Ieri sera a cena: il fratello “artista” di mio marito, le critiche sul cibo, e una moglie alle prese con la dura verità dell’ospitalità italiana

Ieri

Dove lo vuoi mettere quel centrotavola? Ma guarda che blocca laccesso ai salumi! E sposta anche i bicchieri, adesso arriva Orazio, lo conosci, gli piace avere spazio per sbracciarsi mentre parla.

Vittorio era agitato, sistemava i bicchieri di cristallo sul tavolo rischiando di far cadere le forchette. Giuliana sospirò pesantemente, asciugandosi le mani sul grembiule. Era ai fornelli da stamattina, le gambe erano di piombo, la schiena duoleva, sempre nello stesso punto sotto le scapole. Ma non cera tempo per lamentarsi. Oggi arrivava l«ospite donore» il fratello minore di suo marito, Orazio.

Vitto, calmati lo supplicò, cercando di mantenere la voce stabile. Il tavolo è perfetto. Piuttosto, hai preso il pane integrale? Lultima volta Orazio si è lamentato che c’era solo pane bianco, e lui fa la dieta.

Certo che lho preso, pane casareccio con i semi di finocchio, proprio come piace a lui Vittorio si lanciò verso la panettiera. Giuliana, la carne? È pronta, vero? Sai che lui mette il naso dappertutto e gira per i ristoranti, non lo stupisci con due polpette.

Giuliana si morse le labbra. Lo sapeva fin troppo bene. Orazio, quarantenne scapolo, che si definiva artista libero, in realtà campava di lavoretti saltuari e dellaiuto di mamma, si credeva intenditore. Ogni sua visita era per Giuliana un esame che sapeva già di fallire.

Ho cotto larrosto con salsa di miele e senape scandì lei. Carne di prima scelta, dal mercato, ventisei euro al chilo. Se non gli va neanche questa, io mi dichiaro vinta.

Ma dai, non fare così si lamentò Vittorio. È da sei mesi che non viene, aveva nostalgia. Vuole stare in famiglia. Stai tranquilla, cerca di fare del tuo meglio, ok? È un periodo difficile per lui, sta cercando sé stesso.

Sta cercando soldi, non sé stesso, pensò Giuliana, ma non disse nulla. Vittorio idolatrava Orazio, lo considerava un genio incompreso e si offendeva per qualsiasi critica nei suoi confronti.

Il campanello suonò puntuale alle sette. Giuliana si tolse il grembiule, si sistemò i capelli allo specchio dellingresso e indossò il sorriso di circostanza. Vittorio apriva già la porta, raggiante come un lampadario lucente.

Orazio! Fratello! Finalmente!

Sulla soglia si stagliava Orazio. Era, a dirla tutta, piuttosto elegante: cappotto allultima moda slacciato, sciarpa lanciata con noncuranza, barba di un paio di giorni che forse voleva farlo sembrare più virile. Aprì le braccia per farsi abbracciare dal fratello, ma si limitò a dargli una pacca sulla spalla.

Giuliana scrutò le sue mani. Niente. Nessuna borsa, nessuna scatola di dolci, nemmeno un fiore. Aveva fatto visita dopo mesi, davanti a una tavola imbandita, e non aveva portato neanche una sciocchezza. Neppure una cioccolatina per i bambini, che per fortuna erano dalla nonna quella sera.

Ciao, Giuliana le disse, entrando in casa senza togliersi subito le scarpe, ma dando unocchiata al corridoio. Avete cambiato la carta da parati? Questo colore è… un po da ospedale. Ma va bene, limportante è che piaccia a voi.

Ciao, Orazio rispose lei, trattenendosi. Vieni, lavati le mani. Qui ci sono delle ciabatte nuove.

Le mie le ho scordate, e con le ciabatte degli altri prendi i funghi ai piedi ribatté. Vado in giro in calzini. Il pavimento è pulito, vero?

Giuliana sentì il sangue ribollire. Aveva lavato il pavimento due volte per lui.

Pulito, Orazio. Accomodati al tavolo.

Si disposero in soggiorno. La tavola era splendidamente imbandita: tovaglia bianca, tovaglioli raffinati, tre tipi di insalata, affettati e formaggi, caviale rosso, funghi sottolio che Giuliana aveva preparato personalmente in autunno. Al centro il secondo caldo fumante.

Orazio si abbandonò con aria rilassata sulla sedia, osservando labbondanza. Vittorio si agitava ad aprire la bottiglia di brandy vintage, comprata apposta per Orazio. Cinque anni dinvecchiamento, mica poco.

Un brindisi allincontro! declamò Vittorio, mescendo i bicchieri.

Orazio prese il bicchiere, lo studiò controluce e ne annusò il bouquet.

Brandy armeno? si contorse. Bah. Io preferisco quello francese, ha più finezza. Questo sa troppo di alcool. Ma vabbè, a caval donato…

Bevve dun colpo, senza assaporare, e subito si attaccò con la forchetta al piatto degli affettati. Giuliana vide che puntava la fetta più costosa di prosciutto.

Serviti pure, Orazio disse lei, porgendogli linsalatiera. Questa è insalata con gamberi e avocado, ricetta nuova.

Lospite prese un gambero con la forchetta e lo osservò come un gioielliere.

Erano congelati? domandò sicuro.

Ovviamente, non siamo mica al mare rispose Giuliana, un po sorpresa. Prendo sempre i grandi dal supermercato.

Gommosi giudicò Orazio, rimettendo il gambero nellinsalata. Giuliana, li hai stracotti. Il gambero va bollito massimo due minuti. Così invece viene filamentoso. E lavocado scommetto che non è maturo, croccante.

Vittorio, con il cucchiaio acceso sopra linsalata, si bloccò.

Dai, Orazio, sono buoni! Li ho assaggiati, niente male.

Vitto, il palato va educato pontificò Orazio. Se mangi sempre roba dozzinale non capisci mai la vera cucina. La settimana scorsa sono stato alla presentazione di un ristorante, hanno servito ceviche di capesante. Quella sì che era una consistenza! E qui… Adesso, il maionese almeno è fatto in casa?

Giuliana sentì le guance infuocarsi. Il maionese laveva comprato, Maionese Classica. Non aveva tempo di sbattere uova e olio a mano.

Dal supermercato replicò fredda.

Capisco Orazio sospirò con aria grave, come se avesse appreso una diagnosi terminale. Aceto, conservanti, addensanti. Veleno puro. Vabbè, passiamo alla carne. Almeno quella spero si salvi.

Giuliana gli servì in silenzio una grossa fetta di arrosto, la ricoprì di salsa e aggiunse patate arrosto al rosmarino. Il profumo inebriava, a chiunque sarebbe venuta lacquolina. Ma Orazio non era chiunque. Era lintenditore.

Tagliò un boccone, lo mastica a lungo guardando il soffitto. Giuliana e Vittorio attendono il verdetto. Vittorio una speranza negli occhi, Giuliana la rabbia crescente.

Secco sentenzia Orazio. E la salsa… il miele copre tutto. Troppo dolce. La carne devessere carne, Giuliana, tu lhai fatta diventare un dolce. Poi sento che non lhai marinata a sufficienza. Non sè tenerizzata. Dovevi tenerla nel kiwi o nellacqua gassata almeno un giorno.

Lho marinata tutta la notte, tra spezie e senape mormora Giuliana. È sempre piaciuta a tutti.

Eh, tutti è relativo. Le tue colleghe dufficio magari si accontentano, ma io parlo in modo obiettivo. Magari si mangia, ma la goduria zero.

Spinge via il piatto, la fetta quasi intatta da venti euro, e passa ai funghi.

Funghi vostri? O cinesi di barattolo?

Tutti raccolti da noi taglia Giuliana. Salati e messi via a mano.

Orazio ne mangia uno e storce il viso.

Troppo aceto. Così ti bruci lo stomaco. E troppo sale. Sei innamorata, eh, per salare così? ride tra sé e sé, soddisfatto. Vitto, guardati la pressione, con questa dieta non arrivi alla pensione.

Vittorio ride nervosamente, vuole sdrammatizzare.

Ma dai, buoni i funghi! E con la grappa stanno da Dio. Ne versiamo ancora un po?

Brindano di nuovo. Orazio si accende in volto, si toglie la sciarpa ma il cappotto lo lascia, come a dire che non resterà a lungo e di essere qui per gentile concessione.

Non avevate caviale decente? scuote il panino. È troppo piccolo, tutti residui. Preso nelle offerte?

Orazio, è uova di salmone, sei mila euro al chilo esplode Giuliana. È per te che labbiamo presa. Noi non la mangiamo, risparmiamo.

Risparmiare sul cibo è la cosa peggiore filosofeggia Orazio, ingoiando il panino con il caviale cattivo. Siamo quello che mangiamo. Io non comprerei mai salame industriale. Meglio digiunare. Voi invece riempite il frigo di robaccia in offerta e poi vi lamentate che siete spenti e grigi.

Giuliana guardò suo marito. Vittorio aveva lo sguardo basso nel piatto, masticava la carne fingendo che niente stesse succedendo. Il suo silenzio faceva più male delle battute di Orazio. Ancora una volta aveva scelto di fare lo struzzo, nascondersi anziché difendere sua moglie.

Vitto chiese Giuliana, anche per te la carne è secca?

Vittorio tossì, preso alla sprovvista.

Eh ma no, Giuliana, è ottima. Ottima, davvero. È che Orazio se ne intende, ha un palato… più fine.

Ah, più fine Giuliana posò la forchetta. Il metallo rimbombò sulla ceramica come uno sparo. Quindi io ho il palato rozzo? E mani da contadina? E cucino veleno?

Giuliana, dai, non fare scenate sbuffò Orazio. Ti sto facendo critica costruttiva. Cresci. Dovresti ringraziare. È che Vitto si mangia tutto, ti lodando sempre, tu così ti rilassi. Una donna deve migliorare.

Ringraziare? domandò Giuliana. Dici sul serio?

Si alzò di colpo. La sedia strisciò rumorosamente indietro.

Giuliana, dove vai? domandò impaurito Vittorio. Il dolce, volevamo stare insieme…

Vado a prendere il dolce dichiarò, la voce strana. A Orazio piace il dessert.

Entrò in cucina. Sul piano di marmo stava la sua torta Millefoglie, preparata la sera prima fino alle due di notte. Dodici sfoglie sottilissime, crema alla vaniglia di vera pasticceria, tuorli freschi Guardò la torta. Poi il cestino dei rifiuti vuoto.

Le mani tremavano. La rabbia accumulata per anni scoppiava, annegando la ragione. Quante volte quelluomo era venuto a casa loro, aveva mangiato, bevuto, chiesto soldi e mai restituiti? Quante volte aveva criticato il loro arredamento, i vestiti, i figli? E sempre Vittorio zitto, a giustificare: è creativo, è sensibile. E lei, Giuliana, era la roccia?

Lasciò perdere la torta. Prese un gran vassoio e tornò in sala.

È il dolce? si illuminò Orazio sporgendosi. Spero non sia una tortina confezionata.

Giuliana iniziò a raccogliere con calma i piatti dalla tavola. Prima la carne. Poi linsalata gommosa. Poi i salumi.

Ehi, cosa fai? protestò Orazio, mentre la sua fetta di panino spariva. Non ho finito!

Perché dovresti mangiarlo? gli rispose, fissandolo. È tutto immangiabile, no? Carne secca, insalate velenose, gamberi di plastica, caviale pessimo. Non posso rischiare che lospite si intossichi. Non sia mai.

Vittorio balzò in piedi.

Giuliana! Basta! Sei impazzita? Rimetti la roba dovera!

No, Vitto, questa non è una commedia. La commedia è far entrare a casa nostra chi si presenta a mani vuote, mangia su una tavola costata un quarto dello stipendio e poi offende la padrona di casa.

Non ho offeso! sbottò Orazio, la faccia paonazza. Ho detto la mia! Siamo in un Paese libero!

Libero, assentì Giuliana, continuando a caricare il vassoio. E io sono libera di scegliere chi nutrire sotto questo tetto. Hai detto che preferisci digiunare anziché mangiare male? Ti rispetto. Digiuna pure.

Si voltò e portò via lintera cena. Regnava un silenzio teso in salotto.

Sei impazzita? sibilò Vittorio inseguendola in cucina. Mi hai umiliato davanti a mio fratello! Rimetti a posto tutto! Chiedi scusa!

Giuliana poggiò il vassoio e lo fissò. Nei suoi occhi non cerano lacrime, solo una fredda decisione.

Io lho umiliato? E tu quando assisti, zitto, mentre lui mi insulta? Non ti umiliavi? Sei uomo o un zerbino, Vitto? Ha divorato caviale da sessanta euro e ha detto che fa schifo. Tu me lhai mai comprato, senza motivo? Mai. Noi il meglio lo diamo agli ospiti. E loro ci calpestano.

È mio fratello! Sangue del mio sangue!

E io sono tua moglie! Da dieci anni ti cucino, lavo, pulisco. Stanotte dopo lavoro ero qui, davanti ai fornelli. Per sentirmi dire che sono incapace? Se adesso non la smetti di colpevolizzarmi, ti infilo la Millefoglie in testa. Non sto scherzando.

Vittorio si tirò indietro. Non aveva mai visto sua moglie così. Giuliana di solito era mite, accomodante, docile. Ora era una furia decisa a tutto.

Orazio si affacciò in cucina, stavolta nervoso, offeso.

Ma che accoglienza è mai questa? Da nessuna parte mi hanno trattato così. Vengo da voi con il cuore, e mi si nega persino il pane?

Col cuore? rise Giuliana amaro. Dovè questo tuo cuore? Nei regali mai portati? Mai niente in casa nostra, neppure un pacco di tè? Vieni solo a mangiare e criticare.

Ma ora sono in difficoltà! Temporaneamente!

Da ventanni dura, la tua temporaneità. Intanto cappotto nuovo, sciarpa firmata, e via alle presentazioni. Ma a chiedere soldi a Vitto e poi dimenticarsene, quello sì che non manca mai.

Giuliana, basta! urlò Vittorio. Non contare i soldi degli altri!

Non sono soldi altri, ma nostri! Soldi della nostra famiglia, tolti ai nostri figli per darli a questo buongustaio!

Orazio simulò uno svenimento.

Basta. Dico basta. Non resterò qui un minuto di più. Vitto, non pensavo ti fossi sposato con una così. Questa casa non mi vedrà mai più.

Si voltò e andò verso lingresso. Vittorio corse dietro.

Orazio, aspetta! Non badare a lei, sarà nervosa o stressata dal lavoro! Vedrai, tra poco si calma!

No, fratello, la voce di Orazio era tragica, si infilava le scarpe sui calzini. Questa offesa non la cancellerò. Me ne vado. Non chiamarmi finché non si scusa.

La porta sbatté.

Vittorio rimase in ingresso, fissando la porta chiusa come fosse la fine di unepoca. Si girò piano e tornò in cucina, dove Giuliana già impacchettava la carne nei contenitori.

Sei soddisfatta? domandò a bassa voce. Mi hai fatto litigare con l’unico fratello.

Ho liberato la nostra tavola da un parassita replicò lei, senza voltarsi. Siediti, mangia. La carne è ancora calda. Troppo secca anche per te?

Vittorio si accomodò, la testa fra le mani.

Come hai potuto? Era ospite…

Un ospite deve comportarsi come tale, non come ispettore sanitario. Sentimi bene, Vitto. Non preparerò mai più una tavolata per lui. Vuoi vederlo? Vai tu da lui. O al bar. Ma paghi tu. I miei soldi e il mio sudore non li spreco più.

Sei diventata spietata borbottò lui.

No, Vitto, sono diventata giusta. Mangia, o devo togliere tutto?

Vittorio guardò larrosto invitante. La pancia brontolava. Era affamato, e il profumo di carne, nonostante tutto, lo tentava. Prese timido la forchetta, tagliò un pezzo, assaggiò.

La carne era morbidissima, si scioglieva in bocca. La salsa equilibrata, la senape piccante. Semplicemente perfetta.

Allora? lo interrogò Giuliana, notando il piacere sul suo viso.

Buonissima, ammise lui piano. Davvero buonissima, Giuliana.

Vedi? E tuo fratello è solo un invidioso che si sente grande a spese degli altri. Prima o poi lo capirai.

Vittorio masticava e pensava. Per la prima volta gli balenava il sospetto che sua moglie avesse ragione. Ricordò le mani vuote di Orazio, il tono sprezzante. Ricordò la sua stessa vergogna quando il fratello criticava la cena.

E la torta? chiese di colpo. La mangiamo?

Giuliana sorrise, per la prima volta sincera quella sera.

Eccome. E faccio anche il tè, con il timo, come ti piace.

Tagliò con orgoglio la Millefoglie in pezzi enormi. Si sedettero in cucina, tè caldo, torta e poco a poco la tensione svaniva.

Lo sai disse Vittorio, mangiando la seconda fetta, che neanche per il compleanno della mamma le ha portato un regalo? Dice che il regalo migliore è se stesso.

Ecco, vedi? Finalmente ci arrivi.

Il cellulare di Vittorio squillò. Un messaggio da Orazio: «Potevi anche darmi due panini, sono uscito digiuno. E sbrigati a mandare 180 euro per il danno morale».

Vittorio lesse il messaggio ad alta voce. Giuliana lo osservò con le sopracciglia alzate.

E cosa rispondi?

Vittorio guardò la moglie, la cucina mite, la torta squisita. Poi il telefono. Con calma scrisse: «Mangia al ristorante, che sei intenditore. Soldi finiti». E cliccò blocca contatto.

Che hai scritto? domandò Giuliana.

Ho scritto che è ora di andare a letto.

Giuliana fece finta di crederci, anche se laveva visto sbirciando. Lentamente gli circondò le spalle con le braccia.

Sei stato bravo, Vitto. Anche se a carburare ci metti più tempo.

Quella sera capirono qualcosa di importante luno sullaltro. A volte, per difendere la famiglia, bisogna buttar fuori chi non ci appartiene più. E la carne era davvero eccezionale qualunque cosa dicano certi intenditori con le tasche vuote.

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