Il rapimento del secolo
Voglio che gli uomini corrano dietro a me e piangano perché non riescono a raggiungermi! esclamò ad alta voce Giuliana, leggendo il desiderio dal foglietto e accendendolo con un accendino. Sospirò, lasciando la cenere scendere nel calice e finì il prosecco tra le risate delle amiche.
Le luci dellalbero di Natale lampeggiarono, come pensierose, e poi si accesero ancora più luminose. La musica salì, i bicchieri tintinnarono, volti si mescolarono in un vortice di festa. Dai rami cadde una polverina dorata… o così almeno ricordava.
Pa-a-pà… Papà, svegliati!
Con fatica aprii un occhio. Davanti a me si stagliava unintera squadra di calcio in miniatura.
Voi chi siete? Vi conosco, ragazzi?
I bambini, ridendo, si presentarono inclinando il capo:
Dai papà, ricorda, Riccardo ha 9 anni, Matteo 7, Gabriele 5, e Davide 3!
Tutti schierati, senza riserve, con sorrisi furbetti e uno sguardo determinato. Ma non erano quelli gli uomini che volevo rincorrere quella notte di Capodanno…
E dovè il vostro mister?.. Anzi, la vostra mamma? borbottai, la voce arsa. Portate dellacqua a papà, vi prego
Solo un attimo chiusi gli occhi e subito: Papà!
Due bicchieri dacqua, una clementina e una tazzina di brodo di verdure piombarono nelle mie mani. Davvero… il maggiore già sapeva bene come far riprendere il padre dopo le feste. Stanno crescendo, pensai.
Papà, dai, hai promesso piagnucolavano i più piccoli.
Cercai onestamente di ricordare come fossi arrivato lì e che cosa, precisamente, avessi promesso.
Cinema?
Noo!
Pizza?
Manco per sogno!
Shopping di giocattoli?
Dai papà! Non fare finta di niente! Siamo quasi pronti, solo tu manca!
Ma dove volete andare, almeno ditemelo? cederei.
Amore, svegliati, arrivò una voce femminile. Nella stanza entrò una donna alta, capelli scuri, occhi nocciola punteggiati da scintille dorate. Una bellezza, accidenti!
Siamo pronti, ho già caricato la macchina. Dobbiamo solo prendere due cose al supermercato, poi partiamo!
Provai con tutte le forze a ricordare chi fosse questa donna e perché quei bimbi mi chiamassero papà. Nella testa girava solo un gran vuoto. Nessuna risposta.
Papà, non dimenticare i nostri costumi! E anche per te! gridò qualcuno dalla cameretta.
Cè pure la piscina là dove andiamo? Che vita incredibile, ma perché non ricordo nulla?, pensai.
Aprii bene gli occhi e scrutai la stanza intorno. A ogni istante capivo sempre di più: nulla mi era familiare. Né una foto, né i mobili, né le tende spesso alle finestre con una fantasia sconosciuta.
Quella stanza era estranea. Lunica cosa riconoscibile era una pianta in vaso: una stella di Natale di un rosso vivido, con petali quasi vellutati. Il vaso bianco, decorato a minuscole perle, aveva qualcosa di vagamente noto.
Chiusi gli occhi e tentai con cautela di riavvolgere il bandolo della memoria. La sera precedente ero con le mie amiche in un ristorante di Milano, a festeggiare Capodanno e scambiarci i regali come ai tempi delluniversità, solo che ora avevamo borse firmate, acconciature complicate e il solito poco tempo.
Le ragazze erano tutte eleganti, radiose, euforiche di quella libertà rara. Per un attimo erano sfuggite agli obblighi, ai mariti, figli, compiti, asili, pentole… Brillavano come liceali scappate dallultima ora.
Solo io, Giuliana, ero del tutto tranquilla. Io non sono sposata, sono padrona della mia vita. Nessuno da avvisare, nessuno da aspettare, nessun conto da rendere.
Lultima delle non-sposate, mi prendevano in giro le amiche, versandomi altro prosecco.
Avevo regalato un set di cosmetici al caviale nero e fili doro. Avevamo riso, dicendo che un simile prodotto sarebbe stato buono anche su una fetta di pane, magari accompagnato dal prosecco a colazione. Le battute si accavallavano, fotografavamo come se fosse unopera darte più che dei vasetti di crema.
In cambio, avevo ricevuto proprio quella stella di Natale in vaso bianco con le perle. E una bottiglia di Franciacorta rara, dalla cantina di un castello sulle colline lombarde. Una di quelle bollicine che si sussurrano e si stapppano solo per grandi occasioni.
Avevo letto ad alta voce un cartocino forse un brindisi, forse un desiderio e… stop! Più niente. Il vuoto. Come dicono, sono andato, sono caduto, mi sono svegliato e mi sono ritrovato qui!
Mi guardai allo specchio. Sempre lo stesso giovane uomo, persino il ciuffo era ribelle come la notte di San Silvestro. Ma da dove venivano quei bambini e la moglie? Non ricordavo né di averli cresciuti, né del nostro matrimonio con quella bellissima donna! Eppure sapevo come si chiamavano i bambini, ma il nome di lei niente. Qualcosa non tornava.
Uscii nella sala. Nel corridoio cerano le valigie: due grandi da adulto, una nera e una beige, di una marca famosa. Tre zainetti sportivi infantili li affiancavano.
Quindi non era una gita in campagna. Era… un viaggio?
Proprio a quel momento rientrò la moglie. Prese su le valigie con una naturalezza incredibile e, con dolcezza, mi avviò verso la porta.
Siamo in ritardo, disse calmissima.
Distinto guardai la mano e mi bloccai. Non cera fede! Né sul mio dito, né sul suo. Unaltra stranezza. Oppure… ?
I bambini salirono uno dopo laltro nel maxi SUV. Gli zainetti finirono nei loro posti, le cinture si chiusero con precisione. Lei salì al posto del passeggero e io, sospirando, mi sedetti al volante.
Mi allungò immediatamente un bicchiere di caffè. Caldo, con latte che io proprio non sopporto! Chissà perché, questa cosa mi colpì più di tutto.
Si va, disse allegramente, strizzando locchio ai bambini. Partimmo. Più ci allontanavamo dalla casa, più sentivo unansia sorda dentro.
Dietro di me, le voci dei bimbi si mescolavano in un brusio di risate, richieste sussurrate, piccole discussioni. Accanto, la donna guidava tranquilla, ogni tanto mi lanciava sguardi complice, come se custodissimo un segreto. Sembrava sapesse qualcosa che io invece mi ostinavo a non ricordare.
Guardavo la strada mi sentivo come un riccio nella nebbia, in mezzo a una realtà apparentemente chiara: famiglia, macchina, viaggio. Eppure tutto mi sembrava assurdo.
Imboccammo lautostrada verso il lago, lasciando la città sempre più indietro. Ero troppo confuso: non potevo fidarmi, sapevo che quella non era la mia famiglia né quella donna né quei bambini!
Loro mi avevano rapito!
No, loro avevano rapito me!
Ma allora perché conoscevo i nomi dei bambini? Ormai non capivo più niente, ma una cosa era certa accanto a me cera una sconosciuta che mi aveva rapito, e dovevo inventarmi qualcosa.
Mi raddrizzai, strinsi il bicchiere di caffè, fazendo finta di fissare la strada. Dentro di me scattava una modalità nuova non luomo spaesato, ma quello che deve sopravvivere.
Dopo mezzora i bambini insorsero in coro.
Papà, dobbiamo andare in bagno!
Ho sete!
Cè qualcosa da sgranocchiare?
La macchina si fermò allautogrill. Tutti scesero allegramente e si avviarono allinterno.
La mia occasione! Il cuore mi martellava nelle orecchie. Mentre nessuno guardava, sgattaiolai fuori dal bar, passando accovacciato vicino allauto. Una corsetta, salii di corsa dietro il volante…
Niente chiavi nel cruscotto.
Eccoti qui! Ti stavamo cercando, mi raggiunse lei dalla finestra aperta. Sussultai.
Bene, ora che ci siamo tutti, si riparte, aggiunse gentile. Amore, guido io, tu rilassati un po. E partimmo di nuovo.
Dopo unora, davanti a noi apparve laeroporto di Linate vetro, cemento, flusso di macchine e gente. Parcheggiammo e varcammo lingresso, tutti insieme.
Ero tesissimo, non mi sarei lasciato portare chissà dove senza combattere. Mi avrebbero dovuto stendere a terra!
Cominciai ad allontanarmi di nascosto da quel gruppetto perfetto. Un passo, un altro, poi scattai.
È un rapimento! Aiuto! urlai, fiondandomi da una guardia.
La sicurezza intervenne immediatamente: mi scaraventarono a terra, mi misero le mani dietro e le manette ai polsi. Intorno, uomini in divisa, radio, facce serie.
Fermi! Aspettate! Spiego tutto! urlò la donna che credevo mia rapitrice.
È uno scherzo di Capodanno! Non cè nessun pericolo! Nessun rapimento!
Sentivo la sua voce come attraverso il vetro. Poi, allimprovviso, come in un film, le vidi. Dietro un pannello pubblicitario stavano le mie amiche: sorridenti, stupite, spaventate ma felici.
Papà! urlarono i bambini, correndo incontro a una delle donne tra le amiche. Le altre si avvicinarono alle guardie, parlando e ridendo allunisono, spiegando tra le lacrime che era tutto uno scherzo.
Mi tolsero le manette. Il mondo si fermò. Ero in mezzo allaeroporto, spettinato e col cuore in gola e improvvisamente capii: non mi avevano rapito.
Mi avevano… giocato uno scherzo?!
Quando ladrenalina calò e le orecchie smisero di fischiare, cominciai a capire le parole, poi il senso.
Era uno scherzo.
Un piano geniale, costoso, di squadra. Un thriller natalizio in piena regola.
Le amiche parlavano tutte insieme, spiegando e ridendo.
Avevano pensato da un sacco di tempo di farmi conoscere un bravuomo. Uno simpatico, che aveva un debole per me, ma non osava farsi avanti perché sapeva come sono fatto. Perché a me, con le presentazioni, va sempre così:
Grazie, ma sto bene così. Faccio da solo.
Le amiche questo lo sapevano bene, e allora niente approcci diretti. Niente perdite di tempo in tentativi, meglio una dimostrazione pratica!
Così è nata lidea: non presentarti, ma buttarti di peso in una famiglia modello. Guarda: mattina in famiglia, il caffè preparato, i bambini organizzati, la donna serena e premurosa, che senza tante parole fa tutto ciò che serve e sorride pure. E con degli occhi, tra laltro, davvero splendidi.
Non volevamo farti pensare, ammisero sincere. Volevamo solo che provassi quel calore nel profondo.
Le ascoltavo e mi accorgevo che non riuscivo più a essere arrabbiato. La logica femminile non ama forzature, ma rispetta i risultati.
Sì, forse il metodo era discutibile. Sì, ho rischiato un arresto. Ma lesperimento era pulito! A volte basta una mattinata, tre bambini e un caffè strano per capire se ti manca una donna accanto.
E poi lo notai, il mio protagonista. Era lì con un sorriso furbo da Gatto con gli stivali, negli occhi nocciola ballavano scintille dorate. I figli gli si arrampicavano addosso erano i nipoti, entusiasti del tiro mancino dello zio.
Oh, ragazzi, siete in ritardo! dissero le amiche, animate. Se non correte perdiamo laereo! Vai, siete pronti per la registrazione!
Cosa, un altro rapimento? pensai. Dove volevano portarmi? In Sardegna? A nuotare tra i pesci e mangiare mango?
Mi tese la mano.
Piacere, mi chiamo Cesare. Ti va di lasciarti rapire?
Guardai le amiche, tutte silenziose, attente. Aspettavano la mia decisione. Controllai le valigie, poi tornai ai suoi occhi luminosi: mi scrutavano direttamente nellanima.
Mi balenò un pensiero: ma cosa mi vieta di provare?
Andiamo! mormorai, ridendo tra me, scoprendo che questo rapimento era forse lavventura più bella di tutte.
E subito, piano, aggiunsi: Ma i bambini restano a casa
Risate di tutti, sorriso ancora più grande di Cesare, e laeroporto, la folla, la confusione divennero dincanto la partenza di qualcosa di nuovo: buffo, caldo, stranamente accogliente.
A volte la vita non ci rapisce.
Ci trasporta, dun colpo, esattamente dove dovremmo essere già da tempo.




