: carne secca, insalate velenose, gamberi gommati, uova scadenti. Non posso avvelenare un ospite caro. Non sono tua nemica.

Vittorio saltò in piedi.

Dona! Smettila! Che figura ci fai fare! Rimetti tutto a posto!

No, Vitto, questa non è una commedia. La commedia è quando uno viene a casa daltri a mani vuote, si siede sulla tavola che vale un quarto del tuo stipendio e sparla della padrona.

Io non sparlo! protestò Alessandro, la faccia rossa a chiazze. Esprimo solo unopinione! Siamo in un paese libero!

Libero, annuì Donatella, caricando i piatti sul vassoio. E io sono libera di decidere chi mangia a casa mia, e chi no. Hai detto che preferisci digiunare piuttosto che mangiare roba scadente? Rispetto la scelta. Digiuna pure.

Si girò e portò la montagna di cibo in cucina. Silenzio tombale in salotto.

Sei impazzita? sibilava Vittorio inseguendola. Hai umiliato me davanti a mio fratello! Rimetti tutto al suo posto! Chiedi scusa!

Donatella appoggiò il vassoio e si rivolse a lui. Nei suoi occhi non cera lacrima, solo una fredda decisione.

Sono io che ti umilio? E tu, che chinavi la testa mentre lui mi insultava? Non ti vergogni? Sei un uomo o uno zerbino, Vitto? Ha divorato seimila euro di uova in cinque minuti, dicendo che erano scarse. Tu me le hai mai comprate, fuori da occasioni speciali? Mai. Il meglio solo agli ospiti. E lospite ci calpesta.

È mio fratello! Sangue mio!

Io sono tua moglie! Da dieci anni ti lavo i panni, cucino, pulisco. Ieri dopo il turno sono stata ai fornelli fino a notte. Per sentirmi dire che ho le mani storte? Se non la smetti di incolparmi, ti metto il Napoleone in testa. Non scherzo, Vitto.

Vittorio si fece indietro. Mai aveva visto la moglie così. Sempre dolce, docile, arrendevole. Ora era una furia marmorea, pronta a fracassare ogni cosa.

Alessandro fece capolino in cucina. Laria non era più spavalda, ma spaesata e offesa.

Non mi era mai successo disse con voce piatta. In tutta Italia, mai accolto così. Vi apro il cuore, e mi rinfacciate il pane?

Il cuore? Donatella rise amaro. Allora dimmi cosa hai dato in questi anni. Qualcosa portato qui? Una bustina di tè almeno? Vieni solo per mangiare e criticare.

Sono in crisi adesso! Ho difficoltà temporanee!

Sono ventanni che hai difficoltà. Però il cappotto nuovo ce lhai, la sciarpa di cashmere anche. Giri per vernissage, ma a chiedere cinquemila euro a tuo fratello non sbagli mai.

Dona, basta! urlò Vittorio. Non contare i soldi degli altri!

Non sono altri: sono i nostri! Sono quelli che leviamo a noi e ai figli per soddisfare le manie di questo intellettuale!

Alessandro si toccò il petto teatralmente.

Basta, me ne vado. Non resto un minuto di più. Vitto, non lavrei mai pensato che ti sposavi con una così. Non ci metterò mai più piede.

Si avviò verso lingresso. Vittorio lo inseguì.

Ale, aspetta! Non darle retta, è nervosa, sarà il ciclo, o stanca dal lavoro! Vedrai, si calma!

No, fratello, la voce di Alessandro era tragica, si infilò le scarpe sui calzini. Questa offesa rimane. Io esco, e non chiamarmi finché non si scusa.

La porta sbatté.

Vittorio fissava la porta come un cancello del Paradiso chiuso. Poi andò in cucina, dove Donatella già riponeva la carne nelle vaschette.

Felice? domandò cupo. Hai messo mio fratello contro di me.

Ho liberato la casa da un parassita, rispose lei senza voltarsi. Siediti, mangia. La carne è ancora calda. O per te è secca?

Vittorio sedette, testa tra le mani.

Come hai potuto? Era un ospite

Un ospite si comporta da ospite, non da ispettore sanitario. Vitto, ascoltami bene. Mai più, mai, preparerò tavolate per lui. Se vuoi vederlo, fai tu. O andate al bar. Ma paghi tu. I miei soldi e la mia fatica non li spreco più.

Sei diventata dura, borbottò.

Sono diventata giusta. Mangia. Oppure sparecchio.

Vittorio osservò larista invitante. Lo stomaco brontolò traditore. Aveva fame, lodore della carne lo tentava nonostante tutto. Prende la forchetta, taglia un boccone. Assaggia.

La carne era morbidissima, quasi si scioglieva in bocca. Salsa dolce quanto basta, la senape piccante, un equilibrio perfetto.

Allora? chiese Donatella, notando i suoi occhi socchiusi di piacere.

È buonissima, ammise piano. Sul serio, Dona.

Vedi? Tuo fratello è solo un invidioso che deve sentirsi superiore. Prima o poi dovrai capirlo.

Vittorio masticava e pensava. Per la prima volta, qualcosa si apriva nella sua mente. Ricordava le mani vuote di Alessandro, il tono sarcastico, come lui stesso si fosse sentito sempre a disagio durante le critiche.

E il dolce? chiese, allimprovviso. Lo mangiamo?

Donatella sorrise per la prima volta, sincera.

Certo. E ti faccio il tè con il timo, come piace a te.

Prese il Napoleone, regale e sontuoso, lo tagliò in grossi pezzi. Bevvero tè e mangiarono torta, insieme, e la tensione si sciolse a poco a poco.

Sai, disse Vittorio divorando la seconda fetta, nemmeno alla mamma ha fatto il regalo il mese scorso. Ha detto che il miglior dono era lui stesso.

Visto, annuì Donatella. Ora capisci.

Il telefono di Vittorio vibrò. Messaggio da Alessandro: «Potevi almeno darmi un paio di panini, sono uscito affamato. Mi devi cinquemila euro di danno morale.»

Vittorio lesse a voce alta. Una pausa densa. Donatella alzò le sopracciglia interrogativa.

Che rispondi?

Vittorio guardò la moglie, la cucina calda, la torta più buona del mondo. Poi il cellulare. Piano, digitò: «Vai al ristorante, tu che sei gourmet. I soldi non ci sono.» E schiacciò Blocca.

Che hai scritto? chiese Donatella.

Ho scritto che andiamo a dormire.

Donatella finse di credergli, ma occhieggiò di lato il telefono. Si avvicinò a Vittorio e lo abbracciò da dietro.

Sei stato in gamba, Vitto. Anche se ci hai messo tempo.

Quella sera capirono qualcosa di importante luno dellaltra. A volte, per proteggere la famiglia, serve buttare fuori chi la disturba. Anche se sono parenti. La carne era davvero divina, a prescindere dalle sentenze dei palati fini con la tasca vuota.

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