Il cappotto bianco
Mariella viveva in un orfanotrofio a Firenze da quando aveva cinque anni. Non ricordava esattamente perché fosse finita lì: nella sua mente cera solo unimmagine sfocata della nonna che un giorno non si svegliò più, e di una mamma che continuava a non tornare. Poi mani sconosciute, muri verniciati di colori spenti e lodore persistente di minestrone che sembrava non voler mai andare via. Allinizio piangeva la notte, poi smise. Semplicemente viveva e studiava in silenzio, con la speranza segreta che limpegno avrebbe portato, prima o poi, qualcosa di vero.
Di tutte le stanze dellorfanotrofio, quella che preferiva era la palestra. Era grande, con il pavimento che scricchiolava e le finestre alte e impolverate; nonostante ciò, per Mariella rappresentava una promessa di libertà. Dopo le giornate nella camera numero otto, piccola e stipata di letti, le sembrava di entrare in un castello incantato. Quando iniziava a palleggiare con il pallone arancione, dimenticava ogni tristezza, e ogni canestro era una carezza inattesa. Ma la felicità piena, lo sapeva, si poteva trovare solo in una famiglia: tutti i bambini dellorfanotrofio lo credevano e custodivano un angolo nascosto nel cuore, convinti che, prima o poi, qualcuno li avrebbe portati via.
Mariella era agile, veloce e il pallone obbediva solo a lei. Una delle educatrici, la signora Natalia Andreoli, un giorno le disse: Mariella, sei portata per lo sport! Questa sera telefono a un allenatore che conosco, magari riesce a inserirti in una vera squadra di basket.
Ci riuscì.
Dai dodici anni Mariella cominciò ad allenarsi regolarmente. Prima nella squadra del quartiere, poi in quella di Firenze. Alla finale regionale vinse il premio come miglior giocatrice, segnando trentadue punti.
Mentre le mettevano la medaglia al collo, il presidente del comitato sportivo, Sergio Olivetti, le disse: Brava, Mariella, hai un grande futuro davanti a te! Sentendo quelle parole, Mariella sentì gli occhi inumidirsi, ma Sergio pensò si trattasse di gioia infantile. Unora più tardi, vedendola uscire sola dalla palestra, la fermò.
Ma Mariella, chi ti viene a prendere? Dove abiti?
Nellorfanotrofio San Giuseppe, sono quattro fermate di tram da qui.
Mi dispiace, non lo sapevo. Io sono Sergio Olivetti, dai che ti accompagno in macchina.
A quattordici anni, quella fu la prima volta che Mariella viaggiava in macchina, e si sentiva quasi una regina.
E chi si occupa di te lì?
La signora Natalia Andreoli, leducatrice.
Me la presenti?
Certo, ma adesso non cè, torna domani mattina.
Va bene, allora parlo con lei domani.
Mariella si chiese tutto il giorno di che cosa avrebbero potuto parlare, ma non ebbe il coraggio di chiederlo.
Il giorno dopo, la signora Natalia la chiamò nel suo ufficio.
Dal discorso col presidente, Mariella apprese che Sergio Olivetti aveva chiesto di cosa avesse più bisogno la ragazza. Natalia aveva risposto che lunica vera esigenza era forse un cappotto nuovo.
Ti ho detto la verità, Mariella, stai crescendo e ormai i cappotti per bambini ti vanno stretti. Serve qualcosa da donna, di taglia grande. E così ha chiesto e Natalia Andreoli poggiò sul tavolo un involucro di carta legato con lo spago, su, proviamo.
Davanti agli occhi increduli di Mariella, leducatrice tirò fuori un cappotto bianco, dalla stoffa morbida, con cintura sottile e bottoni color ambra. Era così bello e diverso da tutto ciò che aveva mai indossato che Mariella non riusciva a dire una parola. Inoltre, aveva ancora il profumo di nuovo, nessuna scritta scolorita sul rivestimento interno a ricordare i bambini passati.
Mamma mia, Mariella, ho visto cappotti così solo nei film con Sophia Loren! Che regalo, eh? Dai, indossalo e fai una giravolta!
Come in un sogno, sentì il fresco della fodera sulla pelle, subito scaldata da una sensazione di abbraccio. Guardandosi allo specchio, vide per la prima volta una se stessa radiosa, con un sorriso che sorprendeva anche lei. La gonna sdrucita e la maglietta rossa stonavano con quella meraviglia, ma in quel momento nulla poteva turbare la sua felicità.
E poi cè altro! esclamò Natalia Andreoli, felice quanto la sua ragazza. Allungò a Mariella un foglietto, decorato con un disegno di Pinocchio in uniforme da esploratore.
Cosè?
Una vacanza al campo estivo Ragazzi dItalia! Al primo turno, in Versilia! Anche questa lha procurata il signor Olivetti, che Dio lo benedica.
Quella notte Mariella non riusciva a dormire: le scorrevano nella mente tutte le imprese degli ultimi giorni. La vittoria in finale, la medaglia, quel viaggio speciale, la vacanza e il cappotto bianco che la aspettava nellarmadio.
Si sollevò a fatica dal letto, lo indossò di nuovo e camminò fino alla finestra del corridoio, dove cadeva la prima pioggia primaverile. Per la prima volta nella vita, non desiderava che linverno finisse: voleva poter indossare ancora quel cappotto da sogno.
***
Scarpe da ginnastica e di ricambio cappellino obbligatorio e cappotto leggero, Mariella, vedi? recitava la signora Natalia la lista della valigia, la sera prima della partenza per il campo. Mariella annuì, anche se non capiva bene a cosa potesse servire un cappotto a giugno. Ma non voleva lasciare il suo bene più prezioso nellarmadio comune.
Arrivata nel dormitorio del campo Ragazzi dItalia, Mariella attrasse subito lattenzione: tutte le altre in giacche leggere, giubbini di jeans, gilet alla moda. Lei, invece, col cappotto bianco. Non riuscì a farcelo stare nello zainetto, già pieno del suo pallone da basket: e così se lo tenne addosso.
Che stile da nonna! ironizzò Elena, la vicina di letto, mentre unaltra rise: Oppure da nonno, guarda te!.
Ma è finito linverno, eh, rincarò una terza.
Avrà viaggiato dalle Dolomiti!.
Fatevi i fatti vostri, rispose Mariella, a voce bassa, stringendo i pugni. Nessuna aggiunse altro. Mise il cappotto sulla spalliera del letto e uscì dalla stanza.
Mah, un po matta quella lì, bisbigliò una compagna appena Mariella chiuse la porta.
La ragazza fece il giro del campo: mensa, palco per gli spettacoli estivi, campo da calcio, e uno sgangherato pallone da pallavolo. Il canestro da basket era coperto derba e di due tabelloni uno solo aveva il ferro. E io qua che ci sto a fare?, si chiese sospirando, ma poi si riscosse: tanto sono solo ventuno giorni. Ho il mio pallone, e il cappotto. Le altre pazienza. Avvertiva la solitudine come una lama sottile.
Il giorno dopo ci fu la cerimonia dapertura, un gran falò e la prima disco estiva. Mariella non sapeva ballare, ma amava le canzoni: stava seduta da sola, tra gli arbusti di acacia, ascoltando melodie che non aveva mai sentito.
Prima di dormire, le ragazze raccontavano storie di paura e trame dei film appena usciti: alcune avevano il videoregistratore a casa. Mariella ascoltava fingendo di dormire. Cosa avrebbe potuto raccontare lei? Delle notti passate ad ascoltare il pianto timido dei nuovi arrivati? Delle briciole di pane nascoste sotto il cuscino? Dellansia con cui squadri ogni adulto, sperando che sia quello giusto?
Quando, il terzo giorno, mancava una giocatrice per la squadra di pallavolo, la responsabile la chiamò: Dai Mariella, tu che sei sportiva, vieni a provare!.
Andò, anche se non aveva mai giocato: a pallavolo il pallone va colpito a mano aperta, non si può afferrare. La capitana era Daria, bella e grintosa, con una lunga treccia.
Dai, Mariella, non lo devi prendere passalo, più delicata!, gridava Daria. Ma il pallone sembrava di carta e volava oltre la rete. Ebbene, sei proprio alta! Va, mettiti sotto rete, prova a bloccare!.
Dopo qualche errore e altre risate di Daria, Mariella si allontanò. Raccolse il suo pallone da basket, tolse erbacce dal campo abbandonato e ricominciò a tirare a canestro, sola.
Iniziò la routine del campo: ginnastica mattutina, pulizia, mensa, preparativi per le gare, e serate di cinema. Quelle erano le sue preferite. Ogni volta si sedeva in ultima fila e guardava, incantata, i marinai coraggiosi e gli indiani neri lottare per il loro destino.
Per il resto del tempo, il suo canestro era il suo mondo: anche quando le altre andavano alla discoteca, lei restava sulle panchine degli alberi, con il pallone e il cappotto sempre vicino.
Un giorno, mentre se ne stava in disparte, sentì delle voci dietro ai cespugli: Daria era lì con un ragazzo del campo. Si nascondevano, ma tre ragazzi del paese, un po brilli e con sigaretta, si avvicinarono. Il giovane fuggì subito, lasciando Daria sola e spaventata.
Bella fiorentina, eh?! Vieni a fare un giro con noi! la accerchiarono. Daria gridò, ma la musica copriva tutto.
Senza pensarci, Mariella uscì allo scoperto e si mise al fianco di Daria. Lasciatela stare, disse bassa, altrimenti vi faccio vedere io!. I ragazzi allinizio rimasero stupiti: la figura col cappotto bianco era quasi unapparizione. Poi si fecero più ringalluzziti.
Ce nè unaltra per te, Gianni! Guarda che gambe lunghe!
Il più alto provò ad afferrarla ma Mariella lo colpì distinto. Subito Daria gli saltò addosso, gridando. In quel momento tra una canzone e laltra si fece silenzio: gli altri accorsero, con i responsabili. Due dei ragazzi furono fermati, il terzo scappò ma Mariella lanciò il pallone colpendolo alla testa, stendendolo.
Che lancio! Sei un fenomeno sussurrò Daria, ormai salva. Mariella, raccolto il pallone, si avviò verso il dormitorio.
Tutto bene? chiese Daria, affiancandola e per la prima volta guardandola senza ironia.
Sì, tutto bene.
Il mattino dopo, durante la ginnastica, Daria la chiamò: Mari, vieni con me! Ti insegno le battute a pallavolo!
Non sono capace rispose Mariella.
Dai, fidati!
Dopo pochi minuti la palla passava dalluna allaltra, con le dita leggere.
Ecco, brava così, dolcezza!
Da quel giorno tutto cominciò a cambiare. Lentamente, ma in meglio.
***
Il giorno della visita dei genitori arrivò una nevicata, anche se era aprile. Fiocchi grossi e lenti ricoprivano la Versilia, si vedevano i cristalli sui manici delle porte, ghiaccio e rose bianche davanti alla mensa. I bambini erano tutti infreddoliti.
A mezzogiorno iniziarono ad arrivare i genitori e il telefono del campo squillava senza tregua. Dal megafono annunciavano: Elena Rossi, Giulia Conti, Marco Galli I vostri genitori vi aspettano. Alludire il proprio nome, i ragazzi correvano ai cancelli per abbracciare mamma e papà.
Che freddo che fa! esclamò Elena Rossi. Mi salverò con la felpa
Prendi il mio cappotto, Elena, così non ti raffreddi, disse Mariella, porgendole il suo bene più prezioso.
Uno dopo laltra, Mariella prestò il cappotto alle compagne. Si passava di amica in amica, si impregnava di profumo altrui, sapore di mele, caramelle… Ognuna le riportava qualcosa: una barretta di cioccolato, un succo di frutta, nocciole. Mariella non voleva accettare, ma a fine giornata la sua mensolina era una piccola festa.
Alla fine venne il turno di Daria, che infilò il cappotto ed uscì di corsa. Mariella la guardò scomparire e pensò che avrebbe dato tutto, anche il cappotto, pur di avere qualcuno che aspettasse lei.
Si sdraiò sul letto, si coprì fino alla testa, cercando un po di conforto in quel piccolo rifugio di coperte.
Si svegliò perché qualcuno le accarezzava la spalla. Nella penombra, vide una donna seduta vicino. Mariella pensò di stare sognando. Ma la donna continuava a starle accanto.
Mamma? chiese, senza aprire gli occhi.
Sì. Mi permetti di essere la tua mamma? rispose la donna.
E io la tua sorella vera, fu la voce di Daria.
Mariella si voltò, sorpresa: la donna era bella come Daria, con lo sguardo sincero e aperto della signora Natalia.
Sai, disse sorridendo la donna, Daria mi ha raccontato tanto di te e già ti voglio bene. Dice che sei la migliore, e che senza di te non se ne andrà.
Per favore, Mari, accetta, implorò Daria, stringendole la mano.
E tuo papà? chiese Mariella, non sarà contrario?
Lo conosci già anche tu. Appena mi ha vista col cappotto, mi ha chiesto dove lo avevo preso. Gli ho detto che era della mia sorella del cuore. Si è subito illuminato. Ti ricordi Sergio Olivetti? È lui!
Mariella annuì e, piangendo, si gettò fra le braccia della donna e di Daria.
Così tornarono le compagne, trovando la scena più bella che si potesse desiderare.
***
Fuori, il signor Sergio attendeva in macchina. Vide il sorriso di moglie e figlie e capì subito tutto: avrebbe adottato Mariella, felice di accogliere una seconda figlia.
Da quel giorno, Mariella fu unaltra persona. Aveva, infine, aperto quella porticina della gioia che aveva sempre custodito nel cuore. Divenne allegra e vivace, la protagonista del campo. Le ragazze la ammiravano per il coraggio e per la generosità. Invece di tenersi per sé le leccornie ricevute, una notte organizzò un picnic collettivo.
Le amiche la convinsero a partecipare al concorso di Miss Ragazzi dItalia, le insegnarono a ballare, a farsi le trecce, a indossare un abito.
Una settimana dopo il megafono annunciò larrivo dei genitori per Daria e Mariella: questa volta le due ragazze corsero mano nella mano verso il cancello, dove ad attenderle cera la loro nuova famiglia.
Chi le aspettava, chi correva incontro: tutti sapevano, nel profondo, che stavano vivendo uno dei momenti più belli della loro vita.
Nella vita, ci sono sogni che sembrano irraggiungibili, ma un cuore aperto e la gentilezza possono trasformare anche il più semplice dei doni in un legame che vale per sempre.





